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Si può dare di più

I Salwen sono una classica famiglia americana, di quelle che i film hanno reso un simbolo degli Stati Uniti: padre, madre, due figli (ovviamente maschio e femmina), una villa comoda con quattro stanze e altrettanti bagni, e poi il giardinetto, un’auto confortevole e tutto il resto.

In questo resto era compresa anche una vita da buoni cristiani, di quelle che noi dovremmo guardare sentendoci inadeguati: facevano beneficenza, il padre organizzava aste di abiti usati per raccogliere fondi da dare ai poveri, i figli svolgevano ore di volontariato (da noi, invece, se un figlio si propone di dedicare tempo ai bisognosi, perfino il cristiano più maturo è tentato di replicare: “cosa ci guadagni?”. Segno che la cultura materialistica forse è un problema più marcato di quanto vorremmo credere).

Insomma, come sopra: la classica famiglia americana. Fino a quando una domanda ha attraversato la loro mente e (soprattutto) la loro vita.

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L'Italia s'è desta

Pensavamo sarebbe passato inosservato in mezzo ai tanti eccessi che sono diventati norma nel nostro acciaccato Paese: e invece no.

Tutto nasce da uno spot televisivo che pubblicizza una nota marca di calze; il video, caratterizzato da colori caldi e toni rassicuranti, viene accompagnato da una versione riveduta e (s)corretta dell’inno nazionale, che diventa – tenendo conto del target femminile cui lo spot è rivolto – “sorelle d’Italia”.
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L’Italia s’è desta

Pensavamo sarebbe passato inosservato in mezzo ai tanti eccessi che sono diventati norma nel nostro acciaccato Paese: e invece no.

Tutto nasce da uno spot televisivo che pubblicizza una nota marca di calze; il video, caratterizzato da colori caldi e toni rassicuranti, viene accompagnato da una versione riveduta e (s)corretta dell’inno nazionale, che diventa – tenendo conto del target femminile cui lo spot è rivolto – “sorelle d’Italia”.
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Armi non convenzionali

Finora a indignarsi con Dan Brown, il sopravvalutato autore di “Il codice Da Vinci” e “Angeli e demoni”, era stato soprattutto il mondo cattolico, per quei riferimenti al fantomatico matrimonio tra Gesù e Maria Maddalena, pesanti soprattutto in un romanzo venduto in milioni di copie, che molti lettori hanno confuso con un manuale di teologia e storia del cristianesimo.

Poi, in “Angeli e demoni”, l’attacco era stato ancora più frontale, stavolta sul piano politico, nei confronti del Vaticano, tanto da meritarsi un bando dal territorio della Santa Sede.
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Dal giusto al bene

Di falsi invalidi è pieno il nostro paese: dai telefonisti sordi ai ciechi con la patente, periodicamente emergono casi emblematici di un malcostume nazionale. D’altronde c’è da capirli: in mancanza di un’etica solida, non è facile dire no a un’indennità integrativa anche quando non se ne avrebbe il diritto. Lo fanno tutti, perché io no?

Ma non è solo questione di soldi: si sa, il denaro va e viene, e qualche espediente per riempire il portafogli si trova sempre. Quello che è difficile recuperare in altro modo è il privilegio. Il privilegio del contrassegno.

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Fuori bersaglio

A Milano si è aperto il processo a Google: il noto motore di ricerca è finito alla sbarra per la nota vicenda della pubblicazione su Youtube (di cui Google è proprietario) del video in cui quattro ragazzotti torinesi vessavano un compagno di classe disabile. Il filmato ha fatto il giro del mondo, provocando indignazione nell’opinione pubblica e infinite discussioni tra gli addetti ai lavori, concludendo la sua corsa con l’odierno strascico legale.

In aula si discuterà sulla responsabilità oggettiva di chi offre un servizio online, come Google: fino a dove può spingersi l’obbligo di controllo preventivo o di filtraggio dei contenuti? Quali sono i margini ragionevoli entro i quali si può stemperare la responsabilità grazie alla buona volontà di una rimozione solerte, anche se non immediata?

È intuibile però che la portata del processo è più ampia, e giunge a toccare un cardine del diritto come il rapporto tra responsabilità e libertà, tutela della sfera privata e diritti della sfera pubblica, con tutto ciò che ne segue. Per questo motivo al tribunale di Milano sono giunte cinque testate straniere, tra cui il New York Times.

Il Corriere stesso dedica mezza pagina alla notizia, ripercorrendo la vicenda e dando conto della prima udienza (per la cronaca è slittata per assenza dell’interprete).

