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… si può dire “Pasqua”?

C’è chi si pregia di non celebrare le feste, ed evita accuratamente ogni sorta di messaggio augurale, ostentando con i malcapitati interlocutori un soddisfatto “io non festeggio”.

C’è chi, invece, non si crea problemi, e passa le giornate di festa con i familiari, di fronte a decine di portate, perdendo di vista le ragioni della festa, ma senza sentirsi in colpa perché “tutto è puro per i puri”.

C’è, a dire il vero, anche chi festeggia ricordando il significato della celebrazione, magari ripercorrendo le parti dei vangeli che raccontano i fatti rievocati nel periodo e ringraziando Dio per il suo intervento: si tratta di una minoranza, ma è bello sapere che qualcuno la vede anche così.

Non siamo qui per emettere giudizi di conformità: speriamo solo che ognuno abbia valutato il proprio comportamento attraverso una lettura onesta e organica di quel che dice la Bibbia.

Non ci stupisce, dicevamo, chi festeggia o non festeggia. Ci stupisce, semmai, chi si astiene dal festeggiare cristianamente la pasqua, ma poi diffonde messaggi di auguri per il nuovo anno, per i compleanni, per altre ricorrenze. Non che sia sbagliato, beninteso: ma è una questione di coerenza.

Per quanto mi riguarda, nella libertà cristiana, estendo a tutti gli amici di biblicamente la speranza e l’augurio (nell’accezione migliore del termine, per carità) di una buona pasqua: che sia un’occasione per rinnovare la nostra gratitudine verso Dio, nell’autentico ricordo di Gesù Cristo, morto al posto nostro e risorto per donare la vita a tutti coloro che ripongono la loro speranza in lui.

Pillole di tenerezza

Negli Stati Uniti spopolano i “Cuddle Parties”, feste a base di coccole: una dozzina di persone pagano tra i 20 e i 40 dollari per incontrarsi e scambiarsi tenerezze. Al bando la passione e le cattive intenzioni: i partecipanti desiderano dare e ricevere solo affetto.

«E’ un’idea carina ma nasconde un sistema fuorviante – spiega la sessuologa Francesca Romana Tiberi – e può avere solo un effetto placebo. Il sollievo è transitorio, un po’ come se si prendesse un ansiolitico, e una volta passato il momento ci si sente ancora più soli».

Insomma: cercare affetto puntando su formule anomale è solo una conseguenza di un approccio sbagliato ma diffuso, e gli americani – al solito – hanno semplicemente monetizzato la tendenza. Però rende bene l’idea dell’epoca disperata che stiamo vivendo.

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C'è chi dice sì

Le feste stanno per arrivare, e ognuno si prepara secondo la propria inclinazione e la propria coscienza: c’è chi dice “natale” e pensa a luci, alberi, regali; chi all’intimità (o all’allegra confusione) di una giornata in famiglia; chi a  concerti ed evangelizzazioni; chi alla serenità di letture, riflessioni, ritiri spirituali.

C’è anche chi riesce a distogliere lo sguardo da se stesso e si concentra sugli altri: è raro, ma capita.
A testimoniarlo c’è una lettera che ci è giunta in redazione in questi giorni:

Buongiorno,

vi scrivo per avere alcune informazioni.
Vorrei passare un Natale speciale, vorrei fare volontariato aiutando le persone.

Per questo vi scrivo, mi piacerebbe sapere se potreste indicarmi qualche opera di aiuto (bambini, anziani, mense per poveri, ragazzi down…), dove poter aiutare le persone a passare un Natale migliore, e soprattutto portare la PAROLA DI DIO.

Vi ringrazio anticipatamente per l’attenzione prestatami,

DIO VI BENEDICA

sono lettere di persone semplici, sconosciute, ma che denotano un grande cuore.Lettere rare, ma che non passano inosservate.
Lettere che mettono noi per primi a confronto con la nostra ordinarietà, la limitatezza dei nostri orizzonti, la pochezza dei nostri programmi.

Spesso “le feste”, circonlocuzione che normalmente si usa per evitare un termine cui molti cristiani sembrano allergici, sono un’occasione sprecata. L’alibi di una festa che non celebriamo ci autorizza, nella nostra logica limitata, a smarcarci da qualsiasi impegno legato al periodo: pensiamo che qualunque riferimento alla festa suonerebbe troppo carnale per costruirci sopra un’occasione di testimonianza cristiana.

Peccato che la Bibbia, pur senza parlare del 25 dicembre, ci dica esattamente il contrario. Ci dice di cogliere tutte le occasioni.  Di approfittare di ogni opportunità. Ci dice di farci greci con i greci e giudei con i giudei per raggiungerli con il messaggio di speranza contenuto nel vangelo.

C’è chi dice no. Ma, grazie a Dio, c’è anche chi dice sì. Chi non si preoccupa di una data, ma dell’amore che può donare. Chi non si lascia turbare da quel che pensano gli altri, e desidera solo comunicare la gioia della propria fede anche a fine dicembre, a prescindere da ogni considerazione ulteriore. Chi desidera utilizzare quella manciata di giorni festivi per far felici anche altri, e non solo la propria famiglia.

Di fronte a questi esempi di altruismo cristiano ci sentiamo piccoli. Ed è un bene, se ci aiuta a crescere.

God bless you, merry gentleman.

C’è chi dice sì

Le feste stanno per arrivare, e ognuno si prepara secondo la propria inclinazione e la propria coscienza: c’è chi dice “natale” e pensa a luci, alberi, regali; chi all’intimità (o all’allegra confusione) di una giornata in famiglia; chi a  concerti ed evangelizzazioni; chi alla serenità di letture, riflessioni, ritiri spirituali.

