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Vecchiaia, il concetto proibito

In un mondo che vuole cancellare i segni dell’età, cresce il numero degli over 65 che si ribellano e proclamano: “Vogliamo invecchiare in pace“. Ne parla Panorama, che con un articolo di Stefania Berbenni sfata un tabù: la vecchiaia non è una disgrazia, ma una condizione da vivere al meglio accettando i segni del tempo senza troppi patemi.

Gli over 65, che rappresentano il 20% della popolazione italiana, sono stati privati del potere “di essere vecchi, di mostrarsi con la loro identità anagrafica, dentro e fuori“, ed emerge sempre più spesso l’insofferenza verso “la dittatura dell’apparire giovani, contro la mistica dell’essere in forma, contro l’ingannevole bluff al tavolo da gioco del tempo”.

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L’uomo nella rete

Non ci sono molti dubbi sul fatto che Internet, e la tecnologia in generale, ci stanno cambiando la vita: i tempi si accorciano, le opportunità aumentano, i contatti si estendono, le informazioni si diffondono su scala globale con ritmi e dimensioni impensabili fino ad appena vent’anni fa. Questi sono i “pro”; ci sono, poi, i “contro”, che un articolo sulla Stampa di oggi riassume in una domanda angosciata: “Internet ci rende stupidi?”.

Citando lo studioso americano Nicholas Carr, il quotidiano torinese avvisa che «nell’arco di pochi anni saremo tutti superficiali, incapaci di concentrarci per più di qualche minuto o di distinguere una informazione importante da quelle irrilevanti».

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Tutto in un cognome

«Perché dovremmo portare solo il cognome paterno?»: è una discussione che dal Sessantotto, con maggiore o minore realismo, ciclicamente riprende quota anche nel nostro paese. Da qualche settimana se ne riparla per la proposta di legge del deputato Giulia Bongiorno, che prevede – qualora approvata – l’assunzione obbligatoria del doppio cognome per tutti i cittadini neonati.

Non dovrebbe trattarsi di una norma retroattiva, per cui saremo graziati dall’imparare una nuova firma alla nostra non più tenera età, e l’incombenza spetterà solo ai nuovi arrivati.

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Cause perse

Povero Pato. Giovane calciatore del Milan, erede di quel Ricardo Kakà che se n’è andato (al Real Madrid) troppo presto, Alexandre Pato dà la scossa alla sua squadra in vista della partita-clou con i cugini dell’Inter.

E lo fa con un’intervista concessa alla Gazzetta dello Sport. «Che cosa darebbe per segnare all’Inter?», gli viene chiesto a un certo punto. Pato risponde secco: «La mia vita».

Perplessità del giornalista che replica: «Mamma mia, non le sembra un po’ troppo?» E Pato, di rimando: «No, perchè il calcio per me è la vita, è tutto».

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Un bisogno a tutto tondo

L’alzheimer? Si combatte lavorando. È la conclusione di una equipe britannica che ha analizzato oltre milletrecento persone in relazione al progresso del morbo, incrociando i dati con significative vicende della vita.

Si è così scoperto che andare in pensione presto è deleterio: non è il riposo che ci salva, ma il lavoro, che andrebbe portato avanti per tutta la vita, possibilmente senza cambiarlo.

Sorvolando su questo ultimo dettaglio, che mette in difficoltà le nuove generazioni (un giovane oggi difficilmente potrà mantenere lo stesso impiego per tutta la vita), la ricerca rivela una verità: non siamo nati per battere la fiacca, ma per renderci utili.

Che la nostra sia la società delle contraddizioni ormai è evidente: i settantenni competono per forma fisica con i trentenni e si offendono se vengono definiti “anziani”, ma aspirano al pensionamento come alla terra promessa, fine di tutte le pene. La vedono come una vacanza a vita, che però dopo i primi mesi comincia a rivelarsi una gabbia dorata.

Fa una certa pena vedere persone ancora valide sprecare il loro tempo giocando a carte al bar, o commentando i fatti politici sulle panchine dei giardini.