La causa in corso sarà utile. Utile a stabilire alcuni punti fermi, utile a dare indicazioni concrete a chi opera nel settore.

In questa baraonda, però, si rischia di spostare l’attenzione dal vero problema. Che non è Google – anche se farebbe più notizia – e non è nemmeno l’impossibile gestione umana dei ponderosi archivi video di Youtube.

Il problema non è il servizio offerto, ma il modo in cui è stato usato. Perché tutto  nato da quattro giovani.

Giovani bullotti che un giorno hanno deciso di maltrattare un loro coetaneo.

Giovani imbecilli che, per il loro ignobile gesto, hanno preso di mira un disabile.

Giovani bacati che hanno deciso di filmare la scena, dimostrando la premeditazione, tradendo un atteggiamento esibizionista, oltre che delinquenziale.

Giovani meschini che hanno provato un tale compiacimento dalla loro azione da pensare di condividerla con il mondo intero attraverso un servizio nato per scopi ben diversi.

Nella disgustosa sequenza si avverte una percezione distorta dei valori, dove bene e male si scambiano i ruoli. Qualcuno parlerà della solita infanzia difficile, ma probabilmente sarebbe più corretto chiamare in causa un’educazione latitante.

E allora, riflettiamoci su: la colpa, alla fine, è davvero di Youtube?

Quell’occasione chiamata tecnologia

Il 31 marzo 1949 una piccola rivoluzione aspettava il mondo ancora dolorante dopo i drammi della seconda guerra mondiale.

C’era bisogno di riprendersi, di tirarsi su, e anche di ritrovare un po’ di serenità: le case discografiche si resero conto che era necessario modernizzare la musica, rendendola una compagna di viaggio in una società dove la mobilità stava diventando un must.

Così sessant’anni fa usciva il primo 45 giri. Più solido e maneggevole del 78 giri, cambiò per sempre la fruizione della musica, rendendola qualcosa di quotidiano, vicino, facilmente utilizzabile.

Nel leggere la notizia sorge spontanea una riflessione su come anche le rivoluzioni più radicali sono destinate a venire sorpassate, e anche la tecnologia più all’avanguardia diventerà un’anticaglia buona per un numero di appassionati sempre più ristretto.

Un disco dal diametro di una ventina di centimetri sarà sembrato ai nostri genitori e nonni un’innovazione clamorosa rispetto al padellone a 78 giri: nessuno avrebbe mai potuto pensare che, quindici anni dopo, sarebbe arrivata la musicassetta, solida e resistente agli urti, dove il nastro magnetico permetteva un ascolto di durata più ampia e meno compromesso dai sobbalzi dell’auto; un supporto che, oltretutto, avrebbe permesso l’ascolto non solo in auto o durante i pic nic al parco, ma perfino camminando per la strada o praticando sport.

Una meraviglia della tecnica che però avrebbe ceduto il passo, nei primi anni Ottanta, a un supporto chiamato compact disc, destinato a risultare ancora più solido (“indistruttibile”, esageravano i venditori) e più notevolmente fedele nella riproduzione del suono.

All’epoca, come per ogni passo avanti, nessuno avrebbe potuto immaginare gli ulteriori sviluppi: soprattutto nessuno di noi avrebbe pensato che il futuro, vent’anni dopo, avrebbe permesso di arrivare alla musica senza supporto fisico, fatta di impulsi elettronici e per questo completamente diversa da ogni precedente soluzione.

Curiosamente, nel mio archivio, un’opera ha attraversato indenne tutti i passaggi: la Nona sinfonia di Beethoven diretta da Herbert von Karajan. La possiedo su 33 giri, su cassetta, su cd e, ora, in digitale.

L’opera, va da sé, è sempre la stessa: stesso autore, stesso direttore, perfino stessa orchestra. Cambia il supporto, e con il supporto la resa. Ma anche la fruibilità. Il 33 giri offre sfumature che un cd non può proporre; la cassetta, con i suoi limiti che indignano l’orecchio fine dei puristi può garantire un ascolto più ampio, mentre il digitale, così pratico e diffuso, non avrà la qualità di un 33 giri né di un cd, ma permette una diffusione semplice, rapida, fedele.

Mi sono ritrovato a constatare che, per la diffusione del vangelo, vale lo stesso ragionamento.

C’è chi considera indispensabile parlare come si usava sessant’anni fa, e usare traduzioni dell’epoca: sono più fedeli, ma inevitabilmente la diffusione del messaggio ne risente.

