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Buoni maestri

Ricomincia la scuola. Tornano in aula otto milioni di ragazzi e 700 mila docenti, e si apre con i consueti problemi: strutture inadeguate, precari senza certezze, regole poco certe e una certa dose di disinformazione su cause e rimedi, proposte e riforme.

Eppure, nonostante gli acciacchi e i rattoppi, malgrado in troppi la vedano come un parcheggio per i figli o un diplomificio, una sorta di Facebook non virtuale o una palestra di bravate, la scuola resta un pilastro nella nostra società.
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Abbracci e responsabilità

«Baci e abbracci in culla contro il futuro stress: le coccole di mamma fanno adulti più forti. L’affetto materno è un’arma fondamentale per divenire adulti capaci di resistere alle tensioni quotidiane, più sicuri di sé, meno ansiosi e ostili», scrive La Repubblica.

Una paziente ricerca finlandese «ha selezionato 482 bebè e li ha seguiti nella crescita fino all’età di 34 anni. Gli psicologi hanno valutato il grado di affettività e di attaccamento materno quando il piccolo aveva solo otto mesi. Poi, a distanza di anni, con questionari ad hoc, hanno misurato il livello di sicuri e forti, capaci di vincere gli stress della vita. Tali soggetti mostrano livelli di ansia e ostilità fino a sette punti inferiori a quelli mostrati dai loro coetanei le cui mamme non hanno instaurato coi figli ancora in fasce un legame altrettanto affettuoso. L’affetto materno, dunque, è un’ottima risorsa per crescere pronti ad affrontare la vita».
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Se mille vi sembran pochi

Eppure, se succede, un motivo c’è.

I giornali hanno segnalato il caso di un sessantenne romano che avrebbe irretito almeno venti donne, estorcendo denaro e abusando delle loro figlie preadolescenti, con la scusa che doveva «modificare il karma delle bambine e trasmettere a tale scopo il suo Dna sano e curativo che avrebbe impedito il compimento del negativo destino e risparmiato alla madre le  sofferenze altrimenti inevitabili». Una storia che andava avanti dagli anni Novanta.

Il personaggio in questione, arrestato nei giorni scorsi, è il “guru” di una setta dal nome esotico, che si dedica allo yoga e a terapie orientali e – stando ai giornali – avrebbe qualcosa come mille adepti.

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Coraggio alla Giannini

Era una vita che non sentivamo parlare dei gemelli Giannini: anzi, probabilmente i più giovani non avranno notizia di quei sei pargoli nati nel 1980 e diventati subito oggetto di interesse da parte dei media, in quello che potremmo definire il prototipo della cronaca-reality. I sei gemelli Giannini – Letizia, Roberto, Linda, Francesco, Fabrizio, Giorgio – insieme alla mamma Rosanna esondavano dalle copertine dei periodici e dai servizi che i programmi tv riservavano a questa strana famiglia, mettendoci al corrente di cambi di pannolini, primi passi, compleanni e immortalandoli perfino in uno spot televisivo (per un detersivo, ovviamente).

A un certo punto, evidentemente, la morbosità dei media si è concentrata su altri obiettivi, lasciando mamma e figli a crescere nell’oblio di una vita normale. Beninteso, per quanto possa essere normale una casa che tra genitori, figli e nonni raggiungeva la decina di unità, sballando ogni media sui nuclei familiari di Bibbiena.

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Oltre il velo

«In che mondo viviamo», commenta sconsolata Maria Matilde Filippini, preside di una scuola elementare romana: un gruppo di mamme le chiede di sostituire la nuova insegnante di italiano, e promette di arrivare fino al Tar per ottenere giustizia.

Ce l’hanno con la docente, ma non è perché sia impreparata – d’altronde è entrata in classe da appena tre giorni -, né perché sia violenta, per i suoi comportamenti bizzarri, per insane passioni o frequentazioni pericolose, per inesperienza o inadeguatezza: l’unica obiezione a questa mite sessantunenne è il suo essere una suora.

