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Poi si vedrà

In Spagna li hanno etichettati come «Generacion “ni-ni”: ni estudia ni trabaja».

I primi dati del Rapporto giovani 2008 raccontano che la “generazione né né” esiste anche in Italia: scrive il Corriere che «tra i 15 e i 19 anni ci sono 270 mila ragazzi che non studiano e non lavorano (il 9%)… stessa tendenza nei dati relativi ai giovani tra i 25 e i 35 anni: un milione e 900 mila non studia e non lavora. Vale a dire: quasi uno su quattro ».

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Quel bisogno d'amore

“Amori finiti: crescono i tentati suicidi tra i giovani”. Lo si evince da uno studio effettuato dagli psichiatri del San Carlo di Milano e riportato dal Corriere, dove si nota che “dietro a sei tentati suicidi su dieci, fra gli under 25 si nasconde un cuore spezzato“.

Si tratta di una generazione di duri che sono “abituati alla vita estrema, al bere, al fumare, ai ritmi della movida”, ma che “crollano, soffrono, perdono la capacità di elaborare il lutto, la fine di un amore”.

Basta un rifiuto per far crollare il loro equilibrio: dietro a questo terremoto emotivo “c’è un’identità ancora fragile, le delusioni pesano come insostenibili fardelli”. “L’incapacità di gestire le frustrazioni è il comune denominatore” dei ragazzi: sembra “una generazione priva di corazza“.

Forse la cosa che stupisce di più, nella notizia, non è la drammaticità dei numeri (che ovviamente non va sottovalutata), ma la comunanza tra tutti gli under 25: fino a qualche anno fa sarebbe stato azzardato accostare i sogni e le delusioni dei quindicenni con i progetti e il processo di maturazione dei ventenni.

Suona strano ancora oggi, a dire il vero. Un venticinquenne dovrebbe ormai aver messo la testa a posto in termini di studi, di lavoro, di famiglia, e invece ce lo ritroviamo catalogato alla pari di un quindicenne. Probabilmente non si tratta di un errore metodologico, ma di una constatazione che è necessario fare: la soglia dell’adolescenza si è spostata in avanti. Il ventenne, come il quindicenne, non sa ancora come muoversi e cosa vorrà fare nella vita, confonde ideali e speranze, è confuso sulle scelte lavorative da una società che lo obbliga a conciliare piacere e dovere anche in campo professionale.

Se i ventenni ragionano come i quindicenni non possiamo non preoccuparci. Vuol dire che manca quella fase di sviluppo che distingue l’adolescente dal giovane uomo. Incerto, incostante, incapace di dimostrare (e desiderare) una ragionevole stabilità di vita.

Una condizione agevolata da una deresponsabilizzazione che comincia in famiglia: genitori da un lato iperprotettivi che fanno crescere i figli senza responsabilità, dall’altro assenti quando servirebbe la loro consulenza. Asfissianti quando non serve, latitanti quando i ragazzi avrebbero bisogno di parlare, sfogarsi, chiedere. Niente di strano se poi si ritrovano a cercare altrove, tra gli amici o in rete, con tutti i rischi di trovare il consiglio sbagliato.

Segnalano gli esperti che «Ogni tentato suicidio è una comunicazione di disagio»: dovrebbe essere un campanello d’allarme.

Vero. Ma, c’è da chiedersi, è possibile che debbano arrivare alle drammatiche richieste d’aiuto prima che ci decidiamo ad ascoltarli? Possibile che non siamo in grado di comunicare una speranza per la vita? Il suicidio è l’ultimo atto quando si sa di non avere più nulla da perdere, e quindi presuppone un’assenza di interessi personali, valori, punti di riferimento.

In mezzo a una società senza riti e miti, i giovani si sono costruiti un universo a loro misura, limitato a ciò che possono vedere e toccare: un obiettivo scolastico, lavorativo, sentimentale. Fallito quello, tutto crolla. E la scelta – irresponsabile – di farla finita diventa sempre più invitante.

