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La felicità in un vagone del metrò

Metropolitana milanese, metà pomeriggio di una domenica qualsiasi. Su un vagone della linea rossa c’è un gruppo di sudamericani che si sta per mettere a suonare.

Sul momento pensi che si tratti del consueto numero artistico per racimolare qualche moneta, ma ti accorgi subito che qualcosa non quadra: troppo ordinati (con tutto il rispetto per i rom bohemienne), troppo “classici” nel modo di vestire.

E poi quei volantini in mano, e quei volumi sotto braccio… no, intuisci subito che si tratta di qualcosa di diverso: è un gruppetto di credenti evangelici.

Un’evangelizzazione in metropolitana? No, come ogni domenica pomeriggio stanno andando al culto nella loro chiesa, e lo fanno cantando e suonando, preparandosi con il cuore allegro alla riunione.

Ti torna in mente quel Salmo che dice «Mi son rallegrato quando m’hanno detto: “Andiamo alla casa del SIGNORE”».

E ti chiedi se sia così, magari in forma meno vivace, per tutti i cristiani coerenti. Ti chiedi se questo “andare alla casa del Signore” sia contraddistinto per tutti dalla gioia, dal desiderio di essere preparati al momento di serenità e comunione che si vivrà di lì a poco, o se magari invece il nostro “andare alla casa del Signore” sia caratterizzato piuttosto dalla fretta, dal nervosismo, da sentimenti poco consoni.

Ti chiedi se mai li rivedrai, quei cinque musicisti armati di chitarre, flauti, percussioni, in una domenica d’autunno qualsiasi. In fondo ti hanno fatto riflettere. E ti hanno illuminato il pomeriggio.