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Deliri arancioni

Alla fine il parroco arancione, «il reverendo di Obdam, Paul Vlaar, è stato sospeso perché “non ha rispettato la sacra natura eucaristica”»

I superiori hanno inflitto al prete una “pausa obbligata” dopo che, «alla vigilia della finale dei “Mondiali” fra gli Orange e la Spagna aveva celebrato una messa propiziatoria vestendo una stola del colore della nazionale e tenendo in mano un pallone da calcio».

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In fila con rispetto

Possiamo chiamarli usi e costumi, consuetudini, o addirittura cultura, la sostanza non cambia: ci sono alcuni comportamenti che, a certe latitudini, vengono percepiti in maniera diversa e che possono dare vita ad attriti tra etnie diverse.

Il Daily Mail ha annunciato in anteprima che il governo britannico intende inserire un altro standard tra le richieste da ottemperare quando si richieda la cittadinanza: la capacità di rispettare le file.

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La cosa giusta

Qual è la cosa giusta? Nella vita o su un campo di calcio non è facile individuarla. E quando si pensa di averla trovata, il contesto finisce per metterla in discussione.

Ne sa qualcosa Bepi Pillon, allenatore dell’Ascoli, da sabato soprannominato “mister correttezza” per un gesto senza precedenti. La sua squadra ha segnato un gol con un avversario a terra, e quindi senza rispettare il patto tra gentiluomini di solito osservato in questi casi; Pillon – dice lui “d’accordo con la squadra” – ha ordinato ai suoi di fermarsi e di lasciar segnare gli avversari per ristabilire la parità e ripartire con il gioco ad armi pari.
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L'amore ai tempi di Almodovar

«Il Papa dovrebbe abbandonare la visione tradizionale della famiglia, uscire dal Vaticano e mescolarsi fra la gente per rendersi conto di come funzionano le famiglie moderne». L’invito polemico – segnala Repubblica – arriva da uno dei registi più celebri e ammirati della scena internazionale, Pedro Almodovar.

Secondo il regista «non ha alcun significato il fatto che il Papa riconosca solo la variante cattolica della famiglia… Da oltre vent’anni – dice il regista – faccio film in cui la famiglia è composta da un gruppo di persone, al centro delle quali c’è un piccolo essere, di cui tutti si occupano, un essere che amano e del quale soddisfano i bisogni, a prescindere dal fatto che il gruppo sia formato da genitori separati, travestiti, transessuali o monache malate di Aids».

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L’amore ai tempi di Almodovar

«Il Papa dovrebbe abbandonare la visione tradizionale della famiglia, uscire dal Vaticano e mescolarsi fra la gente per rendersi conto di come funzionano le famiglie moderne». L’invito polemico – segnala Repubblica – arriva da uno dei registi più celebri e ammirati della scena internazionale, Pedro Almodovar.

Secondo il regista «non ha alcun significato il fatto che il Papa riconosca solo la variante cattolica della famiglia… Da oltre vent’anni – dice il regista – faccio film in cui la famiglia è composta da un gruppo di persone, al centro delle quali c’è un piccolo essere, di cui tutti si occupano, un essere che amano e del quale soddisfano i bisogni, a prescindere dal fatto che il gruppo sia formato da genitori separati, travestiti, transessuali o monache malate di Aids».

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Vita (poco) intelligente,

Qual è stato l’anno più importante della storia?

Non si tratta di un quiz ma una domanda posta qualche settimana fa da Intelligent Life, supplemento dell’Economist. Qualche malizioso potrebbe concludere che l’inserto in questione non deve essere poi così intelligente se perde tempo con domande così oziose, ma – nonostante l’obiezione non sia insensata – bisogna spezzare una lancia nei confronti del periodico: si tratta di una domanda tipicamente estiva, quando le notizie scarseggiano e i giornali di tutto il mondo si buttano sul “colore” o su inchieste senza troppo mordente.

E insomma: qual è stato l’anno che ha cambiato il mondo? «Gli esperti consultati dalla rivista – racconta Repubblica – naturalmente non raggiungono un accordo. Al massimo, in una discussione del genere, ciascuno può dire la sua».

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Quella serenità così sfuggente

Quali sono i comportamenti più fastidiosi, in aereo? British Airways ha condotto una serie di interviste a viaggiatori non britannici, ricavando una top ten dei modi di fare più irritanti.

