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Lindsay e il pentimento mancato

Certo che come attrice non è proprio il massimo. Lindsay Lohan, ragazzina terribile dello star system americano, è finita davanti al giudice dopo essere stata pescata al volante in stato d’ebbrezza.

Non è la prima celebrità a peccare in questo senso – evidentemente sui viali di Beverly Hills guidare ubriachi va di moda quanto le sostanze stupefacenti nelle discoteche milanesi – e non è la prima a giungere davanti al giudice con l’aria contrita della ragazza redenta.

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La vita garbata di Raimondo Vianello

L’addio di un personaggio famoso porta con sé uno strascico di reazioni: dichiarazioni commosse, speciali televisivi, retrospettive e reminiscenze legate al suo impegno o alla sua carriera si susseguono per giorni, in misura direttamente proporzionale alla sua fama e alla sintonia con il pubblico.

La scomparsa di Raimondo Vianello non farà eccezione, ed è giusto così: un profluvio di parole e immagini ci racconterà di un personaggio diverso, di quelli che per stile e sobrietà si possono definire solamente come “d’altri tempi“.

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Il prezzo del successo

«Le donne hanno paura di dire che non vogliono figli. Ma io penso che le cose, adesso, stiano cambiando. Ho più amiche che non hanno bambini, rispetto a quelle che li hanno. Onestamente, non abbiamo bisogno di più bambini. Abbiamo un sacco di persone su questo pianeta» si sfoga Cameron Diaz, l’attrice con un viso da baby sitter che però, a quanto pare, di pargoli non vuole sentir parlare: 37 anni e «una vita incredibile». Anzi, precisa, «In un certo senso, ho questo tipo di vita proprio perché non ho figli».

Le fanno eco varie starlette e attrici italiane che rimandano, glissano, o dicono chiaramente di non sentirne il bisogno. Qualcuna, come Valeria Golino, va oltre e si lancia in un’analisi arguta: «Avere almeno un figlio è quasi un obbligo, un desiderio indotto dal nuovo conformismo. E questo mentre finisce l’epoca delle grandi certezze, della famiglia com’era, della coppia com’era».

A confortare la posizione child-free delle attrici c’è anche il supporto dell’immancabile esperta: «L’identità femminile non può essere definita soltanto dalla maternità».

Molto vero, anche se onestamente troviamo difficile trovare qualcuno che, nell’anno di grazia 2009, sia davvero convinto che la donna serva solo a fare figli, e non le riconosca invece un ruolo essenziale – solamente, concedetecelo, complementare e non competitivo rispetto all’uomo – nella società.

In fondo, si potrebbe concludere, non è un obbligo: se uno non ritiene di mettere al mondo dei figli eviti di farlo, e la società eviti di colpevolizzare la sua scelta. Certo, è ironico notare come in molti casi chi potrebbe averne non li vuole per nessun motivo, mentre chi non può smuove mari e monti per ottenere quello che considera un privilegio: questa, però, è un’altra faccenda.

Quel che invece è sintomatico, da parte delle attrici candidate a non diventare mamme, è che sono tutte sostanzialmente single. Le due cose, peraltro, oggi non sono collegate – anzi, spesso prevale un’inversione dei passaggi tradizionali: prima un bebè, poi eventualmente il matrimonio – ma possono essere un sintomo della stessa difficoltà: la difficoltà a impegnarsi, a vivere un rapporto, ad accettare le responsabilità, ad affrontare una sfida di vita.

Ubriacate dal lavoro, le ragazze si ritrovano prigioniere del loro status “incredibile” (termine che usiamo con tutte le riserve del caso), protagoniste e vittime di uno star-system che non consente una vera vita privata, un vero progetto a lungo termine, veri rapporti umani.

È il prezzo del successo, quel successo che cambia la vita e, spesso, rende instabile l’equilibrio interiore delle star. Quel successo che, come una droga, inibisce le difese immunitarie dello spirito, e rende la persona sempre più debole e influenzabile, erode scelta dopo scelta la sua dignità, ottunde il suo metro di giudizio e le scelte in campo morale, etico, spirituale.