Una condizione innaturale cui alcuni (rari) trovano rimedio reinventandosi missionari laici in Africa per periodi più o meno lunghi, altri dedicandosi anima e corpo alla famiglia. Pochi invece, sempre troppo pochi sono coloro che mettono con regolarità le proprie competenze a disposizione della società: vicini di casa, quartiere, chiesa.

Gioverebbe agli altri, e anche per la salute di chi dona il proprio impegno. La ricerca britannica tutto sommato non fa altro che confermare una verità biblica: non possiamo fare a meno gli uni degli altri.

L’uomo si dimostra ancora una volta un essere sociale: l’interazione con gli altri caratterizza non solo i suoi desideri e le sue necessità ma, scopriamo ora, anche la sua salute.

Bellezze a confronto

Può esistere un concorso di bellezza in cui l’estetica non giochi un ruolo dominante?

Se la vostra risposta è “no”, sappiate che vi state sbagliando. Ma non fatevene una colpa, le nostre convinzioni nascono dalla società in cui viviamo: siamo occidentali, e nella nostra società la forma (fisica) risulta determinante in molte aree della vita.

Non è così ovunque, però – e questo, per inciso, dimostra che dovremmo smetterla di considerarci al centro dell’universo, e soprattutto di crederci i migliori -: in Arabia Saudita sono capaci di organizzare un concorso di bellezza, o meglio un reality, cui partecipano centinaia di ragazze coperte dalla testa ai piedi. Spiccano solo gli occhi, e qualcuna delle giurate (tutte donne, va da sé) particolarmente schizzinosa sostiene che si dovrebbero oscurare anche quelli.

Le valutazioni delle candidate si basano su qualcosa che noi europei abbiamo dimenticato: ciò che uno è dentro, ciò in cui una persona crede, come si comporta. Blanditi dai guru del relativismo abbiamo cancellato dal nostro immaginario tutto ciò che c’era di nobile, profondo, significativo, e che proprio per questo poteva apparire poco politicamente corretto.

In Arabia Saudita, a quanto pare, sono più avanti. O più indietro, a seconda dei punti di vista. Basano un concorso di bellezza – l’unico del paese – su educazione, conoscenza della morale (e, supponiamo, dell’educazione), qualità del rapporto familiare. Quasi una bestemmia per una società come la nostra, dove il massimo dell’espressione intellettuale emersa agli ultimi concorsi di bellezza è stata una dotta disquisizione sul “lato b”.

Sia chiaro: non vogliamo dimenticare che stiamo parlando dell’Arabia Saudita, un paese che non può essere additato come fulgido esempio di democrazia. Basti ricordare la condizione subalterna della donna, la mancanza di libertà religiosa, o il divieto di importare libri cristiani o simboli di una fede diversa dall’islam.

Premesso questo, però, viene da chiedersi se questa sorta di ballo delle debuttanti in salsa berbera, sia davvero così ridicolo come, a un primo sguardo, ci potrebbe sembrare.

In fondo abbiamo poco da ridere. Guardandoci attorno, camminando per la strada, navigando in rete troviamo una gioventù triste, delusa, senza punti di riferimento né valori: nemmeno l’ombra di quello che un tempo si definiva buona creanza, senso civico, buona educazione.

I miti di oggi sono sguaiati, arroganti, falsi, arrivisti, senza scrupoli né pietà, privi del benché minimo senso di opportunità.

Difficile stupirsi se poi i giovani si ritrovano a tirare avanti un’esistenza pigra, arrabbiata, sciatta, se tra un sms e l’altro niente li entusiasma e nulla riesce ad attirare la loro attenzione.

Pochi adulti se ne preoccupano davvero: “Sono solo ragazzi”, “è un’età difficile”, “hanno diritto a divertirsi” sono le frasi che ricorrono più spesso.
Nel declinare ogni responsabilità nei loro confronti dimentichiamo che tra qualche anno questi stessi ragazzi saranno, a loro volta, genitori. Con obblighi e responsabilità di cui, oggi, non vogliono nemmeno sentir parlare.