C’è chi, all’estremo opposto, non vuole rinunciare agli strumenti più moderni per comunicare il messaggio della salvezza: la completezza del messaggio forse lascerà a desiderare, ma di converso avrà un’immediatezza e una rapidità che gli altri mezzi non permettono.

C’è chi si è affezionato a strumenti antichi – volantini, predicazioni in piazza – e traduzioni datate, e si ritrova nel ruolo di quei collezionisti che tutti apprezzano per il loro purismo, pochi capiscono e pochissimi condividono nel loro puntiglio.

Forse quindi la storia del 45 giri e dei suoi successori rende l’idea di quale debba essere il nostro approccio nei confronti della chiamata cristiana.

Se vogliamo essere testimoni di Cristo nel nostro tempo dobbiamo rimanere fedeli al messaggio del vangelo, mantenendo l’elasticità necessaria ad adottare, di volta in volta, la forma, il metodo, il sistema più adatto al contesto in cui ci troviamo.

Ci sono situazioni in cui è necessaria una maggiore chiarezza, magari a discapito della completezza; o una maggiore precisione, anche tralasciando per un momento il quadro generale. Sta a noi cercare la luce ed esercitare l’intelligenza che Dio ci ha donato, per capire di volta in volta quali strumenti usare, e comprendere quando e come esprimerci.

Quell'occasione chiamata tecnologia

Il 31 marzo 1949 una piccola rivoluzione aspettava il mondo ancora dolorante dopo i drammi della seconda guerra mondiale.

C’era bisogno di riprendersi, di tirarsi su, e anche di ritrovare un po’ di serenità: le case discografiche si resero conto che era necessario modernizzare la musica, rendendola una compagna di viaggio in una società dove la mobilità stava diventando un must.

Così sessant’anni fa usciva il primo 45 giri. Più solido e maneggevole del 78 giri, cambiò per sempre la fruizione della musica, rendendola qualcosa di quotidiano, vicino, facilmente utilizzabile.

Nel leggere la notizia sorge spontanea una riflessione su come anche le rivoluzioni più radicali sono destinate a venire sorpassate, e anche la tecnologia più all’avanguardia diventerà un’anticaglia buona per un numero di appassionati sempre più ristretto.

Un disco dal diametro di una ventina di centimetri sarà sembrato ai nostri genitori e nonni un’innovazione clamorosa rispetto al padellone a 78 giri: nessuno avrebbe mai potuto pensare che, quindici anni dopo, sarebbe arrivata la musicassetta, solida e resistente agli urti, dove il nastro magnetico permetteva un ascolto di durata più ampia e meno compromesso dai sobbalzi dell’auto; un supporto che, oltretutto, avrebbe permesso l’ascolto non solo in auto o durante i pic nic al parco, ma perfino camminando per la strada o praticando sport.

Una meraviglia della tecnica che però avrebbe ceduto il passo, nei primi anni Ottanta, a un supporto chiamato compact disc, destinato a risultare ancora più solido (“indistruttibile”, esageravano i venditori) e più notevolmente fedele nella riproduzione del suono.

All’epoca, come per ogni passo avanti, nessuno avrebbe potuto immaginare gli ulteriori sviluppi: soprattutto nessuno di noi avrebbe pensato che il futuro, vent’anni dopo, avrebbe permesso di arrivare alla musica senza supporto fisico, fatta di impulsi elettronici e per questo completamente diversa da ogni precedente soluzione.

Curiosamente, nel mio archivio, un’opera ha attraversato indenne tutti i passaggi: la Nona sinfonia di Beethoven diretta da Herbert von Karajan. La possiedo su 33 giri, su cassetta, su cd e, ora, in digitale.

L’opera, va da sé, è sempre la stessa: stesso autore, stesso direttore, perfino stessa orchestra. Cambia il supporto, e con il supporto la resa. Ma anche la fruibilità. Il 33 giri offre sfumature che un cd non può proporre; la cassetta, con i suoi limiti che indignano l’orecchio fine dei puristi può garantire un ascolto più ampio, mentre il digitale, così pratico e diffuso, non avrà la qualità di un 33 giri né di un cd, ma permette una diffusione semplice, rapida, fedele.

Mi sono ritrovato a constatare che, per la diffusione del vangelo, vale lo stesso ragionamento.

C’è chi considera indispensabile parlare come si usava sessant’anni fa, e usare traduzioni dell’epoca: sono più fedeli, ma inevitabilmente la diffusione del messaggio ne risente.

