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Abbracci e responsabilità

«Baci e abbracci in culla contro il futuro stress: le coccole di mamma fanno adulti più forti. L’affetto materno è un’arma fondamentale per divenire adulti capaci di resistere alle tensioni quotidiane, più sicuri di sé, meno ansiosi e ostili», scrive La Repubblica.

Una paziente ricerca finlandese «ha selezionato 482 bebè e li ha seguiti nella crescita fino all’età di 34 anni. Gli psicologi hanno valutato il grado di affettività e di attaccamento materno quando il piccolo aveva solo otto mesi. Poi, a distanza di anni, con questionari ad hoc, hanno misurato il livello di sicuri e forti, capaci di vincere gli stress della vita. Tali soggetti mostrano livelli di ansia e ostilità fino a sette punti inferiori a quelli mostrati dai loro coetanei le cui mamme non hanno instaurato coi figli ancora in fasce un legame altrettanto affettuoso. L’affetto materno, dunque, è un’ottima risorsa per crescere pronti ad affrontare la vita».
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Le regole del gioco

In questi ultimi anni la realtà economica internazionale si è rivelata più spregiudicata di quanto i non addetti ai lavori avrebbero mai pensato: conti ritoccati, finanza creativa, titoli tossici hanno riempito le cronache, rovinato famiglie, raccontato un mondo – quello della finanza – a dir poco scandaloso.

Sappiamo che i fenomeni di costume condizionano l’immaginario collettivo: i migliori termometri del clima sociale e culturale sono i programmi televisivi, film, campagne pubblicitarie. Ma anche i giochi da tavolo.

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Suocera si diventa

Un corso educativo per suoceri: è la proposta della curia udinese, che ha organizzato «un vero e proprio corso per educare le suocere a non fare le “suocere”».

Consapevoli che tre matrimoni su dieci (ma, in certe zone, addirittura il 50%) naufraga anche a causa di interferenze che provengono dalle famiglie d’origine dei coniugi, l’arcidiocesi ha deciso di proporre, in collaborazione con tre psicologhe, alcuni incontri su temi per niente scontati: “E vissero felici e contenti. Relazioni familiari tra illusioni e realtà”, “A pranzo con i miei. Storie di ordinaria amministrazione”, “Mi tieni il bambino? La solidarietà tra generazioni”.

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L’incubo del limite

Due notizie. Raccontano storie molto diverse, sono riferite da quotidiani diversi, risultano ambientate in località diverse, eppure sembrano collegate tra loro da un comune denominatore.

La prima vicenda si svolge nelle aule del tribunale di Salerno, dove un giudice ha stabilito con una sentenza la liceità della «diagnosi genetica pre-impianto e all’accesso alle tecniche di fecondazione assistita nei confronti di una coppia fertile, portatrice di una grave malattia ereditaria».

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Il percorso di Eli Stone

Tra i nuovi serial tv di cui i critici televisivi hanno parlato in questi mesi, ha avuto poco spazio un telefilm la cui prima serie si è conclusa ieri, Eli Stone.

Si tratta di un serial che si poteva scoprire solo per caso – da un po’ di tempo le emittenti non brillano per la capacità di promozione delle serialità e per il rispetto degli appassionati che le seguono – ma che man mano mi ha incuriosito, e non solo per la trama.

Trasmesso da Italia Uno al martedì sera, racconta le vicende di un rampante avvocato trentacinquenne, Eli Stone appunto, socio di un autorevole studio legale di San Francisco.

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Il profumo dell'altruismo

In Piemonte si sono inventati il Bosco del silenzio. L’idea è venuta a Oscar Farinetti, imprenditore «noto per aver creato Unieuro e poi Eataly. Quello che aveva convinto anche Tonino Guerra a parlare in pubblico, a dire in tv “L’ottimismo è il sale della vita“».

Lasciati da parte (temporaneamente?) i suoi affari, Farinetti ha acquistato tredici ettari di bosco, «l’ultimo vero bosco di bassa Langa, l’unico che si sia salvato dall’invasione della vite». E per questo, spiega ha deciso «non solo di conservarlo, ma di dargli una destinazione particolare. Di farlo diventare il regno del silenzio e della riflessione».

