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Le regole del gioco

In questi ultimi anni la realtà economica internazionale si è rivelata più spregiudicata di quanto i non addetti ai lavori avrebbero mai pensato: conti ritoccati, finanza creativa, titoli tossici hanno riempito le cronache, rovinato famiglie, raccontato un mondo – quello della finanza – a dir poco scandaloso.

Sappiamo che i fenomeni di costume condizionano l’immaginario collettivo: i migliori termometri del clima sociale e culturale sono i programmi televisivi, film, campagne pubblicitarie. Ma anche i giochi da tavolo.

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Cristiani a Terra

Le recenti vicende dei cristiani in Marocco, contro i quali si è registrato un rinnovato rigore da parte delle autorità, continua a far parlare l’Occidente: non quanto altre vicende, ma è sempre meglio di niente.

La scorsa settimana se n’è occupato anche Terra, settimanale di approfondimento di Canale 5, che ha dedicato una puntata agli “Infelici come una pasqua”, i cristiani perseguitati. Dopo un servizio dalla Nigeria – fronte sempre caldo, purtroppo – e dal Kosovo delle intolleranze serbe, è toccato appunto ai fatti marocchini.

Ed è emersa una situazione difficile, dove la libertà di culto è di fatto limitata nei confronti dei cristiani a una tolleranza, che devono muoversi con costante cautela per evitare l’accusa di proselitismo.

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Rosso (al) blasfemo

A volte, a leggere certe notizie, sembra davvero di riscoprire l’acqua calda. La Federazione italiana gioco calcio ha deciso di proibire le bestemmie in campo, che potranno venir sanzionate subito dall’arbitro con l’espulsione del giocatore blasfemo, o nei giorni successivi dalla procura federale sulla base della prova televisiva.

Una norma che viene accolta con soddisfazione dal presidente del Coni, Petrucci, secondo cui «non è una guerra santa ma una questione di rispetto e di etica».

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Cameron e lo slalom legale

Scandalo dei rimborsi per il Parlamento britannico, dopo che alcuni deputati hanno presentato note-spese gonfiate. La scoperta della malversazione ha fatto discutere la Gran Bretagna, evidentemente poco abituata a situazioni che ad altre latitudini sono ordinaria amministrazione in quasi tutte le istituzioni e le realtà produttive.

La vicenda ha coinvolto anche vari parlamentari conservatori e per questo il leader del partito, Davide Cameron, ha deciso di prendere provvedimenti seri: ha invitato i parlamentari coinvolti a rimborsare quanto dovuto, minacciando altrimenti di espellerli dal partito.

«La gente – ha detto Cameron in conferenza stampa – ha ragione ad arrabbiarsi con dei deputati che hanno utilizzato denaro pubblico per pagare cose che pochi possono permettersi: si sono comportati in modo poco etico e sbagliato, non importa se entro le regole, comunque sbagliato».

Senso etico, giusto e sbagliato, regole: già verrebbe da complimentarsi per il coraggio di aver osato l’inosabile, evocando tre concetti che normalmente a molti politici – e a molti di noi con loro – danno l’itterizia anche qualora presi singolarmente e in piccole dosi.

Ma c’è di più. Controcorrente fino in fondo, Cameron ha sfatato un mito, demolendo nel suo piccolo una roccaforte della excusatio più comune.

Dopo la pubblicazione del volume “La Casta” e le polemiche che ne sono seguite, i politici e le istituzioni sotto tiro si sono difesi normalmente con concetti apparentemente inattaccabili, come: “tutto è stato fatto secondo la legge”, “non sono riscontrabili violazioni”, “non è colpa nostra se la normativa è lacunosa”.

Cameron ha dimostrato che anche un politico può avere un’anima etica, strigliando i suoi deputati nonostante siano rimasti “entro i limiti previsti dalla legge”: «si sono comportati in modo poco etico e sbagliato, non importa se entro le regole, comunque sbagliato».

Ecco. Di fronte alle tante giustificazioni accampate da politici e amministratori di ogni ordine e grado, dovremmo essere in grado di opporre un sonoro “non importa”. Perché non è la legge che descrive la persona, ma il modo in cui la persona stessa la applica.