Ma quel che stupisce forse di più è la mancanza di prospettive. Oggi sono felice, oggi vivo una vita meravigliosa, oggi non ne sento il bisogno.

Come in un brutto film urlano al mondo la propria indipendenza e si credono invincibili, immortali. Nessuna preoccupazione per domani o dopodomani, quando la bellezza sarà sfiorita, la fama sarà sfumata, i fan saranno un ricordo e il confronto con il passato renderà ancora più atroce il presente.

In quei momenti solo la presenza di rapporti umani reali, custodi di un’intimità e di una complicità costruite e consolidate nel tempo, potrà garantire quella serenità e quell’equilibrio necessari a non cadere nel vortice della disperazione.

Felicità gonfiate

«Nel mondo dello spettacolo rifarsi è un’ossessione. La plastica in tv mette in moto una reazione a catena: mi arrangio con il botulino, ma non so quanto resisterò»: parole di una starlette nota al pubblico italiano. Ai suoi esordi, nelle interviste, erano per lei motivo di vanto le sue vistose protesi mammarie, dichiarando che aveva deciso di maggiorare le sue misure per per ottenere la notorietà.

Qualche lustro dopo la ritroviamo a lanciare l’allarme: dei suoi pregi acquisiti parla oggi come di un drammatico circolo vizioso, che costringe al rilancio continuo per non cedere ai segni del tempo. I suoi punti di forza sono diventati allo stesso tempo un idolo e una dipendenza (“un’ossessione”).

Una situazione drammatica sul piano umano, perfino disperata sul piano estetico («mi arrangio con il botulino, ma non so quanto resisterò»), che presenta tristemente il conto alle dichiarazioni ammiccanti e sostenute dell’epoca, quando alla soubrette sembrava sarebbe bastata qualche misura in più per essere felice.

Chissà se oggi, risvegliata dall’anestesia cui la celebrità l’ha sottoposta, ha colto la falsità dell’accostamento tra la felicità – quella vera – e fama, denaro, eccessi.

Chissà se, delusa da una vita a fondo cieco, avrà il coraggio di cercare una via alternativa, o se invece vorrà rilanciare fino all’ultimo, nella disperazione di una decadenza che i continui interventi estetici accelereranno.

E chissà se la sua (triste) vicenda potrà essere un monito per chi continua a vedere nel personaggio televisivo un essere che rasenta la perfezione, da mitizzare e invidiare, o per chi aspira a entrare nel rutilante mondo dello spettacolo.

L'ossessione del "dopo"

“Salto nel buio dopo il successo”: è il titolo di un articolo di Panorama su come “le star che non riescono a gestire la fama sono sempre più numerose” in tutti i settori, dal cinema alla musica, dallo sport alla letteratura.

Come Mickey Rourke, che secondo il suo ultimo regista, Darren Aronovsky: «non ha saputo sostenere il peso del suo successo. Tanti giovani attori si sono autodistrutti, almeno lui non è morto».

Il percorso è simile per tutti: «Prima godono di una manna improvvisa, poi subiscono sbalzi d’umore, depressione e attacchi di panico che talvolta si accompagnano a droga, alcol e chi più ne ha più ne assuma. I casi recenti sono decine».

Paura del successo per la popstar Robbie Williams e la cantante Duffy («Ho voglia di nascondermi, di scomparire da tutto e da tutti, mi sento sopraffatta»), depressione per l’attrice Kirsten Dunst, mal di vivere per il calciatore Adriano, alcol e vita sregolata per Britney Spears.

Il problema per tutti è il “dopo”: «Sono persone il cui unico punto di riferimento è la stella polare del successo» commenta Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico). «E quando lo raggiungono scoprono un vuoto d’identità con frustrazioni insopportabili».

Giuseppe Vercelli, docente di psicologia dell’Università di Torino (Suism), spiega che gli atleti «Si fanno fuorviare dalle questioni esterne legate alle prime glorie. Si può perdere di vista il proprio percorso, con le conseguenze su prestazioni e psiche che ciò comporta». Un rimedio? «Considerare il successo come un percorso a tappe. Dopo l’apice c’è sempre un dopo».