In un percorso a tappe in due versioni, adatto a tutti, è possibile incontrare la natura, la letteratura con citazioni di grandi autori («da Leopardi a Baudelaire, da Fenoglio a Pavese a Whitman, da Maupassant a padre Turoldo») e se stessi.

Il percorso è gratuito, unica richiesta per essere ammessi nel bosco: impegnarsi a camminare in silenzio. Nessun divieto, beninteso, ma solo la richiesta di non interrompere i pensieri altrui con la propria voce.

Non ci soffermeremo a parlare del silenzio e dei suoi privilegi, dato che lo abbiamo fatto altre volte.

Ciò che fa riflettere è l’impegno di questo affermato professionista: un imprenditore di successo che non si limita a curare le sue aziende, ma ricava del tempo per creare qualcosa di bello, utile, da condividere con gli altri.

Probabilmente non ha molto più tempo dei suoi colleghi – e di ognuno di noi -, i problemi non gli mancano, gli imprevisti saranno anche per lui all’ordine del giorno. Eppure ha deciso di non lasciarsi travolgere da un diktat egoistico – il successo professionale – e lasciare il segno realizzando qualcosa di buono.

Viene da chiedersi come sarebbe il nostro Paese se fossero meno rari i personaggi come Farinetti, e non solo tra i professionisti. Chissà come sarebbe la nostra città se prendessimo sul serio quel mandato relazionale che Cristo ci ha assegnato, e decidessimo di dedicare una parte delle nostre risorse (tempo, energie, denaro) al benessere altrui.

Potremmo farlo come e meglio degli altri, ben sapendo che il benessere nasce dal profondo e non dai beni materiali; riusciremmo dare qualche consiglio non solo teorico, ma sperimentato in prima persona su cosa significhi affrontare le difficoltà con il conforto della fede.

Un bosco del silenzio, una casa della speranza, una scuola di valori, una sala di riflessione, un consultorio per un aiuto: tutte idee buone, che non dovremmo lasciare sempre agli altri.

Perché anche un bosco dove riflettere e trovare ispirazione può risultare efficace. Talvolta perfino più efficace dell’ennesima chiesa.

Il profumo dell’altruismo

In Piemonte si sono inventati il Bosco del silenzio. L’idea è venuta a Oscar Farinetti, imprenditore «noto per aver creato Unieuro e poi Eataly. Quello che aveva convinto anche Tonino Guerra a parlare in pubblico, a dire in tv “L’ottimismo è il sale della vita“».

Lasciati da parte (temporaneamente?) i suoi affari, Farinetti ha acquistato tredici ettari di bosco, «l’ultimo vero bosco di bassa Langa, l’unico che si sia salvato dall’invasione della vite». E per questo, spiega ha deciso «non solo di conservarlo, ma di dargli una destinazione particolare. Di farlo diventare il regno del silenzio e della riflessione».

In un percorso a tappe in due versioni, adatto a tutti, è possibile incontrare la natura, la letteratura con citazioni di grandi autori («da Leopardi a Baudelaire, da Fenoglio a Pavese a Whitman, da Maupassant a padre Turoldo») e se stessi.

Il percorso è gratuito, unica richiesta per essere ammessi nel bosco: impegnarsi a camminare in silenzio. Nessun divieto, beninteso, ma solo la richiesta di non interrompere i pensieri altrui con la propria voce.

Non ci soffermeremo a parlare del silenzio e dei suoi privilegi, dato che lo abbiamo fatto altre volte.

Ciò che fa riflettere è l’impegno di questo affermato professionista: un imprenditore di successo che non si limita a curare le sue aziende, ma ricava del tempo per creare qualcosa di bello, utile, da condividere con gli altri.

