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Favole di Montana

Addio ad Hannah Montana, la ragazzina che per quattro anni ha accarezzato l’immaginario delle preadolescenti americane (e locali): conclusa la fortunata sitcom per limiti d’età, la ormai diciottenne attrice che la interpretava ha dimostrato di avere le idee chiare sul futuro. Così almeno si direbbe dal titolo dedicatole dal Corriere: “Miley Cirus, svolta sexy: finora mi hanno censurata”. E insiste, con vaghi accenti pensosi: “ogni donna deve poter diventare come vuole”.

Insomma, Miley-Montana “cerca di smarcarsi dall’immagine della brava ragazza-buoni sentimenti che la Disney le ha costruito addosso”, e comincia passando per “la nuova immagine aggressiva, i video sexy e le paparazzate studiate ad arte che la mettono su quel (pericoloso) percorso già fatto da Britney Spears, pure lei uscita dalla stessa fabbrica di idoli per teen”.
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L’uomo nella rete

Non ci sono molti dubbi sul fatto che Internet, e la tecnologia in generale, ci stanno cambiando la vita: i tempi si accorciano, le opportunità aumentano, i contatti si estendono, le informazioni si diffondono su scala globale con ritmi e dimensioni impensabili fino ad appena vent’anni fa. Questi sono i “pro”; ci sono, poi, i “contro”, che un articolo sulla Stampa di oggi riassume in una domanda angosciata: “Internet ci rende stupidi?”.

Citando lo studioso americano Nicholas Carr, il quotidiano torinese avvisa che «nell’arco di pochi anni saremo tutti superficiali, incapaci di concentrarci per più di qualche minuto o di distinguere una informazione importante da quelle irrilevanti».

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La solitudine dell’uomo telematico

A leggere il titolo di Repubblica, pare che sia arrivata l’apocalisse della rete: «Facebook sotto assedio: “Cancelliamoci tutti”».

Al centro delle polemiche c’è il sito più cliccato della rete, dove 400 milioni di internauti hanno creato una propria scheda e interagiscono con amici (veri, presunti o fittizi) raccontando senza riserve gusti, passioni, idee: un catalogo di vizi (molti) e virtù (poche) che ha fatto rabbrividire i garanti della privacy a ogni latitudine.

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Buoni o cattivi

«Aggredito e picchiato per sette volte in dodici anni al grido di “colono” e “cane bianco”, impossibilitato a trovare lavoro a causa delle quote riservate ai neri e senza fiducia nelle autorità. E, da pochi giorni, rifugiato politico in Canada perché perseguitato nel Sudafrica multirazziale di oggi».

Una vicenda curiosa che viene raccontata oggi dalla Stampa e che fa scalpore: un bianco che subisce un trattamento razzista, nel nostro immaginario, ricorda il classico esempio dell’uomo che morde il cane.

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Finché non costa niente

I gestori dei locali notturni di Jesolo hanno deciso di lamentarsi per i troppi controlli che le forze dell’ordine stanno effettuando, in questa estate 2009, controlli che «danneggiano l’immagine turistica della città».

La polizia, per bocca del suo portavoce, risponde quasi incredula alle proteste: «Ci dicano loro cosa dobbiamo fare. Senza questi controlli non ci può essere sicurezza, altrimenti si rischia di fare solo propaganda fine a se stessa».

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Verità di troppo

150 ore di registrazioni e 30 mila pagine di documenti inediti, recentemente resi pubblici dalla Biblioteca presidenziale americana di Yorba Linda, in California, gettano nuove ombre su Richard Nixon.

Se il presidente, sul piano pubblico, viene già ricordato per lo scandalo Watergate che lo costrinse a dimettersi, ora si trova a fare i conti anche con rivelazioni su conversazioni private che, certo, non migliorano la sua immagine.

Scrive La Stampa che «Se c’è un filo comune nei documenti declassificati è aggressività e disprezzo di Nixon, verso gli amici come per gli avversari».

Insomma, nastri e carte rivelano un Nixon cinico, spregiudicato, insofferente verso le obiezioni da qualunque parte venissero. Niente di strano per un politico, a dire il vero.

Quel che lascia perplessi è il senso dell’operazione. Andare a pescare nella posta altrui è sempre pericoloso, e scrutare nell’intimità della vita familiare può provocare forti delusioni anche quando si tratta di grandi uomini: figurarsi quando lo si fa con un uomo pubblico che, per arrivare dove è arrivato, deve aver ceduto a una pioggia di compromessi.