Invertire la tendenza non è impossibile, ma è impegnativo. Accogliere la richiesta di aiuto degli adolescenti, offrire loro una speranza, si può: ma, per farlo, dovremmo cambiare prospettiva, guardare i giovani con occhi diversi, parlare con il loro linguaggio. E, prima di tutto, ascoltarli.

Altrimenti quella comunicazione di disagio continuerà a cadere nel vuoto. E la colpa non sarà solo loro, come vorremmo credere.

Quel bisogno d’amore

“Amori finiti: crescono i tentati suicidi tra i giovani”. Lo si evince da uno studio effettuato dagli psichiatri del San Carlo di Milano e riportato dal Corriere, dove si nota che “dietro a sei tentati suicidi su dieci, fra gli under 25 si nasconde un cuore spezzato“.

Si tratta di una generazione di duri che sono “abituati alla vita estrema, al bere, al fumare, ai ritmi della movida”, ma che “crollano, soffrono, perdono la capacità di elaborare il lutto, la fine di un amore”.

Basta un rifiuto per far crollare il loro equilibrio: dietro a questo terremoto emotivo “c’è un’identità ancora fragile, le delusioni pesano come insostenibili fardelli”. “L’incapacità di gestire le frustrazioni è il comune denominatore” dei ragazzi: sembra “una generazione priva di corazza“.

Forse la cosa che stupisce di più, nella notizia, non è la drammaticità dei numeri (che ovviamente non va sottovalutata), ma la comunanza tra tutti gli under 25: fino a qualche anno fa sarebbe stato azzardato accostare i sogni e le delusioni dei quindicenni con i progetti e il processo di maturazione dei ventenni.

Suona strano ancora oggi, a dire il vero. Un venticinquenne dovrebbe ormai aver messo la testa a posto in termini di studi, di lavoro, di famiglia, e invece ce lo ritroviamo catalogato alla pari di un quindicenne. Probabilmente non si tratta di un errore metodologico, ma di una constatazione che è necessario fare: la soglia dell’adolescenza si è spostata in avanti. Il ventenne, come il quindicenne, non sa ancora come muoversi e cosa vorrà fare nella vita, confonde ideali e speranze, è confuso sulle scelte lavorative da una società che lo obbliga a conciliare piacere e dovere anche in campo professionale.

Se i ventenni ragionano come i quindicenni non possiamo non preoccuparci. Vuol dire che manca quella fase di sviluppo che distingue l’adolescente dal giovane uomo. Incerto, incostante, incapace di dimostrare (e desiderare) una ragionevole stabilità di vita.

Una condizione agevolata da una deresponsabilizzazione che comincia in famiglia: genitori da un lato iperprotettivi che fanno crescere i figli senza responsabilità, dall’altro assenti quando servirebbe la loro consulenza. Asfissianti quando non serve, latitanti quando i ragazzi avrebbero bisogno di parlare, sfogarsi, chiedere. Niente di strano se poi si ritrovano a cercare altrove, tra gli amici o in rete, con tutti i rischi di trovare il consiglio sbagliato.

Segnalano gli esperti che «Ogni tentato suicidio è una comunicazione di disagio»: dovrebbe essere un campanello d’allarme.

Vero. Ma, c’è da chiedersi, è possibile che debbano arrivare alle drammatiche richieste d’aiuto prima che ci decidiamo ad ascoltarli? Possibile che non siamo in grado di comunicare una speranza per la vita? Il suicidio è l’ultimo atto quando si sa di non avere più nulla da perdere, e quindi presuppone un’assenza di interessi personali, valori, punti di riferimento.

In mezzo a una società senza riti e miti, i giovani si sono costruiti un universo a loro misura, limitato a ciò che possono vedere e toccare: un obiettivo scolastico, lavorativo, sentimentale. Fallito quello, tutto crolla. E la scelta – irresponsabile – di farla finita diventa sempre più invitante.

