Archivi Blog

Dietro la porta

Dal mondo del calcio arriva una storia dal sapore natalizio: Edwin Van der Sar, 39 anni, portiere olandese del Manchester United, «si ferma per stare vicino alla moglie, colpita da un’emorragia cerebrale», che verserebbe in condizioni molto gravi dopo un collasso.

Di solito le notizie sulla vita privata dei calciatori non sono particolarmente edificanti in termini di moralità e solidarietà: atleti che si vantano di centinaia di conquiste, che fanno mattina in discoteca, che spendono e spandono per garantirsi una superiorità almeno estetica rispetto ai loro fan e al resto del mondo.

Leggi il resto di questa voce

Un disperato bisogno di ascolto

I dati raccolti da Telefono Azzurro dicono che pericoli e maltrattamenti sui minori continuano purtroppo con intollerabile frequenza.

Negli ultimi anni però si è profilato un cambio di prospettiva: oltre ai rischi che provengono dagli sconosciuti è aumentato il numero di casi in cui le malsane attenzioni nascano all’interno della cerchia familiare: genitori, ma anche insegnanti, amici di famiglia (titolo decisamente poco azzeccato), parenti, vicini, guide spirituali. Un quadro desolante cui Telefono Azzurro risponde come può, ma che apre uno squarcio su un mondo diverso da quello che vedono molti di noi.
Leggi il resto di questa voce

Se la guerra è finita

Il Magazine di questa settimana parla del cambio di rotta che ha caratterizzato il movimento evangelico USA in questi ultimi tempi: Ennio Caretto, nel descrivere la novità, conia la definizione di cristiani obamiani, che puntano “su clima, crisi e sanità per tutti”.

Naturalmente non perdono il loro nerbo i classici conservatori – su tutti l’inflessibile decano dei tele e radiopredicatori, James Dobson -, ma si avverte una nuova sensibilità, oltre che l’esigenza di cambiare e capire una realtà sempre più complessa, che si adatta meno che mai al consunto schema manicheo del confronto tra bene e male.

Leggi il resto di questa voce

Mediamente male

Nella sua semplicità è geniale il sistema messo a punto da due studiosi – un matematico e un informatico – per “misurare la felicità” degli americani.

Hanno creato un sistema di algoritmi capace di prendere in considerazione oltre due milioni di blog e utenti twitter, pescando di volta in volta gli interventi che si aprono con “mi sento…” (“I feel…”).

Poi hanno dato ai vocaboli più comuni un punteggio da 1 a 10: “paradiso” o “trionfo”, per esempio, sfiorano il 9, suicidio è sotto il 2.

In base a questo schema i due studiosi sono stati in grado di misurare l’umore degli utenti, e – visti i numeri – fare una media più o meno verosimile del sentimento comune nella pubblica opinione, almeno quella che naviga in rete.

Leggi il resto di questa voce

Cambiamenti e ravvedimenti

Le cattive ragazze cambiano aria: un articolo della Stampa riferisce che personaggi come Amy Winehouse, Lindsey Lohan, Britney Spears, Paris Hilton hanno abbandonato gli eccessi che avevano fatto la gioia dei giornali scandalistici, e stanno cambiando (faticosamente) strada.

Amy Winehouse alla fine ha accettato di entrare in una clinica per disintossicarsi: ora si apre a un repertorio più romantico e vagheggia l’idea di trovarsi il classico “lavoro serio” aprendo un centro estetico, qualora decidesse di lasciare la musica.

La Lohan, dopo due arresti per guida in stato di ebbrezza (ma la definizione ufficiale, a quanto raccontano le cronache, è eufemistica: era proprio ubriaca fradicia), ha deciso di dire basta ai baccanali e alle nottate in giro per locali; cerca un lavoro “per pagare l’affitto”, dimostrazione che anche i ricchi vivono nel nostro mondo (anche se raramente piangono).

Di Britney Spears si è detto ampiamente: fatta di stupefacenti e cattive compagnie, spendacciona e seminuda (oltreché volgare, ma questo non è un reato), è stata tirata a lucido in una clinica di riabilitazione e ora porta avanti il suo tour mondiale controllata a vista dal padre, che le ha imposto un’ora di lettura biblica al giorno: e chissà se, nella migliore tradizione della scuola domenicale, dopo la lettura ne verifica anche l’apprendimento.

Paris Hilton ha trovato l’amore, ricambiata, e ha quindi smesso i panni della nullafacente metropolitana tutta capricci e leziosità per dedicarsi al suo lui: pensa al matrimonio, e per il personaggio è già tutto dire.

I bimbi crescono, e anche le bad girls, raggiunto un punto di rottura, devono decidere cosa fare. Un cambiamento radicale talvolta è l’unico modo per sopravvivere, specie quando lo stile di vita è più pericoloso di una passeggiata in autostrada.

Ciò che viene da chiedersi se si tratti di un vero cambiamento, o di una pausa tra due eccessi: rinsavire per non morire, prima di rituffarsi nelle vecchie abitudini ritrovando le vecchie compagnie.