E allora una soluzione va trovata, e in fretta. Aiutarli a trovare un senso alla loro vita, spirituale e sociale, è un obbligo morale per tutti noi.

Dietro la facciata

La Gran Bretagna si inchina davanti alla sua nuova diva, una anonima disoccupata quarantottenne che ha dapprima fatto sorridere, poi stupito e infine entusiasmato il pubblico televisivo.

Doveva essere una banale serata di nuove proposte per il programma “Britain’s Got Talent”, una sorta di “X factor” in salsa inglese dove aspiranti artisti di successo si esibiscono davanti a un pubblico in sala – e milioni di spettatori a casa – e a una giuria composta da tre esperti che, a differenza del programma nostrano, sono così giovani e fotogenici da sembrare finti.

Sabato sera, a un certo punto, sale sul palco Susan Boyle: 48 anni, goffa, vestitino a fiori e viso dai tratti ruspanti, poco consoni alla televisione di oggi: una sorta di Arisa più in età (e meno truccata).

Il suo ingresso solleva le risatine del pubblico e la perplessità dei patinati in giuria, un po’ come succede alla Corrida di fronte ai personaggi più improbabili: la signora Boyle è evidentemente fuori target, fuori età, fuori forma, fuori format, fuori tutto.

Dalle battute che scambia con i bellocci che ne dovranno valutare le capacità artistiche si dimostra spiritosa e, tutto sommato, a suo agio in un contesto dove sembra capitata per caso.

Lo scetticismo del pubblico e della giuria si spegne appena Susan attacca il brano: in barba a chi si aspettava una macchietta, la donna sfodera una voce limpida, intonata, potente, posata ma non artefatta. Che lascia letteralmente a bocca aperta i giurati, mentre il pubblico scatta in piedi a metà esibizione per una imprevedibile standing ovation.

Il successo della performance viene confermato nei giorni successivi, quando cinque milioni di navigatori si godranno la sua interpretazione da Youtube, tanto che i bookmaker ne prevedono la vittoria. Un vero tripudio che Susan ha accolto con sorpresa e, forse, un po’ di sollievo.

Chissà quanti le avranno sbattuto la porta in faccia, di fronte alle sue aspirazioni musicali accompagnate, ahilei, da una faccia un po’ così. Chissà quante delusioni. Chissà quanti agenti discografici, che magari fino a ieri avranno riso di fronte a quella donnona sgraziata e ai suoi demo, oggi si mangeranno le mani per non essersene accaparrati l’esclusiva.

Eppure sarebbe bastato ascoltarla. Sarebbe bastato non fermarsi all’apparenza, a quell’apparenza che è la chiave di lettura e il leit motiv di quest’epoca. Quell’apparenza che fa emergere i belli, a prescindere dalle loro capacità, e non offre alcuna opzione a chi – per scelta o per ventura – non rientra nei canoni.

Susan Boyle è una piccola, parziale, insignificante rivincita di chi si ritrova escluso, pur meritando un’occasione.

Ma è anche una lezione, per tutti noi. Perché, nonostante la storia e l’esperienza, ancora oggi tendiamo troppo spesso a giudicare dall’apparenza, e finiamo per non dare alla sostanza nemmeno il tempo di convincerci a cambiare idea.

Ci crediamo di larghe vedute, ma non lasciamo concludere un concetto. Ci consideriamo progressisti, ma non siamo in grado di ascoltare per intero un consiglio. Ci spacciamo per validi interlocutori, ma non siamo capaci di leggere con attenzione le ragioni altrui. Ci illudiamo di essere democratici, ma non garantiamo un’opportunità a chi ci sta di fronte.

E, quel che è peggio, spesso ci pregiamo di essere cristiani, ma non abbiamo ancora superato i pregiudizi più elementari.

Sì, di fronte al caso di Susan Boyle possiamo solo fare silenzio e ascoltare. La sua splendida voce e la sua lezione.

Quell'occasione chiamata tecnologia

Il 31 marzo 1949 una piccola rivoluzione aspettava il mondo ancora dolorante dopo i drammi della seconda guerra mondiale.