Invertire la tendenza non è impossibile, ma è impegnativo. Accogliere la richiesta di aiuto degli adolescenti, offrire loro una speranza, si può: ma, per farlo, dovremmo cambiare prospettiva, guardare i giovani con occhi diversi, parlare con il loro linguaggio. E, prima di tutto, ascoltarli.

Altrimenti quella comunicazione di disagio continuerà a cadere nel vuoto. E la colpa non sarà solo loro, come vorremmo credere.

Un mondo senza vergogna

Chi ci salverà da un mondo senza vergogna? Ce lo chiediamo anche noi, insieme a Marco Belpoliti.

La vergogna è un sentimento ormai superato, di cui si ritiene di poter fare a meno e di cui – semmai – vergognarsi. E invece è sempre stata un ottimo filtro per i comportamenti individuali.

Il problema tocca tutti noi. La generazione di mezzo ha abolito la vergogna insieme ai limiti e alle inibizioni: per tentare di raggiungere un senso di libertà abbiamo sperimentato la trasgressione estrema; abbiamo trasformato le regole in suggerimenti e abbiamo abolito ogni punto di riferimento.

Abbiamo creato un’epoca “post” tutto, e abbiamo tirato su in questo contesto la nuova generazione. Una generazione che i limiti non li ha mai visti, le regole non le ha mai rispettate, e la vergogna non sa nemmeno cosa sia. Eravamo convinti di averle fatto un favore, sgombrando il campo da ogni confine; ci sentivamo come l’adolescente che riesce a conquistare mezz’ora al coprifuoco serale imposto dai genitori, spianando la strada al fratello minore.

Non è andata secondo i piani. Evidentemente quei limiti avevano un senso, quelle norme non erano così inutili. Quella vita, di cui coscienza e vergogna erano parte integrante, aveva un significato. Quelle difficoltà, quelle regole che ci andavano così strette ci motivavano a coltivare interessi, passioni, obiettivi, speranze.

Speranze che mancano a chi, oggi, vive un mondo dove tutto è relativo, dai valori alle azioni quotidiane.

Provate a esclamare “vergognati!” davanti a un adolescente. Vi guarderà perplessi. Vergognarsi di cosa? E perché?

E in fondo ha ragione: senza valori non esiste il giusto o lo sbagliato, il bene o il male. E, senza di questi, la vergogna non ha senso.

Ce lo siamo costruiti noi, questo mondo, a forza di irridere chi invocava un po’ di buona creanza. Che sarà mai, dicevamo, una pancia nuda o una risposta sopra le righe: i giovani devono essere lasciati liberi di esprimere se stessi. Senza vergogna, naturalmente.

E così, passo dopo passo, abbiamo demolito tutto: dalla buona creanza all’educazione, dall’educazione al rispetto, dal rispetto alla convivenza civile.

Non abbiamo costruito un bel mondo: né per noi, né per loro. Dovremmo correre ai ripari, se siamo ancora in tempo. E dovremmo vergognarci, se sappiamo ancora farlo.

Samaritani o sacerdoti

«Sono centinaia – racconta Il Giornale – le telefonate che arrivano al cellulare del signor Giampiero Cerizza, più noto come il “marito in affitto“. Proprio così, avete letto bene. Di Monza, 59 anni, dopo aver chiuso la carrozzeria, ha pensato di sfruttare la sua abilità manuale e di mettere in piedi una società di servizi per aiutare le donne nelle commissioni e nei piccoli lavori di casa che mariti o compagni non hanno più voglia di fare. Una vera e propria agenzia, insomma, con tanto di sito internet, numero verde e una rosa di collaboratori».

Le richieste sono in media di 150 al mese, duemila all’anno, e il signor Cerizza fatica a starci dietro: ripara persiane, appende quadri, accompagna a fare la spesa e così via, al costo di 15 euro l’ora o giù di lì.

