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Un percorso di attenzioni

La depressione post partum sta assumendo dimensioni preoccupanti. A lanciare l’allarme è il Corriere che segnala come “Molte più donne di quanto si immagini hanno provato l’impulso di eliminare il bambino appena nato. Dipende dall’incapacità mentale di inserire il piccolo nel loro schema relazionale. E’ come se lo sentissero un estraneo”.

Il problema, indubbiamente, esiste e non va sottovalutato: ogni anno tra le 50 e le 75 mila neomamme vengono colpite dal cosiddetto baby blues, e in mille casi il neonato sarebbe in pericolo “a causa delle condizioni mentali precarie di chi l’ha messo al mondo”.

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Oltre e nonostante

A volte trovi tracce di fede dove meno te l’aspetti. Come in un articolo del Corriere dove si racconta il dramma di sei ex calciatori di Como affetti da Sla, e un dubbio atroce sulla possibile contaminazione del terreno dello stadio Sinigaglia su cui hanno giocato per anni.

Nel triste elenco Gaia Piccardi ricorda anche Piergiorgio Corno, da quindici anni malato di sclerosi. «Piergiorgio lotta in un letto della villetta di Albate, irrorato da una commovente spiritualità: “Nella mia vita ho capito che nulla è accaduto per caso – ha scritto proprio ieri sul suo computer -. Più volte la presenza di un’entità superiore si è manifestata e per questo vedo la Sla come un percorso che ha una sua ragione, che non capirò mai con la razionalità umana. Ma verrà un momento in cui tutto sarà chiaro“».

Parole che non lasciano indifferenti, se sono pronunciate da una persona immobilizzata da una malattia che corrode giorno dopo giorno la tua indipendenza, la tua libertà, fino a renderti un corpo alla mercé degli altri.

Talvolta, di fronte a una malattia – o una crisi di altro genere – ci impuntiamo su un imperativo categorico: noi dobbiamo guarire. “Dobbiamo” perché serviamo sani, perché Dio non può volere la nostra sofferenza, perché Dio lo ha promesso, perché Dio dice…

Contrariamente alle nostre aspettative, la guarigione non è sempre nei piani di Dio. E, quando c’è, non sempre i suoi tempi coincidono con i nostri.

Forse sorprenderà sentirlo dire, ma talvolta proprio la malattia, o la crisi, fanno parte del piano di Dio. Un piano che va oltre il nostro, perché vede oltre: oltre il nostro bene contingente, oltre il nostro interesse personale, e perfino oltre questa vita.

Sta a noi metterci nella prospettiva di Dio. Una volta sbollita la rabbia verso un Padre apparentemente meno amoroso del solito, forse potremo vedere dietro alla nostra malattia una opportunità inaspettata per consolidare la nostra fede, intensificare il nostro rapporto con Dio, incoraggiare altre persone che altrimenti non avremmo incontrato o che, in altre condizioni di salute, non avremmo potuto avvicinare con la stessa efficacia.

Spesso, come cristiani, dimentichiamo la nostra scelta di vivere per Cristo. Vorremmo farlo solo quando le condizioni risultano umanamente vantaggiose. O almeno, se proprio dobbiamo accettare un disagio, vorremmo comprenderne preventivamente il motivo.

Se fosse così, la fede non sarebbe necessaria. E ci perderemmo l’opportunità di credere senza preoccuparci delle conseguenze, senza lo stress di dover mantenere uno sguardo d’insieme, senza l’angoscia di un progetto chiaro ma così immane da schiacciarci.

Volenti o nolenti, il nostro percorso di vita non lo tracciamo noi.

Proprio per questo, come cristiani, dovremmo sentirci rasserenati: rasserenati di fronte a un’esistenza che non sempre comprendiamo ma che per noi, possiamo starne certi, è comunque la migliore possibile. Anche quando proprio non sembra tale.

Luca, Povia e la polemica inutile

Il brano di Povia? Tanto rumore per nulla, avrebbe sintetizzato Shakespeare.

Per chi non fosse al corrente delle vicende sanremesi, in questi mesi si è fatto un gran parlare di Giuseppe Povia, giovane (ma non giovanissimo) cantautore di moderata ispirazione cristiana, portatore di una salutare vis polemica capace di far riflettere chi lo ascolta.

Lanciato da Bonolis qualche anno fa fuori concorso con la celebre “I bambini fanno ooh”, è tornato a Sanremo l’anno successivo cantando “Vorrei avere un becco”, inno all’amore coniugale che, quando è maturo, sa superare con disincanto le difficoltà.

