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Ritrosie letterarie

Perché i giovani italiani leggono meno dei loro coetanei europei, ma partecipano a numerosi festival culturali? «perché in realtà – commentava Lucetta Scaraffia sul Corriere di ieri – i festival non implicano il leggere, bensì il semplice coinvolgimento inelle più varie manifestazioni, fondate sul semplice ascolto. Ma, si sa, ascoltare è una pratica collettiva, che può essere vissuta come “un’emozione”, laddove leggere, invece, richiede impegno individuale, concentrazione. Ed è proprio questo di tipo d’impegno che i giovani non sembrano avere troppa voglia».

Vero. In questa società rutilante e chiassosa tutte le attività personali, intime, riflessive vengono trascurate: conta apparire e parlare (magari “senza sapere cosa dici”, come recitava un ironico controslogan). Leggere arricchisce, ma non dà la possibilità di dimostrarlo: mica facile, in una compagnia interessata solo agli ultimi modelli di cellulari, intavolare una discussione sul senso della provvidenza nei Promessi Sposi o sul destino infelice di Papà Goriot. E poi, avete mai sentito un tronista o un altro cittadino dei talk-show cimentarsi in una citazione letteraria anche modesta?

La cultura non si esibisce: si coltiva. È un valore aggiunto, non uno scopo. Quindi, non è monetizzabile al cambio dei valori odierni: e se non aiuta a dare visibilità, non serve.

I festival vedono la partecipazione dei giovanissimi, ma nelle librerie e nelle biblioteche il numero dei teenager è desolante. Come dire: se proprio cultura deve essere, che sia qualcosa di spettacolare. Un grande happening, capace di offrire uno spunto di dialogo spicciolo, buono anche in ascensore.

D’altronde “sai chi ho visto?” in termini di attenzione rende certamente più di “sai cos’ho letto?”. E richiede meno fatica.