C’era bisogno di riprendersi, di tirarsi su, e anche di ritrovare un po’ di serenità: le case discografiche si resero conto che era necessario modernizzare la musica, rendendola una compagna di viaggio in una società dove la mobilità stava diventando un must.

Così sessant’anni fa usciva il primo 45 giri. Più solido e maneggevole del 78 giri, cambiò per sempre la fruizione della musica, rendendola qualcosa di quotidiano, vicino, facilmente utilizzabile.

Nel leggere la notizia sorge spontanea una riflessione su come anche le rivoluzioni più radicali sono destinate a venire sorpassate, e anche la tecnologia più all’avanguardia diventerà un’anticaglia buona per un numero di appassionati sempre più ristretto.

Un disco dal diametro di una ventina di centimetri sarà sembrato ai nostri genitori e nonni un’innovazione clamorosa rispetto al padellone a 78 giri: nessuno avrebbe mai potuto pensare che, quindici anni dopo, sarebbe arrivata la musicassetta, solida e resistente agli urti, dove il nastro magnetico permetteva un ascolto di durata più ampia e meno compromesso dai sobbalzi dell’auto; un supporto che, oltretutto, avrebbe permesso l’ascolto non solo in auto o durante i pic nic al parco, ma perfino camminando per la strada o praticando sport.

Una meraviglia della tecnica che però avrebbe ceduto il passo, nei primi anni Ottanta, a un supporto chiamato compact disc, destinato a risultare ancora più solido (“indistruttibile”, esageravano i venditori) e più notevolmente fedele nella riproduzione del suono.

All’epoca, come per ogni passo avanti, nessuno avrebbe potuto immaginare gli ulteriori sviluppi: soprattutto nessuno di noi avrebbe pensato che il futuro, vent’anni dopo, avrebbe permesso di arrivare alla musica senza supporto fisico, fatta di impulsi elettronici e per questo completamente diversa da ogni precedente soluzione.

Curiosamente, nel mio archivio, un’opera ha attraversato indenne tutti i passaggi: la Nona sinfonia di Beethoven diretta da Herbert von Karajan. La possiedo su 33 giri, su cassetta, su cd e, ora, in digitale.

L’opera, va da sé, è sempre la stessa: stesso autore, stesso direttore, perfino stessa orchestra. Cambia il supporto, e con il supporto la resa. Ma anche la fruibilità. Il 33 giri offre sfumature che un cd non può proporre; la cassetta, con i suoi limiti che indignano l’orecchio fine dei puristi può garantire un ascolto più ampio, mentre il digitale, così pratico e diffuso, non avrà la qualità di un 33 giri né di un cd, ma permette una diffusione semplice, rapida, fedele.

Mi sono ritrovato a constatare che, per la diffusione del vangelo, vale lo stesso ragionamento.

C’è chi considera indispensabile parlare come si usava sessant’anni fa, e usare traduzioni dell’epoca: sono più fedeli, ma inevitabilmente la diffusione del messaggio ne risente.

C’è chi, all’estremo opposto, non vuole rinunciare agli strumenti più moderni per comunicare il messaggio della salvezza: la completezza del messaggio forse lascerà a desiderare, ma di converso avrà un’immediatezza e una rapidità che gli altri mezzi non permettono.

C’è chi si è affezionato a strumenti antichi – volantini, predicazioni in piazza – e traduzioni datate, e si ritrova nel ruolo di quei collezionisti che tutti apprezzano per il loro purismo, pochi capiscono e pochissimi condividono nel loro puntiglio.

Forse quindi la storia del 45 giri e dei suoi successori rende l’idea di quale debba essere il nostro approccio nei confronti della chiamata cristiana.

Se vogliamo essere testimoni di Cristo nel nostro tempo dobbiamo rimanere fedeli al messaggio del vangelo, mantenendo l’elasticità necessaria ad adottare, di volta in volta, la forma, il metodo, il sistema più adatto al contesto in cui ci troviamo.