«L’emozione di un successo spesso è seguito da un senso di vuoto, di esaurimento» spiega ancora lo psichiatra Giovanni Battista Cassano. «Lo stress si trasforma da positivo in negativo con conseguenze come depressione o attacchi di panico. Poi c’è chi ha avuto successo e vive nell’ansia di mantenere prestazioni super».

Sembrerà paradossale, e forse a qualcuno farà anche un po’ rabbia: si tratta di personaggi che hanno tutto ciò che un comune mortale può immaginare e invidiare, eppure si sentono vuoti. Con il risultato di lasciarsi andare, o di cedere a eccessi sempre più pericolosi, o di dare corpo a decisioni disperate.

Ma sbaglia chi pensa che sia un problema riservato ai “big”. Il vuoto della vita viene percepito, in misure e in modi diversi, da ognuno di noi, e ognuno di noi tenta di dare una risposta soddisfacente a questa fame interiore.

Cercare le risposte in una serie di traguardi volanti non risolve il problema: si limita a spostarlo più in là. E più in là continuerà ad aspettarci, sornione e implacabile, insieme alle sue domande esistenziali.

Come risposta non si accontenterà di un carnet o di un curriculum. Non conta quel che possediamo né quel che facciamo, ma quel che siamo. Conta la direzione di quel percorso chiamato vita.

I drammi dei personaggi celebri testimoniano che successo, ricchezza, potere non sono la risposta. A margine di un risultato, di un traguardo, di un obiettivo raggiunto c’è sempre un “dopo” da affrontare.

Un “dopo” che non si può comprare, affascinare, comandare. Un “dopo” dove siamo tutti uguali, dove non si bara. E dove quelle domande si fanno più angoscianti che mai.

L’ossessione del “dopo”

“Salto nel buio dopo il successo”: è il titolo di un articolo di Panorama su come “le star che non riescono a gestire la fama sono sempre più numerose” in tutti i settori, dal cinema alla musica, dallo sport alla letteratura.

Come Mickey Rourke, che secondo il suo ultimo regista, Darren Aronovsky: «non ha saputo sostenere il peso del suo successo. Tanti giovani attori si sono autodistrutti, almeno lui non è morto».

Il percorso è simile per tutti: «Prima godono di una manna improvvisa, poi subiscono sbalzi d’umore, depressione e attacchi di panico che talvolta si accompagnano a droga, alcol e chi più ne ha più ne assuma. I casi recenti sono decine».

Paura del successo per la popstar Robbie Williams e la cantante Duffy («Ho voglia di nascondermi, di scomparire da tutto e da tutti, mi sento sopraffatta»), depressione per l’attrice Kirsten Dunst, mal di vivere per il calciatore Adriano, alcol e vita sregolata per Britney Spears.

Il problema per tutti è il “dopo”: «Sono persone il cui unico punto di riferimento è la stella polare del successo» commenta Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico). «E quando lo raggiungono scoprono un vuoto d’identità con frustrazioni insopportabili».

Giuseppe Vercelli, docente di psicologia dell’Università di Torino (Suism), spiega che gli atleti «Si fanno fuorviare dalle questioni esterne legate alle prime glorie. Si può perdere di vista il proprio percorso, con le conseguenze su prestazioni e psiche che ciò comporta». Un rimedio? «Considerare il successo come un percorso a tappe. Dopo l’apice c’è sempre un dopo».

«L’emozione di un successo spesso è seguito da un senso di vuoto, di esaurimento» spiega ancora lo psichiatra Giovanni Battista Cassano. «Lo stress si trasforma da positivo in negativo con conseguenze come depressione o attacchi di panico. Poi c’è chi ha avuto successo e vive nell’ansia di mantenere prestazioni super».

Sembrerà paradossale, e forse a qualcuno farà anche un po’ rabbia: si tratta di personaggi che hanno tutto ciò che un comune mortale può immaginare e invidiare, eppure si sentono vuoti. Con il risultato di lasciarsi andare, o di cedere a eccessi sempre più pericolosi, o di dare corpo a decisioni disperate.