Suor Annalisa, va detto, non ostenta: in classe si fa chiamare “maestra Annalisa”, e si dice consapevole di non dover “oltrepassare il limite” confondendo la sua scelta di fede e il suo delicato lavoro di formatrice. Le premesse sono buone ma non bastano alle mamme: «Sono atea – dice la portavoce del gruppo – e credo che la scuola pubblica debba essere quantomeno laica». A ben vedere non si spiega quale sia, nelle idee delle agguerrite mamme, la condizione ideale di una scuola “quantomeno laica” (atea? agnostica? marxista? darwinista? relativista? scientista?), ma forse, in certi casi, è meglio non sapere.

La preside, di fronte a un caso che oltrepassa il limite della ragionevolezza, è ferma: «Per me questa è solo demagogia, razzismo laico… Anch’io mi sento laica e sarei la prima ad avviare un procedimento disciplinare nei confronti di un insegnante che contravvenisse ai suoi doveri». Però, rileva, «mi chiedo perché la signora non disse nulla quando l’insegnante che c’era prima impartiva ai bambini dei corsi di benessere yoga: li faceva sdraiare in cerchio, disegnava dei mandala e recitavano insieme dei mantra…».

Insomma, quella che emerge da parte delle attente genitrici non è, come potrebbe sembrare, una posizione contraria a ogni forma di religiosità, ma l’opposizione a una fede specifica: quella cristiana.

Scandaloso? Forse, ma per niente strano: in un mondo di contrari a prescindere c’è chi non può vedere il rosso, chi il nero, e chi Cristo.

Chiunque, ma non Gesù. Si chiama, in gergo tecnico, reverse discrimination: impedire a qualcuno di esercitare una funzione in quanto si trova in una posizione che potrebbe far pensare a un privilegio nei suoi confronti.

Triste essere così prevenuti. Triste essere razzisti, e non indora la pillola il fatto che si tratti di un “razzismo laico”.

La spiritualità orientale va bene, ma il cristianesimo no. D’altronde si sa, lo yoga è così chic, è elegante e non impegna, mica come quel Cristo che promette un futuro glorioso ma per il presente non lesina lacrime, sudore e sangue.

Peccato che un genitore non sia capace di guardare oltre. In questo caso, oltre il velo di una suora. Se avesse il coraggio di farlo magari scoprirebbe un’insegnante che, proprio perché portatrice di un’identità definita, sa essere più sensibile nell’esercizio di quell’equilibrio e di quell’onestà intellettuale cui ogni docente è chiamato.

Ma quanto mi costi

Trenta euro per frequentare il catechismo. Una parrocchia cattolica di Chivasso si è trovata di fronte a una scelta: chiedere un contributo alle famiglie o chiudere.

Si tratta di una parrocchia con annesso oratorio “che toglie i ragazzi dalla strada”; un’attività nobile che però non esenta la struttura religiosa da spese di gestione a più zeri (“solo il riscaldamento l’anno scorso è costato 11 mila euro”, spiega a La Stampa padre Bruno).
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Quel reality formativo

Assume una risonanza europea il caso del nuovo reality tedesco che punta a mettere in una casa alcune coppie di adolescenti: obiettivo, accudire un neonato per quattro giorni e quattro notti.

Si scandalizza l’associazione delle ostetriche tedesche (per loro il reality è “una nuova forma di prostituzione“), gli psicologi (“tutte le ore passate in trasmissione produrranno grande stress nei più piccoli e le drammatiche conseguenze di questa scelta potrebbero manifestarsi col passar degli anni sulla psiche dei bambini”) e perfino la normalmente taciturna chiesa protestante (secondo cui la televisione “ha chiaramente superato qualsiasi limite di decenza“).

Insomma, una bella polemica che, come sempre, finirà per portare acqua al mulino dell’emittente interessata, RTL. Certo, il programma potrà anche non essere di buon gusto, ma non sarà il peggiore tra quelli partoriti in questi anni da autori senza troppi scrupoli.