Ci sono situazioni in cui è necessaria una maggiore chiarezza, magari a discapito della completezza; o una maggiore precisione, anche tralasciando per un momento il quadro generale. Sta a noi cercare la luce ed esercitare l’intelligenza che Dio ci ha donato, per capire di volta in volta quali strumenti usare, e comprendere quando e come esprimerci.

Quell’occasione chiamata tecnologia

Il 31 marzo 1949 una piccola rivoluzione aspettava il mondo ancora dolorante dopo i drammi della seconda guerra mondiale.

C’era bisogno di riprendersi, di tirarsi su, e anche di ritrovare un po’ di serenità: le case discografiche si resero conto che era necessario modernizzare la musica, rendendola una compagna di viaggio in una società dove la mobilità stava diventando un must.

Così sessant’anni fa usciva il primo 45 giri. Più solido e maneggevole del 78 giri, cambiò per sempre la fruizione della musica, rendendola qualcosa di quotidiano, vicino, facilmente utilizzabile.

Nel leggere la notizia sorge spontanea una riflessione su come anche le rivoluzioni più radicali sono destinate a venire sorpassate, e anche la tecnologia più all’avanguardia diventerà un’anticaglia buona per un numero di appassionati sempre più ristretto.

Un disco dal diametro di una ventina di centimetri sarà sembrato ai nostri genitori e nonni un’innovazione clamorosa rispetto al padellone a 78 giri: nessuno avrebbe mai potuto pensare che, quindici anni dopo, sarebbe arrivata la musicassetta, solida e resistente agli urti, dove il nastro magnetico permetteva un ascolto di durata più ampia e meno compromesso dai sobbalzi dell’auto; un supporto che, oltretutto, avrebbe permesso l’ascolto non solo in auto o durante i pic nic al parco, ma perfino camminando per la strada o praticando sport.

Una meraviglia della tecnica che però avrebbe ceduto il passo, nei primi anni Ottanta, a un supporto chiamato compact disc, destinato a risultare ancora più solido (“indistruttibile”, esageravano i venditori) e più notevolmente fedele nella riproduzione del suono.

All’epoca, come per ogni passo avanti, nessuno avrebbe potuto immaginare gli ulteriori sviluppi: soprattutto nessuno di noi avrebbe pensato che il futuro, vent’anni dopo, avrebbe permesso di arrivare alla musica senza supporto fisico, fatta di impulsi elettronici e per questo completamente diversa da ogni precedente soluzione.

Curiosamente, nel mio archivio, un’opera ha attraversato indenne tutti i passaggi: la Nona sinfonia di Beethoven diretta da Herbert von Karajan. La possiedo su 33 giri, su cassetta, su cd e, ora, in digitale.

L’opera, va da sé, è sempre la stessa: stesso autore, stesso direttore, perfino stessa orchestra. Cambia il supporto, e con il supporto la resa. Ma anche la fruibilità. Il 33 giri offre sfumature che un cd non può proporre; la cassetta, con i suoi limiti che indignano l’orecchio fine dei puristi può garantire un ascolto più ampio, mentre il digitale, così pratico e diffuso, non avrà la qualità di un 33 giri né di un cd, ma permette una diffusione semplice, rapida, fedele.

Mi sono ritrovato a constatare che, per la diffusione del vangelo, vale lo stesso ragionamento.

C’è chi considera indispensabile parlare come si usava sessant’anni fa, e usare traduzioni dell’epoca: sono più fedeli, ma inevitabilmente la diffusione del messaggio ne risente.

C’è chi, all’estremo opposto, non vuole rinunciare agli strumenti più moderni per comunicare il messaggio della salvezza: la completezza del messaggio forse lascerà a desiderare, ma di converso avrà un’immediatezza e una rapidità che gli altri mezzi non permettono.

C’è chi si è affezionato a strumenti antichi – volantini, predicazioni in piazza – e traduzioni datate, e si ritrova nel ruolo di quei collezionisti che tutti apprezzano per il loro purismo, pochi capiscono e pochissimi condividono nel loro puntiglio.

Forse quindi la storia del 45 giri e dei suoi successori rende l’idea di quale debba essere il nostro approccio nei confronti della chiamata cristiana.