È vero che, biblicamente parlando, “nulla è destinato a rimanere segreto”, ma forse dovremmo chiederci se la luce alla quale vogliamo portare il comportamento delle persone sia la luce cristiana o una luce guardona.

Certo, la verità deve emergere. Ma dovremmo chiederci a cosa facciamo riferimento quando parliamo di verità e, soprattutto, quale sia lo scopo della presunta verità di cui ci ergiamo paladini.

Anche chi spettegola, di solito, si difende esclamando “ma è la verità!”: se nulla deve restare segreto, allora il gossip è attività benemerita, e i ficcanaso sono i nuovi moralizzatori.

Nel valutare le persone è certo necessario il buonsenso di una valutazione su larga scala, ma capace di distinguere il grano dal loglio e di dare la giusta priorità alle informazioni raccolte.

Proprio come i sondaggisti che, in attesa dei risultati elettorali definitivi, non si basano acriticamente su tutti i dati, ma organizzano le proiezioni per dare un senso a quei dati.

Non tutte le sezioni elettorali sono ugualmente rappresentative e permettono di farsi un quadro attendibile della realtà generale. Proprio come le parole, le azioni, i comportamenti delle persone.

Sessantatré anni fa

Dopo mesi di incertezze e dubbi, il 2 giugno del 1946 il voto popolare sanciva la nascita della Repubblica italiana. Quasi tutti principali partiti, rinati dopo il ventennio fascista, caldeggiavano la scelta di una forma di stato repubblicana; sull’altro fronte la monarchia, uscita compromessa dai drammi della guerra e dall’onta dell’otto settembre, aveva tentato – invano – di recuperare credibilità presentandosi con un’immagine nuova attraverso il passaggio di consegne tra Vittorio Emanuele III e il giovane Umberto II.

Il risultato finale, contestato per l’assenza dei soldati che non erano ancora tornati in patria e di intere aree del paese (non poterono votare la provincia di Bolzano, la Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia), finì con la vittoria della Repubblica per 12 milioni di voti contro 10, il 54,3%.

A sessant’anni abbondanti di distanza da quelle vicende viene spontaneo chiedersi perché dovremmo festeggiare una repubblica che, in particolare negli ultimi decenni, non ha dato il meglio di sé, facendoci a volte sentire l’imbarazzo di farne parte.

Eppure qualche motivo per essere grati c’è. Cominciando dal fatto che siamo stati probabilmente l’unico paese al mondo dove il passaggio dalla monarchia alla repubblica si è svolto senza spargimento di sangue.

Non era così scontato. E non è così scontato nemmeno essere nati in un paese libero, ricco, in una democrazia che tutela i diritti delle minoranze, dove l’espressione della propria fede è stata sostanzialmente garantita costituzionalmente.

Certo, a dirla tutta per i cristiani minoritari si sarebbe potuto – e, forse, dovuto – fare di più. Però non possiamo dimenticare che viviamo in un mondo dove i cristiani negli ultimi sessant’anni hanno visto peggiorare la propria condizione di vita dall’Africa all’Asia, dalle repubbliche ex sovietiche al Sudamerica.

E allora non possiamo non essere riconoscenti: questa Repubblica così malandata e maltrattata, in fondo, è stata – e continua a essere – una benedizione.

Cento punti senza stile

A volte l’agonismo fa brutti scherzi. Ne sanno qualcosa le cestiste della Covenant School di Dallas, scuola superiore con una squadra femminile di basket insaziabile: nell’ultima partita hanno probabilmente battuto un record, vincendo con un tondo 100 a zero contro la compagine della Dallas Academy.

Certo, deve trattarsi di una squadra-materasso al limite del patologico, considerando che non vince una partita da quattro anni. Eppure a tutto c’è un limite, e la scuola delle vincitrici ha ritenuto opportuno inviare una mail alla scuola sconfitta porgendo nientemeno che le proprie scuse per l’umiliazione. «È vergognoso che questo sia successo. Questo, chiaramente, non riflette l’atteggiamento cristiano e onorevole di una competizione», ha scritto il preside.

Un gesto d’altri tempi, gentile, generoso e formativo: insegna che ricercare l’eccellenza è importante, ma che prima dei risultati vengono sempre e comunque le persone.

Di diverso avviso l’allenatore vincente, che non ha voluto saperne di scusarsi, e anzi ha giustificato le sue ragazze per la sonora sconfitta inflitta alle avversarie: «Non sono d’accordo sul fatto che le ragazze della squadra di pallacanestro di Covenant School debbano sentirsi imbarazzate», e ha ribadito le sue ragioni parlando di una «vittoria ampia» ottenuta «con onore e integrità».