Fino a oggi, purtroppo, il format del reality non è riuscito a prendere una piega educativa: eppure, tutto sommato, non sarebbe difficile inculcare qualche nozione utile, o allargare le prospettive, a pupe, secchioni, contadini di finte fattorie e grandi fratelli. Basterebbe dare una prospettiva diversa al programma: meno scandalistica, più culturale.

Sarebbe un disastro sul piano dell’audience? Forse no, perché anche la cultura può avere il suo fascino, e ben lo sanno i tanti docenti che, ogni giorno, catturano l’attenzione dei loro studenti con lezioni in cui trasmettono non solo concetti, ma soprattutto passione.

Vale per le materie scolastiche, per le attività extracurriculari (si chiamano ancora così?), per le faccende domestiche e così via.

In quest’ottica, un reality di questo genere potrebbe essere formativo. Naturalmente, nel caso, dovrebbe offrire le dovute garanzie di serenità agli infanti, ma non sembra difficile: i genitori veri potrebbero essere presenti dietro le quinte, a pochi passi dalle telecamere.

Fatto questo, sarebbe decisamente interessante vedere due adolescenti imparare il duro mestiere di genitori cimentandosi tra pappe e pannolini. Sarebbe utile per i protagonisti e per i loro coetanei che, da casa, potrebbero acquisire qualche informazione utile su un ruolo in cui, probabilmente, prima o poi si ritroveranno.

In fondo anche questa è vita, ed è importante conoscerne i vari aspetti per non trovarsi, un giorno, spiazzati.

A chi di dovere il compito di saperla presentare nel modo giusto, senza scadere nel cattivo gusto o nella volgarità ma, piuttosto, trasmettendo al pubblico un messaggio positivo.

I palliativi e la soluzione

A Londra «Per far fronte a migliaia di casi di adolescenti rimaste precocemente incinta il governo britannico si appresta a autorizzare le cliniche per l’interruzione di gravidanza a fare pubblicità in tv e in radio… saranno confezionati anche pubblicità “progresso” per insegnare il corretto uso del profilattico. Ovviamente il tutto trasmesso nelle ore di maggior ascolto».

Nella provincia inglese «Le studentesse di scuola secondaria inglese, poco più che bambine tra gli 11 e i 13 anni di età, potranno richiedere la pillola del giorno dopo, e per evitare imbarazzi potranno farlo via sms» senza che i genitori vengano informati. Il progetto parte «dopo un aumento inquietante di quasi il 10 per cento del numero delle ragazze minorenni rimaste incinte negli ultimi due anni» nell’Oxfordshire.

Alle obiezioni di chi crede che si stia dando un messaggio sbagliato alle giovanissime, i sostenitori del progetto ribattono che si tratta di moralismi, che bisogna stare al passo con i tempi.

Non ci si chiede, naturalmente, se non siano proprio i tempi moderni ad aver causato questa situazione, e si preferisce il corto circuito delle soluzioni-tampone, evitando accuratamente di affrontare il problema alla radice.

Forse la domanda di fondo è se la scuola, lo stato, la società debbano formare, o limitarsi a informare.

Nel secondo caso la situazione si fa scivolosa: anche l’informazione più neutrale è parziale, e l’informazione asettica non consente uno sguardo d’insieme sui problemi, portando il soggetto a farsi un quadro parziale.

Dire che la prevenzione è indispensabile non è sbagliato, ma non basta: è necessario far presente che non c’è solamente la prevenzione, ma un’igiene di vita che, irrisa sul piano morale, trova la sua rivincita nei riscontri concreti.

Checché se ne dica, chi vive con responsabilità vive meglio. Non vale solo per il consumo di alcolici, ma in tutti i settori dell’esistenza: dalle relazioni sentimentali alla cucina, dalla sicurezza sulla strada ai rapporti interpersonali.