Povia quest’anno è tornato a Sanremo con un brano dal titolo scioccante: “Luca era gay”. Prima di sentire una sola nota, e perfino prima di aver letto il testo (diffuso solo nei giorni scorsi), l’Arcigay ha scatenato una violenta polemica, tacciando l’artista di omofobia per aver parlato di “guarigione” dalla condizione omosessuale.

Martedì sera verso mezzanotte, finalmente, il momento della verità. Povia sale sul palco e propone un brano dal testo molto poco scandaloso. O, almeno, molto meno volgare degli eccessi riscontrati alle parate di settore.

Nel testo il protagonista del brano precisa: «questa è la mia storia, solo la mia storia/ nessuna malattia, nessuna guarigione».

Un messaggio chiaro, che disinnesca di fatto buona parte delle polemiche sviluppate sul nulla di un’ipotesi.

L’ascolto però non è bastato a sgonfiare il caso. Né è bastato a rabbonire Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, che in sala ha avuto modo di dissentire dapprima a gesti – enfatizzati ampiamente dall’occhio attento delle telecamere – e poi con un intervento vero e proprio.

A guardare la serata nel suo complesso, pare quasi si sia voluto creare attorno a Povia un cordone sanitario: verso le 23 Benigni ha voluto chiudere il suo exploit con un richiamo alla dignità di ogni tipo di affettività, recitando una lettera di Oscar Wilde; poi, una volta terminato il brano di Povia, è stato l’onorevole Grillini a chiedere la parola per un commento sviluppato con garbo e concluso purtroppo rinfocolando la stanca polemica.

Curiosamente il caso Povia è stato costruito sul nulla, ma ci hanno guadagnato tutti: l’Arcigay, che ha guadagnato altra visibilità; il cantante, che fino all’ultimo ha mantenuto il riserbo sul testo dando la stura a una ridda di ipotesi sui contenuti del brano; e ci ha guadagnato ovviamente Bonolis, bravo a costruire, montare e mantenere una storia nella storia capace di catalizzare l’attenzione del pubblico, con ripercussioni positive sugli ascolti televisivi.

Mentre il caso mediatico si avvia alla conclusione, la polemica offre lo spunto per una constatazione. Sul metodo, più che sul merito.

Ormai è assodato: non si può uscire dal coro per esprimere posizioni non convenzionali, su qualsiasi differenza e minoranza, senza il rischio di passare per razzisti.

Forse è vero che la normalità non esiste, o quantomeno che ormai è solo una tra le tante minoranze. Se è così, però, non si può non notare che si tratta dell’unica minoranza a non avere il diritto di esprimere liberamente i propri pensieri, i propri timori, i propri valori.

Sarà anche una questione libertà. Ma suona tanto come un paradosso.

Mina o Ornella?

Riceviamo una mail da Alberto:

Vi prego di meditare sull’articolo di Mina in allegato e di farmi sapere se lo avevate già letto e se lo avete gradito… La cosa che sinceramente mi lascia scettico riguardo alla presunta conversione di Ornella Vanoni è proprio questo: Mina riesce a far riflettere e mi sono ritrovato in toto in quello che scrive.

La Vanoni con la sua pretesa guarigione divina della sua depressione no, e mi lascia molto scettico ed indifferente… Ornella non può essere, con l’ammissione dei suoi guai, di nessuno stimolo ad una proficua autoanalisi… anche in chi legge…   Mina  è calata nella contemporaneità e fa riflettere.

Ornella ha fatto “outing”… Mina cattolica di nascita come molti italiani, ragazza madre negli anni ‘6o, pubblica peccatrice per la morale del tempo, sicuramente crede in Dio ma non ha fatto nessuna “modifica” come la sua illustre collega… Continuo a preferirla a Ornella anche per questo.

Gentile Alberto,

grazie per la tua mail. Per giudicare le differenze tra Mina e Ornella Vanoni è opportuno tenere in considerazione la diversa estrazione delle due artiste. Probabilmente Mina ha un animo intellettuale e combattivo, Ornella Vanoni un carattere più pensoso, diremmo confidenziale.

Potremmo parlare di utenze diverse: una persona intellettuale si potrà ritrovare più facilmente in Mina, una persona dall’animo più riservato potrà giovarsi delle parole della Vanoni, e magari trarre beneficio dalla sua testimonianza sulla depressione.

Quel che è certo è che l’una non esclude l’altra, e nella diversità ognuno di noi può svolgere un ruolo proficuo per comunicare agli altri la speranza della fede in Dio.