Come dire: se abbiamo vinto è per merito nostro e demerito degli avversari. Sul campo non si fanno prigionieri e non esiste pietà: chi ha, dà; chi non ha, subisce.

Povera Dallas Academy, che si è trovata di fronte una squadra così motivata, guidata da un allenatore tanto agguerrito. Cento punti subiti, nemmeno uno segnato.

La scuola ospita studenti con problemi di apprendimento, e l’allenatore è più un amico che un coach: «Le mie ragazze non si sono mai rassegnate – ha detto al Dallas News -, hanno giocato con tutta l’intensità possibile fino all’ultimo secondo. Ci hanno messo tutto il loro cuore sul 70 a zero, sull’80 a zero, sul 100 a zero. Sono davvero orgoglioso di loro. È questo che ho detto loro alla fine della partita».

Insomma: nonostante i risultati diano un’immagine diversa, il suo mestiere di allenatore lo svolge bene.

Proprio come il suo antagonista, il vincente senza riguardi, il Mourinho della situazione: solo che lui, l’allenatore dei cento punti, ha sbagliato parquet, e di certo si troverebbe meglio nel campionato NBA, anziché sulla panchina una squadretta scolastica.

Chissà quanto gli rode doversi occupare di cinque ragazzette, proprio lui, con il suo talento e la sua filosofia battagliera.

Immaginiamo qindi che sarà stato contento nello scoprire che il suo trasloco è stato facilitato: dopo il rifiuto a porgere le scuse a nome suo e della squadra, è stato esonerato senza troppi complimenti.

Niente da dire: se è vero che una squadra vincente non si cambia e che chi vince ha sempre ragione, la scelta di mandarlo a casa è stato un bell’esempio di coerenza da parte della scuola, che con questo gesto esplica nel modo migliore la sua estrazione cristiana: privarsi di un coach di talento non è mai facile; farlo volontariamente per tener fede a un principio è ancora più ammirevole.

Farewell, mr. President

Ultimo giorno di lavoro per George Walker Bush: martedì, dopo il giuramento di Obama, verrà portato in Texas, dove comincerà per lui una nuova vita da ex presidente. La Stampa spiega che si impegnerà «alla guida del “Freedom institute”, presso l’Università metodista del sud», istituto da lui fondato ad hoc per il dopo-Casa Bianca.

Prima di dare spazio a Obama – che, a dire il vero, in questi ultimi mesi si è già impadronito della ribalta – e chiudere il capitolo dell’era Bush ci sembra corretto ricordare un presidente che negli ultimi mesi è stato fatto oggetto di un intenso e ingeneroso tiro al bersaglio.

Secondo la vulgata benpensante la reazione è stata inevitabile conseguenza delle decisioni sbagliate prese da Bush nel corso del suo mandato, ma probabilmente la verità è un’altra, ed è legata all’immagine del suo successore. Nel suo ultimo anno di mandato, infatti, Bush è stato oscurato dalla stella di Obama: nero e giovane, brillante e tecnologico come nessun altro, fin dagli inizi della campagna elettorale 2008 Obama ha finito per incarnare agli occhi del mondo l’immagine del nuovo e della novità. Bush, di conseguenza, è apparso a un tratto banale, antico, demodé, diventando all’improvviso padre di tutte le colpe e le nevrosi dell’Occidente.

Eppure, nel suo conservatorismo solidale, nella sua ordinarietà, in quella mediocrità che tanto ha fatto discutere il mondo, Bush è stato un presidente innovativo. In un paese dove Dio e la fede stanno diventando qualcosa di cui vergognarsi, Bush ha invertito la tendenza, dichiarandosi serenamente cristiano. Ha raccontato senza remore il suo passato da rampollo viziato e dipendente dall’alcol, e come Dio lo avesse ripescato, alla soglia dei quarant’anni, servendosi di quel Billy Graham che per i Bush è un amico di famiglia.

Una scelta, spirituale e morale, confermata anche alla Casa Bianca: a voler essere onesti si deve riconoscere che la presidenza Bush non ha visto scoppiare scandali personali, dopo l’allegra gestione cui ci aveva abituati Bill Clinton.