Certo, per farlo dovremmo, a nostra volta, riconoscere l’esistenza di un “giusto” e di uno “sbagliato”, di un “bene” e di un “male”: nell’operato dei politici, ma anche nella nostra vita.

Si sa, è più semplice proporsi di cambiare gli altri che tentare di cambiare noi stessi. E forse è proprio per questo che, anche se a parole vorremmo cambiare tutto, alla fine tutto resta com’è.

Pregiudizi alla rovescia

Due ragazze sono state cacciate dalla Luteran High School della California per “essersi comportate in modo compatibile con il lesbismo”: ad avvisare i docenti era stato un altro studente, dopo che una delle due lo aveva invitato a visitare il suo spazio Myspace, dove – a quanto pare – la ragazza enfatizzava la sua tendenza sessuale.

In seguito all’espulsione le ragazze avevano fatto ricorso, ma la Corte d’appello della California ha dato loro torto.

Da parte della scuola pare evidente che non si sia trattato di un atto di discriminazione. Come ricorda un giudice della Corte, «il messaggio religioso della scuola è strettamente legato alle sue funzioni secolari, lo scopo di mandare un ragazzo o una ragazza a un istituto religioso è di far si che impari anche i temi mondani dentro un contesto religioso». E la Lutheran High School è parte di una confessione che considera «l’omosessualità un peccato».

Mandare i propri figli in una scuola confessionale comporta il desiderio che vengano formati secondo certi parametri; la scuola è basata su certi, specifici valori, che non si può pretendere non vengano applicati.
Giusto o sbagliato si voglia considerare un rapporto omosessuale – non è di questo che si discute ora -, sarebbe successa la stessa cosa qualora uno studente avesse trasgredito altre regole, raccontando pubblicamente ed promuovendo le sue esperienze di tossicodipendente o le sue avventure sessuali prematrimoniali (immaginiamo che la Luteran High School abbia tra i suoi valori anche la castità).

La chiave della vicenda sta nel fatto che le due ragazze non sono state “sorprese”, ma hanno raccontato, forse enfatizzato, un comportamento che andava contro i principi della scuola che frequentavano. Ben consapevoli, probabilmente, delle conseguenze.

Poi si può discutere finché si vuole se sia giusto o non avere un certo credo, una certa opinione, se sia ragionevole che la Bibbia consideri peccato un certo comportamento o una certa tendenza. Se ne può discutere ma non è questo il punto, anche se, a margine di ogni vicenda simile, viene scomodato lo spettro dell’omofobia.

Il problema nasce dalla reverse discrimination, la stessa condizione in base alla quale si sospetta che il figlio di un personaggio noto sia agevolato nella sua carriera, e si pretende che non debba avere successo a prescindere dalle sue qualità.

In ogni vicenda dove entrano in gioco le tendenze sessuali, si presume ci siano pregiudizi nei confronti dei diversi, e quindi si ha buon gioco a invocare la omofobia con polemiche che però, in molti casi, sono solo strumentali e mirano a imporre – appunto – una discriminazione inversa: il diverso deve avere per forza ragione, in ogni contesto e a ogni occasione, proprio in quanto diverso. Se questo non avviene, la controparte viene liquidata come omofoba, e la vicenda diventa l’ennesimo, gonfiato caso di discriminazione.

Non va dimenticato che la Luteran High School è una scuola privata – in una scuola pubblica il discorso sarebbe stato diverso -, e si tratta di una scuola chiaramente confessionale: come ricordava il giudice, se un genitore vi iscrive i figli è perché vuole che vengano loro inculcati certi principi cristiani, specifiche conoscenze dottrinali evangeliche, strumenti per guardare il mondo circostante da una certa prospettiva.

In questo contesto la scuola si è limitata a portare avanti i propri principi con un provvedimento forse drastico ma sostanzialmente corretto, richiedendo ai suoi studenti il rispetto di un codice di comportamento. Intervenendo ha sollevato (facili) polemiche; d’altro canto se non fosse intervenuta sarebbe venuta meno ai suoi obblighi e al suo mandato.

La coperta è corta, specie per chi mal pensa.