In fondo l’umanità si interroga da sempre sulla strada da seguire, sul comportamento da tenere, sul modo di relazionarsi.
La risposta – quella vera, non un semplice palliativo – non è fatta di spot, di soluzioni del giorno dopo, di precauzioni.

È contenuta in un concetto più semplice e allo stesso tempo più profondo, sorprendentemente elementare e paurosamente impegnativo: vivi responsabilmente.

Pregiudizi alla rovescia

Due ragazze sono state cacciate dalla Luteran High School della California per “essersi comportate in modo compatibile con il lesbismo”: ad avvisare i docenti era stato un altro studente, dopo che una delle due lo aveva invitato a visitare il suo spazio Myspace, dove – a quanto pare – la ragazza enfatizzava la sua tendenza sessuale.

In seguito all’espulsione le ragazze avevano fatto ricorso, ma la Corte d’appello della California ha dato loro torto.

Da parte della scuola pare evidente che non si sia trattato di un atto di discriminazione. Come ricorda un giudice della Corte, «il messaggio religioso della scuola è strettamente legato alle sue funzioni secolari, lo scopo di mandare un ragazzo o una ragazza a un istituto religioso è di far si che impari anche i temi mondani dentro un contesto religioso». E la Lutheran High School è parte di una confessione che considera «l’omosessualità un peccato».

Mandare i propri figli in una scuola confessionale comporta il desiderio che vengano formati secondo certi parametri; la scuola è basata su certi, specifici valori, che non si può pretendere non vengano applicati.
Giusto o sbagliato si voglia considerare un rapporto omosessuale – non è di questo che si discute ora -, sarebbe successa la stessa cosa qualora uno studente avesse trasgredito altre regole, raccontando pubblicamente ed promuovendo le sue esperienze di tossicodipendente o le sue avventure sessuali prematrimoniali (immaginiamo che la Luteran High School abbia tra i suoi valori anche la castità).

La chiave della vicenda sta nel fatto che le due ragazze non sono state “sorprese”, ma hanno raccontato, forse enfatizzato, un comportamento che andava contro i principi della scuola che frequentavano. Ben consapevoli, probabilmente, delle conseguenze.

Poi si può discutere finché si vuole se sia giusto o non avere un certo credo, una certa opinione, se sia ragionevole che la Bibbia consideri peccato un certo comportamento o una certa tendenza. Se ne può discutere ma non è questo il punto, anche se, a margine di ogni vicenda simile, viene scomodato lo spettro dell’omofobia.

Il problema nasce dalla reverse discrimination, la stessa condizione in base alla quale si sospetta che il figlio di un personaggio noto sia agevolato nella sua carriera, e si pretende che non debba avere successo a prescindere dalle sue qualità.

In ogni vicenda dove entrano in gioco le tendenze sessuali, si presume ci siano pregiudizi nei confronti dei diversi, e quindi si ha buon gioco a invocare la omofobia con polemiche che però, in molti casi, sono solo strumentali e mirano a imporre – appunto – una discriminazione inversa: il diverso deve avere per forza ragione, in ogni contesto e a ogni occasione, proprio in quanto diverso. Se questo non avviene, la controparte viene liquidata come omofoba, e la vicenda diventa l’ennesimo, gonfiato caso di discriminazione.

Non va dimenticato che la Luteran High School è una scuola privata – in una scuola pubblica il discorso sarebbe stato diverso -, e si tratta di una scuola chiaramente confessionale: come ricordava il giudice, se un genitore vi iscrive i figli è perché vuole che vengano loro inculcati certi principi cristiani, specifiche conoscenze dottrinali evangeliche, strumenti per guardare il mondo circostante da una certa prospettiva.

In questo contesto la scuola si è limitata a portare avanti i propri principi con un provvedimento forse drastico ma sostanzialmente corretto, richiedendo ai suoi studenti il rispetto di un codice di comportamento. Intervenendo ha sollevato (facili) polemiche; d’altro canto se non fosse intervenuta sarebbe venuta meno ai suoi obblighi e al suo mandato.

La coperta è corta, specie per chi mal pensa.