Esattamente quattro anni fa, alla vigilia della cerimonia di insediamento (la seconda, dopo quella del gennaio 2001), Bush aveva dichiarato «non vedo come si possa essere presidente senza avere uno stretto rapporto con il Signore», e il suo secondo mandato più del primo ha confermato questo “filo diretto con Dio”, come ebbe a definirlo, raccontandoci della preghiera comunitaria alla Casa Bianca, gli inni cantati insieme ai suoi ministri, la lettura dei salmi al mattino, i culti domenicali, i mille riferimenti cristiani nei suoi discorsi.

Questa sua esposizione – troppo controproducente, sul piano dell’immagine, per non essere sincera – ha avuto le sue ripercussioni anche da noi: perfino le testate più influenti si sono dovute interrogare su chi siano questi evangelici, ribattezzati spesso evangelisti, evangelicali, rinati, a seconda della fantasia del giornalista di turno.

Non è mancata da parte dei media una buona dose di malizia, come ha rilevato a suo tempo il suo consigliere (cattolico) James Towey: «Secondo me, su questo punto si fanno due pesi e due misure. Il presidente Kennedy ha più volte invocato Dio nei suoi discorsi. Il presidente Carter ha perfino provato a convertire al Cristianesimo il presidente sudcoreano. Anche Bill Clinton non nascondeva mai la sua partecipazione a riti religiosi. Pensiamo a Lincoln: è impossibile comprendere la sua presidenza, distaccandola dalla sua fede personale. Ma quando si parla di Bush le cose cambiano. Ritengo che chi lo attacca su questo aspetto è in realtà a disagio con la propria fede. Porto un esempio: se il presidente ha un incontro con la comunità musulmana o ebraica, nessuno dice niente. Se però riceve un gruppo cristiano evangelico, ecco che subito qualcuno lancia l’allarme: che cosa starà facendo? Li sta favorendo? Questo è semplicemente falso».

Il tempo ci dirà se sarà opportuno ricordare Bush per aver detronizzato Saddam Hussein o per le conseguenze drammatiche delle lotte tra bande irachene; se gli afghani avranno saputo sfruttare la cacciata dei taliban o l’impegno americano sarà stato inutile; se le drastiche misure di Guantanamo saranno servite a prevenire nuovi attacchi terroristici contro l’Occidente.

Per il momento, ci piacerà ricordarlo con una sua confessione di qualche anno fa: «Ho pianto molto, [di lacrime] ne ho versate molte di più di quanto si possa pensare che accada a un presidente… In quei momenti mi sono appoggiato alla spalla di Dio».

Spazi da conquistare

«Religione o no, la Bibbia ha molto a che vedere con il nostro codice morale»: è con questa convinzione che Dag Soderberg, editore svedese, ha pubblicato una versione della Bibbia in formato “fashion”.

Testo sacro e pagine patinate, Parola di Dio e impaginazione di classe convivono in un’edizione creata per dare nuova veste al contenuto biblico, offrendo una grafica piacevole capace di attirare la curiosità, e magari l’attenzione, di chi si è sempre scoraggiato di fronte ai formati classici.

Giusto o sbagliato, saranno i risultati (non di vendita, ma nelle vite dei lettori) a dirlo; certo non possiamo ignorare di vivere nella società dell’immagine, dove si legge poco e si discute tanto, dove l’occhio scorre a cercare una foto, un riferimento, qualcosa di diverso dall’uniformità del testo scritto.

In questo contesto una buona presentazione, un formato efficace, un’impaginazione accattivante, un messaggio conciso e significativo, oltre a una campagna di diffusione mirata e opportuna, sono capaci di dire dare al contenuto giusto (e la Bibbia sicuramente lo è, oggi come ieri) un significativo valore aggiunto.

Soderberg ha detto di aver voluto creare un libro che «la gente voglia prendere in mano, invece che nasconderlo o lasciarlo semplicemente sullo scaffale». E ha anche saputo presentarlo bene: prima il volume era in vendita solo in luoghi esclusivi, probabilmente per attirare l’attenzione e valorizzare il prodotto; poi, una volta creato l’interesse dando al volume un tocco di esclusività, la Bibbia in formato magazine è sbarcata nelle librerie, a disposizione di tutti.

I primi risultati sembrano dargli ragione: da quando è disponibile, le vendite della Bibbia in Svezia sono aumentate del 50%.

Se sarà stata solo curiosità o un’operazione di marketing lo diranno i risultati. Intanto la Bibbia è entrata in altre case, e forse stavolta conquisterà anche le scrivanie dell’Ikea, oltre alle librerie.