Ma sbaglia chi pensa che sia un problema riservato ai “big”. Il vuoto della vita viene percepito, in misure e in modi diversi, da ognuno di noi, e ognuno di noi tenta di dare una risposta soddisfacente a questa fame interiore.

Cercare le risposte in una serie di traguardi volanti non risolve il problema: si limita a spostarlo più in là. E più in là continuerà ad aspettarci, sornione e implacabile, insieme alle sue domande esistenziali.

Come risposta non si accontenterà di un carnet o di un curriculum. Non conta quel che possediamo né quel che facciamo, ma quel che siamo. Conta la direzione di quel percorso chiamato vita.

I drammi dei personaggi celebri testimoniano che successo, ricchezza, potere non sono la risposta. A margine di un risultato, di un traguardo, di un obiettivo raggiunto c’è sempre un “dopo” da affrontare.

Un “dopo” che non si può comprare, affascinare, comandare. Un “dopo” dove siamo tutti uguali, dove non si bara. E dove quelle domande si fanno più angoscianti che mai.

Le prospettive di Warren

Primo incontro a distanza ravvicinata tra i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, il democratico Barack Obama e il repubblicano John Mc Cain: teatro della sfida, la chiesa evangelica di Lake Forest, in California. Un contesto anomalo per un confronto elettorale, ma fino a un certo punto: nessuno dei due aspiranti presidenti ha un’immagine convincente per l’elettorato evangelico, e nessuno dei due trascura il fatto che proprio questa categoria potrà essere decisiva per la scalata alla Casa Bianca.

Per questo, tra il progressista Obama e il laico Mc Cain, da qui a novembre sarà una gara di allineamenti a un pubblico che probabilmente non amano (se Obama ha idee molto di sinistra sul diritto all’aborto, Mc Cain rivendica una posizione smarcata da vincoli religiosi e refrattaria agli ambienti evangelici più fondamentalisti), ma di cui si rendono conto di non poter fare a meno.

Come riportava Paolo Valentino sul Corriere di oggi, alla fine la sfida di Lake Forest ha visto tre vincitori. Due sono i candidati, che tutto sommato si sono salvati facendo una egregia figura davanti a un pubblico esigente, Obama citando la Bibbia, Mc Cain parlando di fede e di valori. Il terzo vincitore, forse il vero vincitore morale, è Rick Warren, moderatore dell’incontro nonché pastore della chiesa di Lake Forrest.

Warren non è solamente pastore di una comunità che conta migliaia di membri, come molte negli Stati Uniti; è anche un predicatore influente e un affermato autore di best seller cristiani da milioni di copie (per la cronaca sono giunti anche in Italia, pubblicati da Publielim, riscuotendo un successo non trascurabile per l’asfittico contesto editoriale evangelico). Soprattutto, però, risulta uno dei pochi predicatori noti al grande pubblico e percepiti ancora come “puliti”.

Non è facile, per chi assurge a una certa notorietà, dribblare le malelingue e le invidie; non è facile amministrare la fama – che l’essere umano tende sempre a trasformare in idolatria – evitando colpi di testa, leggerezze, sbandate che in passato hanno compromesso gravemente l’autorevolezza di predicatori ispirati ma non abbastanza forti. Non è facile tenersi fuori dai giochi politici, e non è facile nemmeno resistere alla tentazione di approfittare della propria posizione, scodellando ai fedeli qualche dottrina comoda e redditizia (per sé).

È una situazione rara, che non passa inosservata. Per questo Warren, all’interno, viene percepito da molti come un punto di riferimento in un ambiente evangelico frammentato, tendenzioso, conteso come non mai tra integralismi e sincretismi.

E per lo stesso motivo Warren viene indicato dagli osservatori esterni come possibile successore morale di Billy Graham, il predicatore che per cinquant’anni ha suggerito una linea cristiana ai presidenti e ai credenti degli Stati Uniti.

Staremo a vedere.