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Sulla pelle dei cristiani

Gli scontri tra cristiani e musulmani che hanno avuto luogo nei giorni scorsi nel nord della Nigeria non hanno avuto grande spazio sulle prime pagine dei quotidiani, nonostante un numero di vittime non irrilevante.

Se lo spazio non era ampio, i titoli erano piuttosto categorici: «Nigeria, strage di religione. Cristiani contro islamici, quasi duecento morti», titolava mercoledì, in un modesto richiamo, La Stampa; Il Corriere, relegando la notizia agli esteri, parlava di “Chiese e moschee bruciate in Nigeria: oltre 200 morti” e precisava in un sommario: “A scatenare la violenza un cantiere islamico in una zona cristiana“, anche se l’inviato, nell’articolo, ridimensionava: «I musulmani volevano costruire una moschea in un quartiere a prevalenza cristiana o più semplicemente un musulmano voleva ristrutturare la sua casa nella zona dei cristiani».

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Voci nel silenzio

“Meglio dedicare il minuto di silenzio ai morti sul lavoro”, ha detto il preside di una scuola romana, evidentemente allergico al lutto nazionale di ieri, indetto per piangere i sei soldati italiani caduti in Afghanistan.

Quella del direttore scolastico è una posizione minoritaria, certo, ma non isolata se anche su Facebook – che sempre più si conferma come il regno della superficialità – si chiedeva di condividere piuttosto un più generico lutto «per coloro che muoiono sul lavoro in un paese senza regole, senza controlli, senza giustizia. Senza finire sul giornale, lodati come eroi».

Posizione comprensibile, ma che inevitabilmente si pone in aperta polemica – politica, ideologica o sociale: fa poca differenza – nei confronti di una vicenda drammatica delicata come la morte dei nostri sei militari.

Il punto è proprio questo: in un momento di dolore ha senso la polemica? Ha senso chi urla “pace” al microfono dei funerali di Stato? Ha senso – o, piuttosto, ha cuore – chi scrive “-6” sui muri di Milano?

Qualcuno obietterà che, in altri momenti, la voce della contestazione si perde nell’indifferenza. Ed è innegabile che sia così. Però, esprimendo un disagio in questo modo si perde il senso del rispetto, della pietà, dell’umanità verso chi soffre. Certo, la morte è uguale per tutti e il dolore non conosce ufficialità, ma se passa l’assioma che ogni lutto è uguale, allora si perde il senso delle proporzioni e il significato del gesto. Se ogni sofferenza è uguale, allora ha ragione chi mette sullo stesso piano il dolore della vittima e del carnefice.

Se ogni morte è uguale, allora non ha senso guardare con gratitudine chi si è sacrificato per darci la libertà. E, forse, nemmeno chi ci ha donato la Vita.

Sia chiaro, non è giusto sminuire la fine di chi perde la vita per l’assenza di sicurezza sul posto di lavoro. Ma è un problema diverso, e non gli si rende onore sfruttando la scia di un altro lutto.

Una voce nel silenzio si sente forte. Ma chi parla rivela tutta la sua debolezza.

La politica del paradosso

Geniale, il sindaco di una cittadina in provincia di Vercelli. Riferisce la Stampa che «chi si sposerà nel comune di Varallo… riceverà in regalo un “manuale pratico di separazione e divorzio”, Il curioso dono nuziale è frutto della creatività del primo cittadino del Comune piemontese, Gianluca Buonanno. “L’obiettivo – spiega il sindaco – è fornire ai futuri sposi tutte le informazioni utili nell’eventualità, non auspicata, ma purtroppo sempre più frequente, di una separazione».

Va detto che il sindaco «non è nuovo a trovate estrose, sulle pagine dei giornali erano già finite altre “imprese” estive, come il “sindaco spazzino” e il “deputato a domicilio”».

E, bontà sua, «forse per mettere le mani avanti rispetto a eventuali polemiche, Buonanno spiega che il suo provvedimento altro non è che “un modo semplice, ma efficace, per far capire che il matrimonio è una cosa seria”».

Geniale, dicevamo. Per far capire che il matrimonio è una cosa seria, cosa si inventa il sindaco? Un corso prematrimoniale civile, come hanno fatto con successo alcuni sui colleghi (di centrosinistra, tra l’altro)? Un discorso spiazzante nell’ambito della cerimonia nuziale, come il parroco del film “Casomai”? Un libretto-ricordo dove segnare anno dopo anno i momenti topici della vita familiare, come si usa fare in alcuni comuni? O magari un rito che sancisca in maniera significativa, oltre allo scambio delle fedi e alle classiche firme, l’impegno matrimoniale?

Ma no, ci mancherebbe: un sindaco che si è già distinto per le sue doti di spazzino e che ha parificato il ruolo di parlamentare a quello di piazzista a domicilio non poteva essere così banale.

