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Il natale che non è

La migliore riflessione relativa a questo natale probabilmente l’ha scritta Claudio Magris, intellettuale laico, che lunedì 21 sul Corriere rifletteva su “Il natale e l’obbligo della felicità” (l’intervento completo è qui).

«A Lima – scrive Magris -, negli ultimi anni, durante la settimana di Natale la percentuale dei suicidi aumenta del 35%… Natale è una celebrazione degli affetti familiari, di una raccolta felicità, e chi se ne sente privo o povero ne soffre certo sempre, ma particolarmente in quei giorni. Giorni in cui si ostenta quel calore che gli manca e la cui mancanza si fa più acuta e talora insostenibile. Quel 35 per cento in più di morti disperati pesa come un dies irae».

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Mediamente male

Nella sua semplicità è geniale il sistema messo a punto da due studiosi – un matematico e un informatico – per “misurare la felicità” degli americani.

Hanno creato un sistema di algoritmi capace di prendere in considerazione oltre due milioni di blog e utenti twitter, pescando di volta in volta gli interventi che si aprono con “mi sento…” (“I feel…”).

Poi hanno dato ai vocaboli più comuni un punteggio da 1 a 10: “paradiso” o “trionfo”, per esempio, sfiorano il 9, suicidio è sotto il 2.

In base a questo schema i due studiosi sono stati in grado di misurare l’umore degli utenti, e – visti i numeri – fare una media più o meno verosimile del sentimento comune nella pubblica opinione, almeno quella che naviga in rete.

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L'opportunità di una vittoria

Ieri sera chi ha seguito fino alla fine il collegamento di RaiUno con il Sudafrica, dove si svolgeva la finale della Confederations Cup, si sarà accorto di quanti calciatori della nazionale brasiliana, nel festeggiare la vittoria, abbiano comunicato la loro fede cristiana: non solo Ricardo Kakà, con la sua classica canotta “I belong to Jesus”, ma anche il capitano della squadra, Lùcio e altri indossavano la t-shirt con la scritta “I love Jesus”: una maglietta esposta bene in vista perfino mentre alzavano la coppa.

Poco prima, al termine della sfida vinta contro gli Stati Uniti, la nazionale ha ripetuto l’esperienza del mondiale vinto nel 2002: in ginocchio, in mezzo al campo, a pregare insieme.

Era, va detto, un bel colpo d’occhio vedere una ventina di adulti, tutti miliardari e felici, che festeggiano senza folleggiare, ma con sobrietà e riconoscenza verso Dio.

Sia chiaro: Dio avrebbe anche potuto farli perdere, perché non è un Dio che promette il successo o la prosperità secondo i nostri parametri, e a volte la nostra vita cristiana trae beneficio dalle sconfitte più che dalle vittorie.

Quel che conta, nel contesto della partita di Johannesburg, è che i brasiliani non hanno perso l’occasione per parlare della loro fede.

Viene da chiedersi se noi, di fronte alle piccole e grandi sfide di ogni giorno, siamo altrettanto coerenti con la nostra fede, o se di fronte a una vittoria dimentichiamo rapidamente quel senso di gratitudine verso Dio che già di per sé sarebbe una efficace testimonianza della nostra considerazione e dei nostri sentimenti verso di lui.

L’opportunità di una vittoria

Ieri sera chi ha seguito fino alla fine il collegamento di RaiUno con il Sudafrica, dove si svolgeva la finale della Confederations Cup, si sarà accorto di quanti calciatori della nazionale brasiliana, nel festeggiare la vittoria, abbiano comunicato la loro fede cristiana: non solo Ricardo Kakà, con la sua classica canotta “I belong to Jesus”, ma anche il capitano della squadra, Lùcio e altri indossavano la t-shirt con la scritta “I love Jesus”: una maglietta esposta bene in vista perfino mentre alzavano la coppa.

Poco prima, al termine della sfida vinta contro gli Stati Uniti, la nazionale ha ripetuto l’esperienza del mondiale vinto nel 2002: in ginocchio, in mezzo al campo, a pregare insieme.

Era, va detto, un bel colpo d’occhio vedere una ventina di adulti, tutti miliardari e felici, che festeggiano senza folleggiare, ma con sobrietà e riconoscenza verso Dio.

Sia chiaro: Dio avrebbe anche potuto farli perdere, perché non è un Dio che promette il successo o la prosperità secondo i nostri parametri, e a volte la nostra vita cristiana trae beneficio dalle sconfitte più che dalle vittorie.

Quel che conta, nel contesto della partita di Johannesburg, è che i brasiliani non hanno perso l’occasione per parlare della loro fede.

Viene da chiedersi se noi, di fronte alle piccole e grandi sfide di ogni giorno, siamo altrettanto coerenti con la nostra fede, o se di fronte a una vittoria dimentichiamo rapidamente quel senso di gratitudine verso Dio che già di per sé sarebbe una efficace testimonianza della nostra considerazione e dei nostri sentimenti verso di lui.