Tra questi, spiccano l’abitudine di dare calci al sedile davanti al proprio, l’uso di lasciar scorrazzare i figli avanti e indietro per i corridoi, la fretta di scendere appena il velivolo apre i portelloni, la loquacità dei viaggiatori che intavolano discorsi inutili, il suono (o, più spesso, il rumore) che esce dalle cuffie di chi sta ascoltando musica.

Nel prontuario che è stato realizzato dopo questo sondaggio, la compagnia di bandiera britannica non ha trovato di meglio che consigliare ai viaggiatori di salire a bordo sereni. Facile a dirsi, dirà qualcuno: chi mai ama viaggiare irritato? Eppure forse il suggerimento, per quanto banale, ci permette di riflettere su un aspetto che spesso trascuriamo.

Ciò che succede quando viaggiamo – ma anche quando stiamo a casa, siamo al supermercato, pazientiamo in fila alla posta, guidiamo, facciamo acquisti – lo percepiamo secondo la nostra prospettiva.

Lo stesso episodio può suscitare una risata o una sfuriata: la reazione dipende dal nostro stato d’animo. Quando siamo irritati o nervosi ci dà fastidio qualsiasi dettaglio, anche il più insignificante: una frase scontata, l’andatura di chi ci precede, il gesto di un collega.

In questi casi ogni imprevisto contribuisce ad amplificare il nostro disagio, e credere che il mondo ce l’abbia con noi diventa un alibi al nostro fastidio interiore.
Sì, perché – a voler essere onesti – possiamo riconoscere che il disagio nasce dentro di noi, non attorno a noi. Ed è sintomo di una significativa mancanza di serenità.

La serenità è una questione delicata.
C’è chi si illude di trovarla negli eccessi, e chi nella cadenza regolare di una vita ordinaria; qualcuno tenta di trovarla negli oggetti o le persone di cui si circonda.

Tutto questo può aiutare, ma non basta. Perché niente e nessuno, in questo mondo, può toccarci – e cambiarci – dentro. Nemmeno noi stessi.

Fino a prova contraria, la serenità non nasce da una vita senza imprevisti né da una situazione economica agiata. E anche una generica ricerca spirituale non basta, fino a quando non comprendiamo un concetto essenziale: la serenità nasce dalla consapevolezza del nostro ruolo.

Osservando le vicende dell’umana commedia, è difficile non intravedere alcuni elementi che accomunano epoche e latitudini. La tendenza umana a migliorare la propria condizione di partenza. Il desiderio di individuare la propria identità. Il bisogno di interagire con gli altri. La ricerca della libertà. La necessità di dare uno scopo ragionevole alla propria vita. L’individuazione di una prospettiva più ampia (e convincente) sul senso dell’esistenza e sul “dopo”.

Solo trovando queste risposte è possibile acquisire una serenità soddisfacente, stabile, non illusoria. Qualcuno potrà obiettare che, quelle risposte, non è difficile trovarle, spaziando tra politica (la libertà), filosofia (l’identità), la solidarietà sociale (lo scopo), le dottrine orientali (il senso della vita). E infatti è vero.

Il problema è trovare una soluzione che riesca, da sola, a rispondere a tutte le domande. La politica, la filosofia, l’impegno sociale, le dottrine orientali riconoscono – con onestà – la parzialità delle loro proposte.

Scartando i vari candidati ne resta uno solo: l’unico che, nella storia dell’umanità, ha avuto il coraggio di affermare “Io sono la via, la verità e la vita”, e ha aggiunto “venite a me… e io vi darò riposo”.

Se sia vero o solo una boutade, lo possono testimoniare milioni di persone che hanno creduto nel suo messaggio e in quel messaggio hanno trovato le risposte. E, con quelle risposte, la pace.

A cominciare dal raccoglimento

«Se si vuole c’è tempo per tutto. A cominciare dal raccoglimento spirituale e dalla preghiera»: parole di Ettore Bernabei, “il signore della televisione”, al vertice della Rai per una generazione e attualmente, alla bella età di 88 anni, produttore televisivo.

Si tratta dunque di una voce autorevole in fatto di lavoro intenso, ritmi ossessivi, impegni debordanti. Bernabei, dopo mezzo secolo abbondante di onorato servizio nel settore pubblico potrebbe starsene comodamente in pensione, e invece continua a portare avanti una sorprendente serie di attività: un manager per vocazione, più che per passione o necessità.

Non ha tempo di annoiarsi, eppure è categorico in relazione alla sua vita spirituale. C’è tempo per tutto, a cominciare dal raccoglimento spirituale.