Ma non solo: «Ci sono le signore più anziane che vogliono soltanto un po’ di compagnia e il rubinetto che perde è soltanto una scusa per fare quattro chiacchiere. Per loro la felicità è non sentirsi sole».

Il signor Cerizza non supplisce solo alla mancanza di tempo di mariti e compagni, ma anche alle smagliature di una società che è sempre più connessa e, allo stesso tempo, fa sentire ogni giorno più soli.

Dover mendicare un po’ di compagnia sotto le mentite spoglie di un bisogno pratico significa non avere amici, parenti, nipoti. O averli, ma lontani o insensibili a una richiesta di aiuto che spesso non arriva esplicita, ma attraverso la dignità di una generazione che sa ancora cosa sia l’onore, il rispetto, la buona creanza.

Difficile però togliersi dalla testa che non ci sono solo i parenti.

L’anziano o la vedova che escono poco di casa e tentano di ricavare un po’ compagnia dai servigi di un simpatico tuttofare possono essere più vicini di quanto si creda. Possono essere, anzi, i nostri vicini.

Chissà quand’è l’ultima volta che ci siamo soffermati a chiedere loro come stiano, a commentare qualche banalità quotidiana, a elargire un sorriso e una parola di speranza di fronte agli acciacchi di un’età che incombe e, in molti casi, fa paura.

Quando sentiamo parlare di vicende estreme, come la morte solitaria di una anziana signora ritrovata dopo una settimana, alziamo le spalle, scuotiamo la testa e sospiriamo pensando “che società!”. Ma quella società siamo anche noi. E quella signora potrebbe essere anche la nostra vicina.

Sarebbe davvero triste non sapere, o non voler sapere, che chi ci sta vicino aveva bisogno di noi, e non ci siamo fermati accanto a lui perché i nostri impegni – di lavoro, di vita, e magari perfino di fede – non ce l’hanno consentito.

Impegni (sacro)santi, per carità.
Ma chissà se Gesù, di fronte a un comportamento simile, sarebbe fiero di vederci portare il suo nome. E chissà se gli altri, nel sentirci così distanti, vedrebbero davvero il suo amore in noi.

Così vicini, così lontani

In un sondaggio riportato su Repubblica si indaga sul vicino insopportabile. I comportamenti condominiali più fastidiosi? Tutti detestano la spazzatura lasciata sul pianerottolo, ma poi «per gli uomini quell’auto parcheggiata fuori dalle linee dal vicino di casa è una delle cose più fastidiose, mentre quelle piccole e insidiose bricioline che fanno tanto felici gli uccellini sul nostro balcone scatenano le ire delle donne, soprattutto quando cadono dal terrazzo della “nemica” del piano di sopra».

Dà fastidio (a tutti) anche l’invasione della propria sfera personale, favorita dalle «pareti extrasottili di cui in genere sono fatti i nostri appartamenti», a causa delle quali «il problema non è solo quello della sveglia del vicino che fa turni di notte e ti fa sobbalzare alle 3 del mattino ma, diventa più imbarazzante, quando si tratta di aspetti più intimi».

Il vicino ideale? Sicuramente non è uno studente, ma piuttosto un anziano; allo stesso tempo si predilige un vicino impiccione che dia un’occhiata alla casa quando si è assenti, ma non si disdegna nemmeno «il vicino “viaggiatore” che lascia sempre libero il posto auto».

Insomma, ricapitolando e ampliando: il vicino ideale è quello che ti controlla la casa ma non c’è mai; è abbastanza giovane per aiutarti a portare su un mobile ma abbastanza anziano da non portare a casa amici; sordo, in modo da non farsi gli affari nostri, ma non tanto da tenere alto il volume del televisore; simpatico, ma invisibile; single e taciturno, ma con una famiglia che all’occorrenza faccia un po’ di compagnia; disponibile ma discreto; cuoco per invitarci a cena, ma che non cucini per non invaderci con gli effluvi dei suoi piatti.

