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Il senso del limite

Abbiamo perso il senso del limite? Se lo chiede, in un interessante intervento su Panorama, Giulio Meotti, che rileva come «nella stagione delle nonne che diventano mamme, dei trans, delle discussioni infinite su aborto, eugenetica ed eutanasia, i confini non contano più… siamo così confusi da fare sempre più fatica a distinguere la vita dalla morte, il padre dalla madre, il maschio dalla femmina».

Un articolo lungo per lanciare un allarme e una speranza: «che dai casi che più hanno diviso l’opinione pubblica recentemente si possa trarre una lezione. Abbiamo perso il senso del limite».

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L’incubo del limite

Due notizie. Raccontano storie molto diverse, sono riferite da quotidiani diversi, risultano ambientate in località diverse, eppure sembrano collegate tra loro da un comune denominatore.

La prima vicenda si svolge nelle aule del tribunale di Salerno, dove un giudice ha stabilito con una sentenza la liceità della «diagnosi genetica pre-impianto e all’accesso alle tecniche di fecondazione assistita nei confronti di una coppia fertile, portatrice di una grave malattia ereditaria».

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Cameron e la felicità inattesa

David Cameron, leader conservatore inglese, ha perso nei giorni scorsi il figlio Ivan, sei anni, affetto da paralisi cerebrale ed epilessia.

Nel ringraziare coloro che gli sono stati vicino, ha scritto tra l’altro: «Abbiamo sempre saputo che Ivan non sarebbe vissuto per sempre, ma non ci aspettavamo di perderlo così giovane e così all’improvviso… Quando ci fu detto per la prima volta quanto fosse grave la disabilità di Ivan, pensai che avremmo sofferto dovendoci prendere cura di lui ma almeno lui avrebbe tratto beneficio dalle nostre cure. Ora che mi guardo indietro vedo che è stato tutto il contrario. È stato sempre solo lui a soffrire davvero e siamo stati noi — Sam, io, Nancy ed Elwen — a ricevere più di quanto io abbia mai creduto fosse possibile ricevere dall’amore per un ragazzo così meravigliosamente speciale e bellissimo».

Di fronte a una confidenza così sentita, suona ancora più blasfema la notizia che arriva dagli USA, secondo la quale «Una clinica della fertilità di Los Angeles, scrive il sito web della Bbc, ha iniziato a offrire la possibilità di creare bambini su misura: i genitori potranno scegliere sesso, colore degli occhi e dei capelli degli eredi. Il primo neonato su ordinazione sarà “pronto” il prossimo anno».

Sicuramente addomesticare la genetica adattandola ai nostri desideri di oggi può sembrare comodo, e forse perfino geniale. In fondo l’uomo del XXI secolo, nella sua infantilità, ha dimostrato di non saper resistere al richiamo del “tutto e subito”: si tratti di vita, morte, salute, ambiente, rapporti sociali o altro, abbraccia le scorciatoie con una superficialità sorprendente e senza curarsi per nulla delle possibili conseguenze. Salvo poi, naturalmente, recriminare contro la natura, contro Dio, contro il governo o contro qualunque cosa gli capiti a tiro.

Costruire un figlio su misura, come si fa da tempo per i cani da concorso, sarà forse anche un progresso e una soddisfazione per qualcuno. Ed è certamente vero che, per quanto la sofferenza sia parte della nostra vita, non siamo nati per soffrire.

Eppure, ripensando al dramma di David Cameron, non possiamo non concludere che la vera felicità, per un cristiano, non stia tanto nel poter decidere, quanto nel saper accettare.

Scienziati infelici

Uno studio scientifico segnalato oggi da Repubblica ci mette di fronte alla triste realtà: «Passa tutto, anche abbastanza in fretta, e dopo qualche tempo, cinque anni al massimo, si torna a essere felici come una volta. Chi più, chi meno».

Insomma: come esseri umani abbiamo una notevole capacità di adattamento, e questo comporta da un lato che il dolore non è permanente, ma dall’altro lato che nemmeno la felicità è costante.

La ricerca, curata da economisti e psicologi, è durata vent’anni e ha coinvolto oltre diecimila tedeschi tra i 16 e gli 80 anni; gli studiosi hanno preso in considerazione sei momenti che, nel bene e nel male, lasciano il segno nella vita di una persona: matrimonio, nascita di un figlio, divorzio, perdita del partner, disoccupazione e licenziamento.

Gli esperti hanno poi valutato, per ogni singola persona, “le oscillazioni del livello di soddisfazione” che negli anni precedevano e seguivano lutti e lieti eventi, misurando l’umore e scoprendo che tutto, nel bene e nel male, si dimentica.

Non solo: nonostante nella capacità di adattarsi molto dipenda dal carattere e dai “marcatori genetici” delle singole persone, è possibile individuare un lasso di tempo capace di curare le ferite e stemperare le gioie: cinque anni. In un lustro, infatti, si torna più o meno come si era prima.

Gli esperti hanno concluso con un consiglio abbastanza deprimente: «Provare la durata della felicità ci deve servire a essere più fatalisti».

La ricerca ci ricorda ancora una volta il libro dell’Ecclesiaste, dove – con metodi meno scientifici – il protagonista aveva già provato a verificare la radice più profonda della felicità umana. La sua conclusione era stata, guarda caso, che tutto è inutile, che nulla cambia veramente la nostra esistenza e che prima o poi tutto torna com’era.

Le somiglianze con la ricerca tedesca sono sorprendenti, ma le conclusioni opposte. Scoprire quanto siano vane le vicende umane ha portato gli scienziati a concludere che la vita non ha senso, che la nostra esistenza è un mesto gioco dell’oca dove periodicamente si viene retrocessi al via.

Salomone, al contrario, nel vedere l’inutilità sostanziale di ogni gesto umano ha rafforzato la propria fede e la certezza che l’unico vero significato per la vita può venire proprio dal rapporto dell’uomo con Dio.

Per gli scienziati questa ricerca è solo una triste conferma: l’esistenza, dicono, è solo una vite spannata che gira a vuoto. Per Salomone – e, speriamo, per ogni cristiano – è invece la conferma del fatto che Dio è ancora, e sempre di più, l’unico motivo per il quale vale la pena vivere.