C’è chi, all’estremo opposto, non vuole rinunciare agli strumenti più moderni per comunicare il messaggio della salvezza: la completezza del messaggio forse lascerà a desiderare, ma di converso avrà un’immediatezza e una rapidità che gli altri mezzi non permettono.

C’è chi si è affezionato a strumenti antichi – volantini, predicazioni in piazza – e traduzioni datate, e si ritrova nel ruolo di quei collezionisti che tutti apprezzano per il loro purismo, pochi capiscono e pochissimi condividono nel loro puntiglio.

Forse quindi la storia del 45 giri e dei suoi successori rende l’idea di quale debba essere il nostro approccio nei confronti della chiamata cristiana.

Se vogliamo essere testimoni di Cristo nel nostro tempo dobbiamo rimanere fedeli al messaggio del vangelo, mantenendo l’elasticità necessaria ad adottare, di volta in volta, la forma, il metodo, il sistema più adatto al contesto in cui ci troviamo.

Ci sono situazioni in cui è necessaria una maggiore chiarezza, magari a discapito della completezza; o una maggiore precisione, anche tralasciando per un momento il quadro generale. Sta a noi cercare la luce ed esercitare l’intelligenza che Dio ci ha donato, per capire di volta in volta quali strumenti usare, e comprendere quando e come esprimerci.

Il più simpatico del vangelo

Famiglia Cristiana ha lanciato un sondaggio tra i suoi lettori, chiedendo quale sia il personaggio più simpatico del vangelo. Tra le opzioni proposte ci sono una trentina di figure che spaziano dai discepoli agli incontri di Gesù, fino ai protagonisti delle parabole.

L’iniziativa è interessante, e potremmo definirla evangelistica: se lo scopo del cristiano è diffondere la conoscenza del messaggio di Cristo, sollecitare la conoscenza del vangelo è un aspetto propedeutico; chiedere all’intervistato di esprimere una preferenza motivata, inoltre, pone l’iniziativa in un contesto non meramente culturale, ma volto alla riflessione, stimolando la coscienza e l’autocritica.

La classifica provvisoria vede in testa il ladrone pentito, il figliol prodigo e il pubblicano Zaccheo; seguono Lazzaro, Maria Maddalena, il pastori di Betlemme e Tommaso.

Secondo Famiglia Cristiana, i voti pervenuti finora indicano una identificazione dei lettori con peccatori pentiti (d’altronde il messaggio del vangelo è proprio quello…), pur lasciandosi una porta aperta: si avverte la necessità di cambiare, ma si preferisce aspettare a farlo.

Dalle nomination sono state escluse, peraltro opportunamente, due figure: Gesù e Maria. Sul momento si potrebbe pensare che la motivazione di questa esclusione sia il rispetto, e di conseguenza l’eccessiva facilità con cui i due dominerebbero la classifica.

In realtà, forse, la scelta è stata dettata da ragioni opposte: d’altronde in un recente sondaggio effettuato in ambito cattolico, Gesù risultava paradossalmente in coda alla classifica dei santi preferiti.

Al di là della questione teologica – l’intercessione dei santi, come si sa, è un retaggio cattolico, avversato sul piano dottrinale dalle chiese evangeliche -, le risposte degli intervistati costringono a interrogarsi su quanto poco gli italiani siano al corrente del cuore stesso del messaggio cristiano. Commemorano la morte di Cristo, ricordano la sua resurrezione, ma non conoscono – né, di conseguenza, riconoscono – la funzione fondamentale del suo sacrificio.

Per questo viene da chiedersi se, escludendo Gesù dal sondaggio alla ricerca del personaggio più simpatico del vangelo, si sia cercato di evitare una vittoria scontata, o piuttosto gli si sia voluta risparmiare l’umiliazione di un piazzamento a metà classifica, dietro a personaggi che – al posto dei nostri contemporanei – avrebbero dato risposte ben diverse.

Per quanto riguarda noi, una volta passata l’indignazione abbiamo due possibilità. Possiamo decidere di ignorare il sondaggio, i nostri vicini, la nostra chiamata, per vivere serenamente nel nostro piccolo mondo fatto di culti, studi, comunione fraterna, begli inni e preghiere intense.

Oppure possiamo sentire il peso per questa situazione, e decidere di fare qualcosa: in questo caso potremmo chiederci se non sia opportuno approfittare di questo periodo pasquale – in cui tutti sono più sensibili al messaggio evangelico – per chiarire le idee a quella ampia parte della società che conosce Gesù di nome, ma lo ignora come persona.