Lui deve essere così. Noi, invece, dobbiamo mantenere il diritto a urlare per le scale, tenere alto il volume dello stereo e delle litigate, avere figli rumorosi, essere scontrosi quando la luna è calante e invadenti quando è crescente, assenti quando si tratta di dare ma presenti quando c’è da ricevere.

È evidente che il nostro vicino ideale non esiste. E, se esiste, non ci somiglia per niente.

La triste realtà, infatti, è che noi stessi siamo molto lontani dal nostro ideale di vicino. Anzi: forse, mettendoci una mano sulla coscienza, potremmo concludere che nessuno, potendo scegliere, ci vorrebbe come dirimpettai.

Considerando che la prima testimonianza della nostra fede cristiana non è la predicazione ma il comportamento, non c’è molto da stare allegri.

Forse allora, prima di giudicare i comportamenti altrui, dovremmo fermarci e riflettere sul nostro.

«Fai al tuo vicino quello che vorresti lui facesse a te». Non lo ha detto un amministratore di condominio, ma Gesù.

Slogan (ir)razionali

La polemica scoppierà a breve, anche se qualche premessa si è già vista nei giorni scorsi: venerdì 13 febbraio uscirà nelle sale cinematografiche il film “Religiolus”, di Larry Charles, già regista del dissacrante “Borat”.

La pellicola ha già mobilitato gruppi di “ultracattolici”, che hanno contestato i manifesti promozionali. Il film promette di attaccare i fanatismi di ogni fede religiosa, e si presenta con un poster dove le celebri tre scimmiette (“non vedo, non sento, non parlo”) rappresentano le tre principali religioni monoteiste.

Alla protesta degli “ultrà” cattolici è seguita la risposta del produttore americano, e a ruota quella del segretario UAAR (quelli dei “bus atei”), che lamenta: «È una gravissima violazione della libertà di espressione. Sembra normale che non si debba parlare di ateismo». Attaccare per poi piagnucolare di fronte alla reazione: un comportamento che, in quanto a razionalità (e maturità), lascia a desiderare.

Il film, spiegano i distributori italiani, “parla ai giovani” con un “linguaggio schietto”, e la campagna pubblicitaria è in linea con questa scelta. Certo, se questo è il registro scelto per parlare ai giovani, viene da pensare che gli amici atei non abbiano un’opinione troppo alta delle nuove generazioni.

Come credenti, di qualsiasi fede, ci sono gli estremi per sentirsi offesi? Forse sì, visto che un aspetto così intimo, profondo, umano come la spiritualità viene banalizzato e irriso senza troppo rispetto.

Si potrebbe rimandare l’accostamento al mittente, ma probabilmente non sortirebbe l’effetto voluto: visto l’orgoglio con cui gli atei rivendicano il dogma delle origini scimmiesche, risulterebbe anzi un complimento.

È interessante invece rilevare che la vicenda mina il luogo comune secondo cui i razionalisti sono gli evangelisti della logica, i sacerdoti della ragione, gli adoratori delle argomentazioni.

A quanto pare, invece, all’occorrenza usano gli slogan, non disdegnano un po’ di propaganda, e se un film o un libro può dare visibilità alle loro ragioni, ben venga, anche a costo di accettare qualche banalizzazione e abbracciare qualche generalizzazione di troppo. Se poi questo porta ad abbassare momentaneamente la soglia del tanto decantato rispetto verso l’altro, pazienza: in fondo, pare di capire, le religioni nei loro confronti hanno fatto di peggio.

Per uscire dall’impasse senza scadere in uno scontro non ci resta che una possibilità: invertire le parti e, come cristiani, dare prova di tolleranza nei confronti di chi vuole provocare.

Lasciamo allora le tre scimmiette, e i loro sodali, al loro destino. D’altra parte se gli amici atei hanno bisogno di un film alla Borat e quattro autobus per farsi coraggio, per chi crede non c’è molto da preoccuparsi.