Esperienze passate dimostrano che spesso è solo una questione di tempo. Senza una base solida anche il cambiamento più radicale non è destinato a durare. Senza la consapevolezza dei propri limiti, della sporcizia morale, del proprio fallimento interiore, è difficile ricominciare davvero da capo.

Dietro molti di questi cambiamenti sbandierati di fronte ai media non sembra esserci vera motivazione, ma solo una questione di sopravvivenza: cambiare vita per non morire, adottare una condotta salutista senza però toccare l’interiorità di una vita spirituale disastrata, ossia la principale causa di disagio.

Uno stile di vita più sano può aiutare a stare meglio, ma è il cambiamento interiore a portare felicità, serenità, pace.

C’è una bella differenza. La differenza che passa tra sopravvivere e vivere.

La lezione di Modugno

In questi giorni gira per radio un vecchio brano di Domenico Modugno, egregiamente reinterpretato dai Negramaro.

Si intitola Meraviglioso, e propone un testo non indifferente.

Qualcuno, per il fatto di non saper guardare alla vita con la giusta prospettiva, decide di farla finita. Al di là di questi drammatici casi estremi (non rari, purtroppo), vale la pena fermarci a riflettere sulla nostra, di prospettiva. Un cristiano dovrebbe comunicare gioia, e trasmettere anche nei momenti peggiori una serenità capace di distinguerlo dagli altri. Il nostro comportamento, la nostra condotta, il nostro atteggiamento dovrebbero testimoniare per primi, anche senza parole, la validità della nostra scelta di fede. Dovremmo sollevare una sana invidia in chi ci vede, un rovello che lo porti a comprendere quale grande vantaggio diano la fede nella vita quotidiana, un rapporto personale con Dio, la certezza della salvezza.

Invece troppo spesso siamo volti corrucciati in mezzo a tanti altri, viviamo una vita che ci sta stretta o larga, ma mai giusta, diamo per scontato quel che abbiamo e, anziché gustarci quel che ci circonda, mastichiamo insoddisfazione.

Poi, con questa faccia e questo atteggiamento, pretendiamo di convincere le persone che Dio risolve i problemi e dona felicità. Se la fede fosse un prodotto, Dio non ci assumerebbe come testimonial.

E non è questione di crisi, di ristrettezze economiche, di problemi familiari: se per sorridere aspettiamo una vita perfetta, da qui alla nostra dipartita torneremo ben poco utili alla diffusione del messaggio del vangelo.

Mentre noi viviamo così, in attesa di un futuro da Mulino Bianco, una persona non particolarmente credente (secondo i nostri parametri) ha saputo spiegarci quello che avremmo dovuto spiegare noi a lui: che la vita è meravigliosa già oggi. E lo è anche solo a guardarla.

Ma guarda intorno a te
che doni ti hanno fatto
ti hanno inventato il mare
tu dici non ho niente
ti sembra niente il sole
la vita, l’amore, meraviglioso

Di fronte a un’esplosione di lode come questa da parte di un artista che nemmeno consideriamo credente, dovremmo forse vergognarci. Per la nostra poca fede, per la nostra scarsa lungimiranza, per la nostra ingiustificabile ingratitudine.

Buona pubblicità

“Uno sparo d’argento per il servitore di Dio”, titola oggi La Stampa parlando di Giovanni Pellielo, medaglia d’argento ieri nel tiro al piattello alle Olimpiadi di Pechino.

«”L’importante era fare un’altra volta pubblicità a Dio” . Giovanni Pellielo ha la faccia mite delle brave persone e lo sguardo strano degli uomini con molte certezze. Dice che la fede è la sua forza, e siccome a forza di spari e preghiere si è guadagnato la terza medaglia olimpica consecutiva, si vede costretto a ripeterlo ogni quattro anni, quando gli occhi del mondo tornano a posarsi su di lui. “Per me esserci significa testimoniare con la mia presenza la Verità”», spiega […].

A dire il vero Pellielo non sembra molto infastidito dal fatto di vedersi “costretto” a parlare della sua fede ogni quattro anni. Forse il fastidio maggiore è quello dei giornali, “costretti” a riprendere un tema scomodo come la fede anche in un contesto come le olimpiadi cinesi, che si vorrebbero asettiche come non mai.

Non solo a Pellielo non dispiace parlare di fede: pare che la sua motivazione principale sia fare “pubblicità a Dio”. E proprio con questo scopo aveva chiesto a Dio di farlo arrivare ancora una volta sul podio.

Fare “pubblicità a Dio”: al di là di ogni possibile interpretazione malevola, è quanto di più normale dovrebbe esserci per un cristiano che ha trovato in Dio la pace, la gioia, un senso alla propria vita.

Peccato che, come giustamente Pellielo rilevava nei giorni scorsi in un’intervista al Giornale, ci sono cristiani coerenti, ma anche molti che «si professano credenti e fanno ben altro». Vivere ogni giorno la propria fede è faticoso e richiede un impegno costante. Molto più comodo praticare una religione con le sue regole, i suoi doveri e suoi divieti.

Ogni tanto qualcuno che ha capito la differenza ha un’occasione – magari olimpica – per dirlo. Difficile che non dia fastidio.