Probabilmente non ha molto più tempo dei suoi colleghi – e di ognuno di noi -, i problemi non gli mancano, gli imprevisti saranno anche per lui all’ordine del giorno. Eppure ha deciso di non lasciarsi travolgere da un diktat egoistico – il successo professionale – e lasciare il segno realizzando qualcosa di buono.

Viene da chiedersi come sarebbe il nostro Paese se fossero meno rari i personaggi come Farinetti, e non solo tra i professionisti. Chissà come sarebbe la nostra città se prendessimo sul serio quel mandato relazionale che Cristo ci ha assegnato, e decidessimo di dedicare una parte delle nostre risorse (tempo, energie, denaro) al benessere altrui.

Potremmo farlo come e meglio degli altri, ben sapendo che il benessere nasce dal profondo e non dai beni materiali; riusciremmo dare qualche consiglio non solo teorico, ma sperimentato in prima persona su cosa significhi affrontare le difficoltà con il conforto della fede.

Un bosco del silenzio, una casa della speranza, una scuola di valori, una sala di riflessione, un consultorio per un aiuto: tutte idee buone, che non dovremmo lasciare sempre agli altri.

Perché anche un bosco dove riflettere e trovare ispirazione può risultare efficace. Talvolta perfino più efficace dell’ennesima chiesa.

Così vicini, così lontani

In un sondaggio riportato su Repubblica si indaga sul vicino insopportabile. I comportamenti condominiali più fastidiosi? Tutti detestano la spazzatura lasciata sul pianerottolo, ma poi «per gli uomini quell’auto parcheggiata fuori dalle linee dal vicino di casa è una delle cose più fastidiose, mentre quelle piccole e insidiose bricioline che fanno tanto felici gli uccellini sul nostro balcone scatenano le ire delle donne, soprattutto quando cadono dal terrazzo della “nemica” del piano di sopra».

Dà fastidio (a tutti) anche l’invasione della propria sfera personale, favorita dalle «pareti extrasottili di cui in genere sono fatti i nostri appartamenti», a causa delle quali «il problema non è solo quello della sveglia del vicino che fa turni di notte e ti fa sobbalzare alle 3 del mattino ma, diventa più imbarazzante, quando si tratta di aspetti più intimi».

Il vicino ideale? Sicuramente non è uno studente, ma piuttosto un anziano; allo stesso tempo si predilige un vicino impiccione che dia un’occhiata alla casa quando si è assenti, ma non si disdegna nemmeno «il vicino “viaggiatore” che lascia sempre libero il posto auto».

Insomma, ricapitolando e ampliando: il vicino ideale è quello che ti controlla la casa ma non c’è mai; è abbastanza giovane per aiutarti a portare su un mobile ma abbastanza anziano da non portare a casa amici; sordo, in modo da non farsi gli affari nostri, ma non tanto da tenere alto il volume del televisore; simpatico, ma invisibile; single e taciturno, ma con una famiglia che all’occorrenza faccia un po’ di compagnia; disponibile ma discreto; cuoco per invitarci a cena, ma che non cucini per non invaderci con gli effluvi dei suoi piatti.

Lui deve essere così. Noi, invece, dobbiamo mantenere il diritto a urlare per le scale, tenere alto il volume dello stereo e delle litigate, avere figli rumorosi, essere scontrosi quando la luna è calante e invadenti quando è crescente, assenti quando si tratta di dare ma presenti quando c’è da ricevere.

È evidente che il nostro vicino ideale non esiste. E, se esiste, non ci somiglia per niente.

La triste realtà, infatti, è che noi stessi siamo molto lontani dal nostro ideale di vicino. Anzi: forse, mettendoci una mano sulla coscienza, potremmo concludere che nessuno, potendo scegliere, ci vorrebbe come dirimpettai.

Considerando che la prima testimonianza della nostra fede cristiana non è la predicazione ma il comportamento, non c’è molto da stare allegri.

Forse allora, prima di giudicare i comportamenti altrui, dovremmo fermarci e riflettere sul nostro.

«Fai al tuo vicino quello che vorresti lui facesse a te». Non lo ha detto un amministratore di condominio, ma Gesù.