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Legalità e incoerenze

Gian Antonio Stella non delude, e sui fatti di Rosarno propone una riflessione non convenzionale ma appropriata. Il giornalista del Corriere ha scritto ampiamente su una pagina del nostro passato che vorremmo dimenticare, ricorda che «Anche i nostri nonni furono portati in salvo come i neri di Rosarno. Le autorità furono costrette a organizzare dei treni speciali per sottrarli nel 1896 al pogrom razzista scatenato dai bravi cittadini di Zurigo».

Insomma, «L’abbiamo già vissuta questa storia, dall’altra parte», emigrando dove non c’era lavoro, vivendo in clandestinità tra fame ed emarginazione.

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Un atollo di infelicità

I media avevano dipinto Ben Southall, assistente sociale britannico, come l’uomo più fortunato del pianeta. Alcuni mesi fa, prevalendo tra 34 mila candidati, si era guadagnato “il lavoro più bello del mondo”: sei mesi come ospite su un atollo australiano, la classica incantevole isola deserta, con l’unico impegno di promuovere la località in chiave turistica attraverso il web, a fronte di un compenso di 85 mila euro.

Quando la notizia ha fatto il giro del mondo, lo hanno invidiato un po’ tutti: sei mesi di puro relax da trascorrere tra giornate su spiagge da sogno, notti in una villa da due milioni e mezzo di euro, campo da golf per battere la noia. E una paga da favola (oltre 14 mila euro al mese).

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Se basta un libro

A volte basta un’idea. In questi giorni nelle principali stazioni della metropolitana milanese si trovano alcuni nuovi espositori: sembrano “vetrine” per banali depliant, e invece contengono libri. Concisi, spartani, ma libri.

Si tratta di un’iniziativa interessante: libretti brevi, racconti stampati in formato tascabile e su carta riciclata, che è possibile prelevare gratuitamente per ingannare il tempo tra un viaggio e l’altro.

Il progetto, promosso dall’Associazione Laboratorio E20 e sostenuto economicamente dal Comune di Milano, alla sua ottava edizione propone 13 titoli, dodici racconti e una raccolta di opere di otto poeti, tutti autori esordienti e sotto i 35 anni, i cui lavori sono stati selezionati tra più di un migliaio di opere.

Quattro milioni e mezzo le copie totali stampate, arricchite da copertine che a loro volta sono opere di giovani disegnatori scelti attraverso un concorso parallelo.

L’idea, si diceva, è buona. A fronte di un costo tutto sommato limitato (a prescindere dal finanziamento pubblico) è possibile raggiungere decine (o centinaia) di migliaia di persone che fanno a gara per leggere (e collezionare) i volumetti.

Chissà: magari potrebbe essere uno spunto utile per chi si interroga su quali siano i modi migliori, nel 2009, per raggiungere una società frettolosa, distratta, ma atterrita dalla noia. E affamata di risposte.

Quando il "meno male" non basta

Uno sciopero della fame per sensibilizzare i fedeli alla vita di chiesa: è stata l’idea di un parroco del trevigiano, che da domenica a mercoledì è rimasto nella sua chiesa senza mangiare, per dare una scossa a una situazione che probabilmente aveva raggiunto il livello di guardia.

Don Pellizzari ha passato le 72 ore di digiuno in compagnia di 150 fedeli che si sono alternati a fargli compagnia; ha dormito poco (in tutto otto ore) e il resto del tempo lo ha passato leggendo, pregando (era pur sempre in chiesa…) e preparando una lettera personalizzata per i giovani single 20-40enni della sua parrocchia: un messaggio appassionato, che si concludeva con l’esortazione «Vedi tu se è giunto il momento di ritornare in chiesa».

Risultato: ieri alla funzione domenicale i banchi erano gremiti, anche se – minimizza don Pellizzari – «la chiesa è così piccola che è facile riempirla». Il suo progetto, infatti, va oltre alla presenza domenicale: come riferiva al Corriere del Veneto nei giorni precedenti, “non mi aspetto grossi risultati immediati”.

E in effetti sarebbe ben triste se l’obiettivo del gesto fosse stato solo quello di richiamare in chiesa qualche persona in più per un paio di domeniche, fino a quando il clamore mediatico non si fosse spento.

Il suo scopo, invece, va più in là: i veneti, dice, «si sono impigriti, anche perché a differenza del passato la funzione domenicale non è più una scelta di massa ma personale, che induce ad andare controcorrente. E in un paese di 1500 anime differenziarsi non è facile per un giovane».

Don Pellizzari prende atto di come la partecipazione sia non sia più “una scelta di massa ma personale”. È una tendenza che va avanti ormai da cinquant’anni: se una volta si contavano e additavano i “senzadio” che alla domenica disertavano le funzioni, oggi è il contrario. Un bene? Un male?

La verità, inevitabilmente, sta nel mezzo. Proprio come quando qualcuno, forse dopo un ragionamento un po’ superficiale, di fronte all’esclamazione “Non c’è più religione” risponde “Meno male”.