Sarà un caso, ma nell’intervista dice proprio “a cominciare da”. Sembra quasi paradossale pensare che, molto spesso, quel raccoglimento spirituale che per Bernabei viene “prima di tutto” noi lo mettiamo in fondo. Lo teniamo per le riserve di tempo anche se siamo consapevoli che ci sarà difficile trovare un momento libero ed energie sufficienti alla fine della giornata.

“Non ho tempo”, è una delle scuse più comuni quando si parla di vita spirituale. Una recente catena telematica faceva notare che se maneggiassimo la Bibbia nella misura in cui usiamo il cellulare (fateci caso, ormai è diventato una mania: lo usiamo per telefonare, per inviare messaggi, ma anche per controllare se c’è segnale, per verificare se ci siamo persi qualche chiamata…), la nostra vita spirituale sarebbe molto più ricca.

Anche in un’epoca precedente al boom dei cellulari, un personaggio autorevole (più di Bernabei) rivelava che con il suo raccoglimento spirituale voleva “risvegliare l’alba”, che all’alba cercava Dio, che la sua lode si elevava al mattino. Trattandosi di un capo di stato, viene da pensare che non fosse solo una questione di insonnia, o una particolare predisposizione agli orari mattutini.

Forse quel personaggio aveva capito prima degli altri che la giornata non è mai abbastanza lunga, che la sera arriva troppo presto, che gli imprevisti sono all’ordine del giorno, che lo stress e la fatica non permettono di garantire un dopocena lucido.

Forse proprio in considerazione di tutto questo il re Davide – l’avrete capito, il personaggio è lui – aveva deciso di cominciare la giornata con Dio, prima di tuffarsi nei pressanti impegni di un’agenda che non concede tregua.

Il raccoglimento, la devozione, la preghiera quotidiana non sono optional per la vita del cristiano, e non sono nemmeno una spesa.

Sono, invece, il migliore investimento che un cristiano sensato possa fare per aprire la sua giornata nel migliore dei modi: e, con il tempo, ci sorprenderemo a scoprire che non sarà solo un investimento dal punto di vista spirituale, ma anche sul piano operativo.

Quel dolore nascosto sotto i portici

Una ricerca dell’università di Bocconi di Milano getta una nuova luce sui clochard che vivono nelle strade della metropoli: «Sono uomini, istruiti, nel pieno della vita… sono persone comuni: l’età media è 40 anni, il titolo di studio più frequente è il diploma di scuola superiore».

Forse il dato più sorprendente è proprio quello relativo al grado di istruzione: «Su circa 4mila senzatetto intervistati, il 30 per cento dichiara di aver concluso gli studi superiori, il 7 per cento di aver addirittura conseguito la laurea».

Non sono fannulloni, ma lavorano quando e come possono: in un periodo difficile per tutti, spesso non ricavano più di un’occupazione interinale o di qualche attività in nero.

Le ragioni della loro vita raminga sono meno scontate di quel che si pensa. Per gli stranieri «la vita per strada è una condizione temporanea, dovuta all’immigrazione. Chi arriva nel nostro paese spesso non ha lavoro, non conosce la lingua, non ha i documenti in regola. Per questo non riesce a trovare casa e si accontenta del marciapiede, almeno i primi tempi».

Il clochard italiano, invece, «nella maggior parte dei casi ha subito un grave trauma: ha divorziato, perso il lavoro, si è ritrovato senza casa da un giorno all’altro».

Stando alla ricerca della Bocconi, quindi, è lontano dalla verità lo stereotipo del barbone alcolista: «droga e dipendenza dall’alcol coinvolgono solo il nove per cento dei clochard».

Insomma, per le anime in pena che i milanesi scorgono sotto i portici del centro cittadino alla sera infagottate in una coperta e circondate di stracci, «dormire in strada non è una scelta, ma la conseguenza di traumi sociali e familiari».

Il Giornale, commentando l’indagine, nota giustamente che si tratta di un quadro molto lontano dall’immaginario collettivo. Noi aggiungiamo che questa indagine offre una nuova possibilità: non ai clochard, ma a noi.

A quanto pare sono pochi i barboni-filosofi raccontati spesso nei telegiornali, personaggi eccentrici che rivendicano la loro libertà anche a costo di una rinuncia parziale alla dignità.

La maggior parte dei senzatetto vive una realtà molto più prosaica: dietro quelle facce spaurite e sporche si nasconde un dolore, un dramma, una disgrazia.

Spesso li guardiamo con indifferenza, fastidio, forse anche con un po’ di paura. Magari da oggi potremo osservarli con occhi nuovi.