Se vogliamo essere testimoni di Cristo nel nostro tempo dobbiamo rimanere fedeli al messaggio del vangelo, mantenendo l’elasticità necessaria ad adottare, di volta in volta, la forma, il metodo, il sistema più adatto al contesto in cui ci troviamo.

Ci sono situazioni in cui è necessaria una maggiore chiarezza, magari a discapito della completezza; o una maggiore precisione, anche tralasciando per un momento il quadro generale. Sta a noi cercare la luce ed esercitare l’intelligenza che Dio ci ha donato, per capire di volta in volta quali strumenti usare, e comprendere quando e come esprimerci.

Ruoli confusi

Si continua a parlare di Rick Warren: l’Ansa nei giorni scorsi rivelava che «Rick Warren, il popolare pastore della Saddleback Church che Barack Obama ha invitato a benedire la cerimonia dell’insediamento, ha ritirato dal suo sito web frasi anti-gay che avevano suscitato critiche al presidente eletto dalla comunità omosessuale».

«Dal sito web della Saddleback Church, la chiesa del religioso nella Orange County in California, è scomparsa la frase in cui si affermava che “chiunque non vuole pentirsi del suo stile di vita omosessuale non è benvenuto nella nostra chiesa“. Una frase che è peraltro rimasta conservata nella memoria nascosta di Google”.

In Veneto si direbbe “pezo el tacòn che el buso”, peggio la pezza del buco: togliere ora quella frase risulta in effetti una mossa politica, più che una scelta ragionata.

La frase in questione ovviamente ha scandalizzato gli omosessuali e molti laici, ma lascia perplessi anche guardandola in un’ottica cristiana.

Infatti è ben vero che Dio non tollera il peccato: accoglie ogni creatura che cerca la salvezza in lui, ma questa ricerca deve comportare la disponibilità a pentirsi dei propri peccati, dato che proprio i peccati tengono l’essere umano lontano da lui, precludendogli il rapporto con Dio.

Dio odia il peccato ma ama il peccatore e accetta chi si pente; bisognerebbe però chiedersi se si possa fare lo stesso ragionamento per la chiesa. Sono benvenuti tutti, o solo coloro disposti a pentirsi?

È un problema di approccio, e forse di logica.
In chiesa dovrebbero essere benvenuti tutti, nella speranza cristiana che anche il peccatore più incallito (di qualunque natura sia il peccato) possa ravvedersi, e possa farlo proprio in seguito al messaggio del vangelo che riceve nel corso della visita in chiesa.

È solo una questione di forma, dirà qualcuno. Viene invece da pensare che, per la chiesa di oggi, sia piuttosto un problema di sostanza.

Troppe volte vediamo i credenti confondere il “portare a Dio” un non credente con il “portarlo in chiesa”: pare quasi che il nostro obiettivo sia quello di far entrare le persone tra le quattro mura del luogo di culto, anziché impegnarsi personalmente, con pazienza e costanza, per comunicare loro in maniera efficace il messaggio del vangelo.

Troppe volte vediamo bollare con eccessiva leggerezza “l’allontanamento dalla chiesa” come un “allontanamento da Dio”, senza farsi troppe domande sui motivi di disagio o sofferenza della persona, quasi che la chiesa rivesta la perfezione e non debba porsi questioni scomode.

Troppe volte si confonde la santità della chiesa (o meglio, cui la chiesa è chiamata) con la sacralità di Dio: un equivoco da cui si sviluppa un circuito autoreferenziale di culti, incontri, rapporti e ruoli, in cui la chiesa si rifugia rifiutandosi di guardare la realtà circostante perché “noi non siamo di questo mondo”.

Insomma, troppo spesso tendiamo inconsciamente a identificare la chiesa con Gesù stesso. Con tutto quel che ne consegue quando si tende a sostituire l’umano al divino.

Chissà cosa ne penserebbero i tanti martiri che, nel corso dei secoli, hanno dato la vita per ribadire che nessuno, su questa terra, può sostituirsi a Cristo: nemmeno la chiesa stessa.