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Dimmi quando. O forse no

La notizia, se confermata, sarebbe inquietante: l’Università di scienze mediche di Teheran avrebbe scoperto che basta un esame del sangue per scoprire quando una donna andrà in menopausa.

Anche se, con tutto il rispetto, la fonte accademica non sembra garantire una particolare attendibilità alla dichiarazione, l’ipotesi ha fatto il giro del mondo, suscitando discussioni e riflessioni. Sul Corriere ha commentato la notizia la scrittrice Silvia Avallone, esprimendo un certo scetticismo: «L’idea che un prelievo sia sufficiente a predire il futuro – commenta – può entusiasmare o meno. Del resto ricorriamo ancora agli oroscopi e ai tarocchi per sapere se e quando avremo un figlio, e dovremmo gioire adesso che il responso potrà essere scientifico e non più vaneggiato».

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Anche questa è vita

Anche il XXI secolo riesce talvolta a tirar fuori storie da libro Cuore. Come quella del ragazzo di Rovereto, un diciassettenne che ha deciso di abbandonare la scuola per sostenere la famiglia dopo che il padre aveva perso il lavoro.

«La mamma ha ancora un impiego – spiega la preside dell’istituto che frequentava – e avrebbero fatto sacrifici, pur di vederlo studiare, però il ragazzo si è sentito un po’ l’uomo di famiglia, con la responsabilità di contribuire al bilancio. Un vero peccato perché era bravo, con la media del 7».

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Pieni di vuoto

«Hanno tutto, perché rubano?», si chiedevano disperate le mamme di quindici ragazzi della Milano e della Brescia bene, sorpresi ad alleggerire i turisti a Gardaland. Erano tutti figli di imprenditori, professionisti, commercianti, tutti vestiti alla moda, senza problemi di liquidità, con in tasca il cellulare all’ultimo grido.

Eppure nelle noiose – per loro – mattinate primaverili marinavano la scuola destinazione Gardaland per provare il brivido del furto. La direzione, dopo un’impennata di denunce da parte dei visitatori, ha interessato i Carabinieri di Peschiera, che in una giornata hanno fermato i ragazzi. Non si aspettavano di trovarsi di fronte la meglio gioventù, e non si aspettavano una banda così numerosa, tanto che per portarli in caserma hanno dovuto usare il pulmino del parco giochi.

«Dopo la denuncia ridevano e scherzavano tra loro», hanno raccontato i militari, «come se l’accusa di furto riguardasse altri».

E allora non si può non tornare all’interrogativo di partenza: «Hanno tutto, perché rubano?». I genitori hanno soddisfatto ogni loro capriccio dando loro tutto. A quanto pare, non abbastanza.

D’altronde, come tutti i genitori di questo mondo, non hanno potuto regalare ai figli ciò che non avevano: la felicità. Quella felicità che nasce dalla serenità di una vita che ha uno scopo. Probabilmente i poveri genitori hanno passato la vita ad arrivare, a guadagnare, ad accumulare, convinti che la quantità fosse la risposta al loro vuoto interiore.

Eppure, da buoni frequentatori delle boutique più note, avrebbero dovuto sapere che un falso resta un falso anche se è costruito con materiali pregiati. La qualità non si imita. La felicità non si raggiunge accumulando beni, emozioni, esperienze.

No, la felicità di una vita piena non potevano trasmetterla ai figli. E, quando alla vita manca un significato convincente, anche i valori rischiano di non bastare.

Non è sufficiente, ora, interrogarsi, disperarsi, rimproverarsi e rimproverarli. Forse addirittura non c’è stato niente di formalmente sbagliato, nell’educazione che hanno impartito ai loro ragazzi: niente, tranne l’obiettivo. Quando la morale diventa una convenzione ipocrita, quando gli assoluti diventano relativi, quando la fede diventa religione, allora la coscienza si addormenta, il divertimento si fa eccesso e il senso di tutte le cose – la vita in primis – si appanna inevitabilmente.

Sì, hanno avuto tutto, quei ragazzi; forse troppo. La felicità, però, è un’altra cosa.

Bellezze a confronto

Può esistere un concorso di bellezza in cui l’estetica non giochi un ruolo dominante?

Se la vostra risposta è “no”, sappiate che vi state sbagliando. Ma non fatevene una colpa, le nostre convinzioni nascono dalla società in cui viviamo: siamo occidentali, e nella nostra società la forma (fisica) risulta determinante in molte aree della vita.

Non è così ovunque, però – e questo, per inciso, dimostra che dovremmo smetterla di considerarci al centro dell’universo, e soprattutto di crederci i migliori -: in Arabia Saudita sono capaci di organizzare un concorso di bellezza, o meglio un reality, cui partecipano centinaia di ragazze coperte dalla testa ai piedi. Spiccano solo gli occhi, e qualcuna delle giurate (tutte donne, va da sé) particolarmente schizzinosa sostiene che si dovrebbero oscurare anche quelli.

Le valutazioni delle candidate si basano su qualcosa che noi europei abbiamo dimenticato: ciò che uno è dentro, ciò in cui una persona crede, come si comporta. Blanditi dai guru del relativismo abbiamo cancellato dal nostro immaginario tutto ciò che c’era di nobile, profondo, significativo, e che proprio per questo poteva apparire poco politicamente corretto.

In Arabia Saudita, a quanto pare, sono più avanti. O più indietro, a seconda dei punti di vista. Basano un concorso di bellezza – l’unico del paese – su educazione, conoscenza della morale (e, supponiamo, dell’educazione), qualità del rapporto familiare. Quasi una bestemmia per una società come la nostra, dove il massimo dell’espressione intellettuale emersa agli ultimi concorsi di bellezza è stata una dotta disquisizione sul “lato b”.

Sia chiaro: non vogliamo dimenticare che stiamo parlando dell’Arabia Saudita, un paese che non può essere additato come fulgido esempio di democrazia. Basti ricordare la condizione subalterna della donna, la mancanza di libertà religiosa, o il divieto di importare libri cristiani o simboli di una fede diversa dall’islam.

Premesso questo, però, viene da chiedersi se questa sorta di ballo delle debuttanti in salsa berbera, sia davvero così ridicolo come, a un primo sguardo, ci potrebbe sembrare.

In fondo abbiamo poco da ridere. Guardandoci attorno, camminando per la strada, navigando in rete troviamo una gioventù triste, delusa, senza punti di riferimento né valori: nemmeno l’ombra di quello che un tempo si definiva buona creanza, senso civico, buona educazione.

I miti di oggi sono sguaiati, arroganti, falsi, arrivisti, senza scrupoli né pietà, privi del benché minimo senso di opportunità.

Difficile stupirsi se poi i giovani si ritrovano a tirare avanti un’esistenza pigra, arrabbiata, sciatta, se tra un sms e l’altro niente li entusiasma e nulla riesce ad attirare la loro attenzione.

Pochi adulti se ne preoccupano davvero: “Sono solo ragazzi”, “è un’età difficile”, “hanno diritto a divertirsi” sono le frasi che ricorrono più spesso.
Nel declinare ogni responsabilità nei loro confronti dimentichiamo che tra qualche anno questi stessi ragazzi saranno, a loro volta, genitori. Con obblighi e responsabilità di cui, oggi, non vogliono nemmeno sentir parlare.

E allora una soluzione va trovata, e in fretta. Aiutarli a trovare un senso alla loro vita, spirituale e sociale, è un obbligo morale per tutti noi.