Sorprese nostrane

I giornali oggi danno spazio all’ultimo scoop su Sarah Palin, candidata vicepresidente con John Mc Cain, che tre anni fa nella chiesa pentecostale della sua città era stata benedetta dal suo pastore con una preghiera dedicata al suo impegno politico.

«Noi chiediamo, salvala da Satana, mostrale il cammino, Dio. Porta finanze alla sua campagna in nome di Gesù. Usala per invertire la rotta di questa nazione»: così, secondo Il Giornale, avrebbe pregato Thomas Muthee (che la testata definisce “vescovo”), pastore delle Assemblies of God di Wasilla (Alaska), ripreso in un video amatoriale e finito su Youtube (ovviamente in un momento topico della campagna elettorale).

Sia il Corriere che il Giornale aggiungono testualmente che «il video è destinato a riaprire la polemica sull’affiliazione di Palin alla controversa chiesa pentecostale [secondo Il Giornale, “pentacostale”], che crede nel “battesimo nello Spirito Santo” che si può manifestare nel “parlare in lingue”, nella capacità profetica e di guarigione».

C’è da chiedersi quale sia la fonte, sicuramente comune, che ha ispirato il commento dei due illuminati giornali, e se questa fonte conosca davvero la realtà americana: negli Stati Uniti gli evangelici pentecostali – escludendo qualche immancabile esagerazione – non danno infatti il destro per particolari critiche, al pari delle altre realtà evangeliche.

La sorpresa – o peggio, la “polemica” – relativa al “parlare in lingue”, alle “profezie” e al “dono di guarigione”, non sembra quindi per niente americana. Anzi, suona fin troppo italiana.

La speranza rubata

La notizia è nota: «Dal 1992 vive in uno stato vegetativo. E per anni il padre si è battuto per interrompere l’alimentazione forzata che la tiene in vita. Adesso, il caso di Eluana Englaro è a una svolta: dopo una lunga battaglia legale, infatti, la Corte d’appello civile di Milano ha autorizzato il padre, in qualità di tutore, ad interrompere il trattamento di idratazione ed alimentazione forzato. Fino alla sua morte. Il provvedimento è immediatamente efficace, secondo quanto appreso da fonti giudiziarie, e può essere già attuato».

È stato il padre, in una battaglia legale durata quasi dieci anni, a ottenere il diritto a sospendere l’alimentazione. «Dolore? Mia figlia è morta 16 anni fa», ha dichiarato quando ha saputo della notizia.

Il tema richiede una certa dose di serietà, ma soprattutto di delicatezza: delicatezza per una ragazza che da sedici anni vive in stato vegetativo, delicatezza per una famiglia che ha pianto tutte le sue lacrime e che sicuramente prima di decidere – dopo sette anni – di chiedere l’eutanasia per la propria figlia deve aver riflettuto a lungo e con dolore sulla scelta.

Nonostante tutto, e con tutto il rispetto dovuto a chi soffre, chissà perché di fronte a casi come questo ci torna in mente Berlicche, e la riedizione che ne fa ogni settimana Tempi. Il diavoletto che parla con il suo discepolo-nipote, e che ben rappresenta sul piano logico il punto di vista diabolico, direbbe più o meno così: «lascia che tutti si concentrino sul dolore. Il dolore di una ragazza che ha perso sedici anni di vita in un letto di ospedale, il dolore di una famiglia che non ha più speranza. E’ proprio la speranza, caro nipote, quella che dobbiamo rubare agli uomini se vogliamo portarli dalla nostra parte. La fede? Quella è facile, in fondo in questi anni il battage laicista ha giocato ampiamente a nostro favore, e perfino i nostri avversari, i cristiani, sono possibilisti nei confronti dell’eutanasia, e talvolta perfino dell’eugenetica: la società dell’apparenza non può sopportare l’idea di malati senza termine di guarigione, o di bambini che nascono con qualche difetto fisico.
Hai fatto un buon lavoro, ne convengo, nel convincerli che l’apparenza sia così importante da sostituirsi – per il bene di tutti, ovviamente – alla sostanza. Ora non ci resta che togliere all’essere umano l’ultima difesa dai nostri attacchi: la speranza, appunto. Se la scienza riesce a convincere un genitore che vita di un figlio non è più degna di essere vissuta, siamo a buon punto.
Coraggio, nipote, manca poco: gli umani dicono che la speranza è l’ultima a morire. L’ultima: poi, finalmente, toccherà all’uomo. E il nostro compito (scusa se non dico “missione”, ma ricorda troppo da vicino il nostro Avversario) sarà compiuto».