E quindi, via: un bel manuale per la separazione e il divorzio da regalare agli sposi al momento del “sì”. Ma sia chiaro, mica per agevolare da subito intenzioni poco raccomandabili: anzi, per “far capire che il matrimonio è una cosa seria”.

Consolidare il matrimonio regalando le istruzioni per farlo fallire senza troppi disagi burocratici. La speranza è che sia solo una provocazione, ma non ne siamo così certi.

Per questo tremiamo pensando a quali potranno essere le prossime iniziative legate all’estro del sindaco. Chissà se, dopo il manuale per il divorzio facile donato agli sposi, si inventerà un manuale sulle onoranze funebri da donare ai neo papà all’atto dell’iscrizione del pargolo all’anagrafe.

Certo, spiegherà poi il sindaco di fronte alle polemiche, mica è per augurare loro di morire giovani: però si sa che è meglio essere pronti, dato che la morte è una spiacevole eventualità in cui si imbattono molti.

A scanso di equivoci: Gianluca Buonanno non milita in qualche partito della diaspora comunista, non gioca ai girotondi, non è un discepolo markusiano, non teorizza la fine dei valori. È un parlamentare della Lega nord.
Segno che non è mai il caso di fermarsi ai luoghi comuni.

Laici a parole

Dopo la tragedia, il disprezzo.

Titola il Corriere: “Soltanto funerali cattolici per le vittime di Madrid. Polemica contro il governo”. A quanto pare, infatti, «i funerali pubblici per i 154 morti nella catastrofe aerea di mercoledì scorso, a Madrid, sono stati organizzati dall’arcivescovado, e non sono di Stato».

Differenza solo formale, dato che «a occhio, la differenza non si percepirà lunedì prossimo nella cattedrale dell’Almudena: ci saranno i rappresentanti di Moncloa e Casa Reale; e, soprattutto, non ci sono altre cerimonie ufficiali in programma».

«Gli evangelici – scrive ancora il Corriere – sono i più risentiti: parlano di “dolore aggiuntivo” e disprezzo dei sentimenti”» per i familiari del pastore evangelico Ruben Santana Mateo, scomparso nell’incidente. Protesta l’Alleanza evangelica spagnola, che avrebbe chiesto, se non un funerale evangelico per il pastore, almeno un rito ecumenico o laico. Invece no: funerale cattolico per tutti, siano protestanti, musulmani o atei.

Amaro. Non deve essere piacevole trovarsi privati della possibilità di congedarsi da un proprio caro nella maniera che si ritiene più opportuna, tanto più vedendosi imporre un funerale di un altro credo: una situazione oltretutto paradossale e ancora più incomprensibile se è vero, come afferma il presidente Zapatero, che non si tratta di esequie ufficiali.

Non è una questione religiosa, ma politica. Perché questo fatto accade proprio dove meno ci si aspetterebbe, ossia nella laica Spagna del 2008.

Ma come, caro Zapatero. Proprio lei, che vede la religione, specie quella dominante, come fumo negli occhi, e che si vanta di aver liberato lo Stato da tutte quelle credenze superstiziose dopo secoli di oscurantismo.

Proprio lei, che tutela tutte le minoranze (o forse, viene da pensare ora, solo quelle che fanno notizia). Proprio lei, che sta dalla parte dei deboli e di chi non ha voce.

Proprio lei, che ha cambiato le leggi per rendere tutti uguali fino all’ultima minuzia.

Proprio lei, che ha permesso a tutti di celebrare il proprio amore in maniera ufficiale, a prescindere dal sesso con cui ci si trova a nascere.

Proprio lei, che ha tolto le croci dai muri e le Bibbie dai tribunali per non turbare chi la pensa diversamente, o per chi semplicemente si limita a non pensare.

Proprio lei, tanto attento ai diritti degli “altri”, dei “diversi”, proprio lei si rende complice di un’ingiustizia che – per i suoi parametri – dovrebbe urlare vendetta al cielo, o almeno alla Corte europea.

Proprio lei: non solo non concede a un ministro di culto il diritto a un funerale secondo il suo rito. Addirittura gli impone un funerale di una confessione diversa. E, oltretutto, nascondendosi dietro un distinguo piuttosto ipocrita – e piuttosto risibile – tra funerali ufficiali e funerali di stato.

Per Ruben Santana, il pastore perito nel disastro aereo, non cambierà nulla. Per i suoi parenti, probabilmente, sì: al dolore per la perdita del proprio caro si aggiungerà l’amarezza di una vicenda kafkiana che si potrebbe, e si dovrebbe, evitare.

Perché certo, caro Zapatero, è facile passarsi per progressisti cercando lo scontro su temi di grande impatto mediatico. È facile riempirsi la bocca con parole come “diritti”, “laicità”, “solidarietà”.
Vivere ogni giorno il rispetto per l’altro è molto più difficile.

Anche per lei.