La religione non è il male assoluto. Anzi, per certi versi le deve venir riconosciuta una funzione positiva anche da parte di chi la contrappone al rapporto personale con Dio.

È infatti vero che siamo chiamati a un impegno cristiano personale e coerente, ma è altrettanto vero che per chi non intende seguire questa strada, la “religione” – intesa come insieme di regole, indicazioni, principi di ispirazione biblica – è stata per generazioni un punto di riferimento.

Volenti o nolenti proprio quella religione, rappresentata anche dalla partecipazione formale – certamente un po’ ipocrita – a una riunione domenicale, ha favorito la conoscenza, se non il rispetto, di una moralità che invece oggi, in tempi di relativismo e di superficiali “meno male”, abbiamo definitivamente perso di vista: non c’è più religione, né sembra siamo in grado di comunicare quei principi in altre forme con altrettanta efficacia.

E allora sì, ben venga la “scelta personale” e non più “di massa”, che evita inutili formalismi e false illusioni e riscopre il cuore del messaggio evangelico. Nella speranza, però, che questa rinnovata consapevolezza personale possa allargarsi, se non alla massa, comunque a un numero sempre maggiore di persone, attraverso la testimonianza cristiana coerente e costante di chi crede davvero.

Solo quando i cristiani – i veri cristiani – si saranno fatti rispettare come un punto di riferimento credibile per la società, la religione non servirà davvero più. E potremo esclamare tutti insieme con sollievo “meno male”.

Quando il “meno male” non basta

Uno sciopero della fame per sensibilizzare i fedeli alla vita di chiesa: è stata l’idea di un parroco del trevigiano, che da domenica a mercoledì è rimasto nella sua chiesa senza mangiare, per dare una scossa a una situazione che probabilmente aveva raggiunto il livello di guardia.

Don Pellizzari ha passato le 72 ore di digiuno in compagnia di 150 fedeli che si sono alternati a fargli compagnia; ha dormito poco (in tutto otto ore) e il resto del tempo lo ha passato leggendo, pregando (era pur sempre in chiesa…) e preparando una lettera personalizzata per i giovani single 20-40enni della sua parrocchia: un messaggio appassionato, che si concludeva con l’esortazione «Vedi tu se è giunto il momento di ritornare in chiesa».

Risultato: ieri alla funzione domenicale i banchi erano gremiti, anche se – minimizza don Pellizzari – «la chiesa è così piccola che è facile riempirla». Il suo progetto, infatti, va oltre alla presenza domenicale: come riferiva al Corriere del Veneto nei giorni precedenti, “non mi aspetto grossi risultati immediati”.

E in effetti sarebbe ben triste se l’obiettivo del gesto fosse stato solo quello di richiamare in chiesa qualche persona in più per un paio di domeniche, fino a quando il clamore mediatico non si fosse spento.

Il suo scopo, invece, va più in là: i veneti, dice, «si sono impigriti, anche perché a differenza del passato la funzione domenicale non è più una scelta di massa ma personale, che induce ad andare controcorrente. E in un paese di 1500 anime differenziarsi non è facile per un giovane».

Don Pellizzari prende atto di come la partecipazione sia non sia più “una scelta di massa ma personale”. È una tendenza che va avanti ormai da cinquant’anni: se una volta si contavano e additavano i “senzadio” che alla domenica disertavano le funzioni, oggi è il contrario. Un bene? Un male?

La verità, inevitabilmente, sta nel mezzo. Proprio come quando qualcuno, forse dopo un ragionamento un po’ superficiale, di fronte all’esclamazione “Non c’è più religione” risponde “Meno male”.

La religione non è il male assoluto. Anzi, per certi versi le deve venir riconosciuta una funzione positiva anche da parte di chi la contrappone al rapporto personale con Dio.

È infatti vero che siamo chiamati a un impegno cristiano personale e coerente, ma è altrettanto vero che per chi non intende seguire questa strada, la “religione” – intesa come insieme di regole, indicazioni, principi di ispirazione biblica – è stata per generazioni un punto di riferimento.

Volenti o nolenti proprio quella religione, rappresentata anche dalla partecipazione formale – certamente un po’ ipocrita – a una riunione domenicale, ha favorito la conoscenza, se non il rispetto, di una moralità che invece oggi, in tempi di relativismo e di superficiali “meno male”, abbiamo definitivamente perso di vista: non c’è più religione, né sembra siamo in grado di comunicare quei principi in altre forme con altrettanta efficacia.

E allora sì, ben venga la “scelta personale” e non più “di massa”, che evita inutili formalismi e false illusioni e riscopre il cuore del messaggio evangelico. Nella speranza, però, che questa rinnovata consapevolezza personale possa allargarsi, se non alla massa, comunque a un numero sempre maggiore di persone, attraverso la testimonianza cristiana coerente e costante di chi crede davvero.

Solo quando i cristiani – i veri cristiani – si saranno fatti rispettare come un punto di riferimento credibile per la società, la religione non servirà davvero più. E potremo esclamare tutti insieme con sollievo “meno male”.