C’è anche chi riesce a distogliere lo sguardo da se stesso e si concentra sugli altri: è raro, ma capita.
A testimoniarlo c’è una lettera che ci è giunta in redazione in questi giorni:

Buongiorno,

vi scrivo per avere alcune informazioni.
Vorrei passare un Natale speciale, vorrei fare volontariato aiutando le persone.

Per questo vi scrivo, mi piacerebbe sapere se potreste indicarmi qualche opera di aiuto (bambini, anziani, mense per poveri, ragazzi down…), dove poter aiutare le persone a passare un Natale migliore, e soprattutto portare la PAROLA DI DIO.

Vi ringrazio anticipatamente per l’attenzione prestatami,

DIO VI BENEDICA

sono lettere di persone semplici, sconosciute, ma che denotano un grande cuore.Lettere rare, ma che non passano inosservate.
Lettere che mettono noi per primi a confronto con la nostra ordinarietà, la limitatezza dei nostri orizzonti, la pochezza dei nostri programmi.

Spesso “le feste”, circonlocuzione che normalmente si usa per evitare un termine cui molti cristiani sembrano allergici, sono un’occasione sprecata. L’alibi di una festa che non celebriamo ci autorizza, nella nostra logica limitata, a smarcarci da qualsiasi impegno legato al periodo: pensiamo che qualunque riferimento alla festa suonerebbe troppo carnale per costruirci sopra un’occasione di testimonianza cristiana.

Peccato che la Bibbia, pur senza parlare del 25 dicembre, ci dica esattamente il contrario. Ci dice di cogliere tutte le occasioni.  Di approfittare di ogni opportunità. Ci dice di farci greci con i greci e giudei con i giudei per raggiungerli con il messaggio di speranza contenuto nel vangelo.

C’è chi dice no. Ma, grazie a Dio, c’è anche chi dice sì. Chi non si preoccupa di una data, ma dell’amore che può donare. Chi non si lascia turbare da quel che pensano gli altri, e desidera solo comunicare la gioia della propria fede anche a fine dicembre, a prescindere da ogni considerazione ulteriore. Chi desidera utilizzare quella manciata di giorni festivi per far felici anche altri, e non solo la propria famiglia.

Di fronte a questi esempi di altruismo cristiano ci sentiamo piccoli. Ed è un bene, se ci aiuta a crescere.

God bless you, merry gentleman.

Luci senza la Luce

Si comincia già a parlare di natale, e le prime notizie, che arrivano da Oxford, non sono rassicuranti.  Segnalano le testate che il consiglio comunale della cittadina inglese ha deciso di cancellare la parola “Christmas”, Natale, dalle celebrazioni di fine anno per rendere i festeggiamenti “più inclusivi”.

Al posto del tradizionale Christmas verrà proposto un “Winter light festival”, festa della luce d’inverno. Che suona anche suggestiva, come definizione, ma è un’altra cosa.

La trovata non è piaciuta a nessuno, creando un inedito asse trasversale che passa per i cristiani e arriva agli islamici e agli ebrei.

Il vicesindaco di Oxford minimizza: «Ci sarà un albero di Natale in città, anche se lo chiameremo diversamente»; e, senza rendersene conto, ha toccato il cuore del problema.

Il natale, come festa di ispirazione cristiana, è il ricordo di un evento molto preciso: la nascita di Gesù. Va da sé che eliminare Gesù dal natale è come organizzare una festa di compleanno senza invitare il festeggiato.

D’accordo: contrariamente a ogni logica, bisogna ammettere che il natale non è una festa propriamente cristiana, che non è stata istituita da Gesù né se ne trova traccia nella Bibbia, che buona parte dell’immaginario natalizio (alberi, buoi, asinelli, luminarie e via festeggiando) non ha attinenza con il racconto della natività contenuto nei vangeli (verificare per credere), che il periodo natalizio molto probabilmente non c’entra per nulla con quello in cui Gesù effettivamente nacque, e che la scelta del 25 dicembre affonda le sue radici in una religiosità pagana.

Tutto vero. Eppure l’idea di ricordare la nascita di Cristo, per quanto non strettamente biblica, non è sbagliata in partenza: il problema è il “come”, non il “cosa”.

Il diavoletto Berlicche avrebbe consigliato al suo interlocutore: «se vuoi far dimenticare la fede, non convincerli ad abolire le feste: svuotale del loro significato».

Una linea vincente ieri come oggi: fino a ieri il pericolo era la tradizione, che faceva perdere di vista i caratteri genuini della natività e quindi copriva il ricordo vero di Cristo – il significato della sua venuta al mondo – con mille falsi miti capaci di distogliere l’attenzione dei credenti; oggi, invece, per togliere significato alla festa è sufficiente sbandierare un malinteso senso di rispetto, secondo il quale la maggioranza non deve imporre, anteporre, e nemmeno proporre alcunché di caratterizzante.

La strategia funziona, a giudicare dalle cronache, anche se qualche volta il legislatore – qui è un sindaco, ma talvolta si tratta di un preside, un caporeparto e così via – finisce per essere più realista del re, tanto da far prendere le distanze perfino a coloro che vorrebbe tutelare.

Con un paradosso: mentre i musulmani e gli ebrei si dicono “delusi e offesi” da un’iniziativa che considerano fuori luogo (e, forse, controproducente sul piano dell’immagine), probabilmente il sindaco si troverà invece difeso da quei cristiani che, travolti dalla furia iconoclasta, non riescono a distinguere il ricordo dalla tradizione, il simbolo dall’immagine, la commemorazione dal rito.