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Benedizioni 2.0

Secoli fa era abbastanza normale imbattersi in funzioni religiose per la “benedizione” del lavoro: nei periodi strategici per la campagna i contadini confluivano nelle chiese, dove veniva elevata una invocazione a Dio per un raccolto benedetto.

Il fatto che la benedizione comprendesse gli strumenti di lavoro era in fondo una metafora – – o una sineddoche, se preferite -, identificando il mezzo con il fine, l’attrezzo con il suo uso.

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I palliativi e la soluzione

A Londra «Per far fronte a migliaia di casi di adolescenti rimaste precocemente incinta il governo britannico si appresta a autorizzare le cliniche per l’interruzione di gravidanza a fare pubblicità in tv e in radio… saranno confezionati anche pubblicità “progresso” per insegnare il corretto uso del profilattico. Ovviamente il tutto trasmesso nelle ore di maggior ascolto».

Nella provincia inglese «Le studentesse di scuola secondaria inglese, poco più che bambine tra gli 11 e i 13 anni di età, potranno richiedere la pillola del giorno dopo, e per evitare imbarazzi potranno farlo via sms» senza che i genitori vengano informati. Il progetto parte «dopo un aumento inquietante di quasi il 10 per cento del numero delle ragazze minorenni rimaste incinte negli ultimi due anni» nell’Oxfordshire.

Alle obiezioni di chi crede che si stia dando un messaggio sbagliato alle giovanissime, i sostenitori del progetto ribattono che si tratta di moralismi, che bisogna stare al passo con i tempi.

Non ci si chiede, naturalmente, se non siano proprio i tempi moderni ad aver causato questa situazione, e si preferisce il corto circuito delle soluzioni-tampone, evitando accuratamente di affrontare il problema alla radice.

Forse la domanda di fondo è se la scuola, lo stato, la società debbano formare, o limitarsi a informare.

Nel secondo caso la situazione si fa scivolosa: anche l’informazione più neutrale è parziale, e l’informazione asettica non consente uno sguardo d’insieme sui problemi, portando il soggetto a farsi un quadro parziale.

Dire che la prevenzione è indispensabile non è sbagliato, ma non basta: è necessario far presente che non c’è solamente la prevenzione, ma un’igiene di vita che, irrisa sul piano morale, trova la sua rivincita nei riscontri concreti.

Checché se ne dica, chi vive con responsabilità vive meglio. Non vale solo per il consumo di alcolici, ma in tutti i settori dell’esistenza: dalle relazioni sentimentali alla cucina, dalla sicurezza sulla strada ai rapporti interpersonali.

In fondo l’umanità si interroga da sempre sulla strada da seguire, sul comportamento da tenere, sul modo di relazionarsi.
La risposta – quella vera, non un semplice palliativo – non è fatta di spot, di soluzioni del giorno dopo, di precauzioni.

È contenuta in un concetto più semplice e allo stesso tempo più profondo, sorprendentemente elementare e paurosamente impegnativo: vivi responsabilmente.

Indignazione a senso unico

Sosta breve per Geert Wilders in Gran Bretagna: «A Londra non è stato che poche ore. Appena sbarcato all’aeroporto di Heatrow, Geert Wilders, il deputato di estrema destra olandese sotto processo nel suo Paese per dichiarazioni giudicate offensive nei confronti dell’Islam, è stato riaccompagnato alle partenze da due funzionari del servizio immigrazione e fatto salire sul primo volo per Amsterdam».

Era stato invitato da un parlamentare inglese per assistere alla proezione del suo film-documentario, Fitna, che da quando è uscito (poco meno di un anno fa) non ha smesso di creargli problemi: d’altronde, come spiega Repubblica, «Con lo short movie “Fitna” (in arabo “scontro”), della durata di 17 minuti, prodotto in proprio dal deputato olandese e diffuso su internet, Wilders aveva denunciato la natura violenta del Corano, esprimendo il concetto che il mondo musulmano è intollerante e violento e rappresenta una minaccia per la civiltà occidentale. Il film paragona il libro sacro dell’Islam al “Mein Kampf” di Adolf Hitler».

Un film a sostegno di tesi scomode, che sono costate al parlamentare «l’incriminazione per odio religioso da parte del tribunale olandese, l’atto di insofferenza del governo inglese, gli strali dell’Onu e le proteste del mondo islamico, così come avvenne dopo la diffusione in Danimarca delle vignette su Maometto».

Se il film sia valido, documentato, serio o solo un’accozzaglia di luoghi comuni accostati in maniera fuorviante alla Michael Moore, non possiamo dirlo. Però fa riflettere che un paese di tradizioni liberali come la Gran Bretagna respinga alle frontiere una persona – un rappresentante del popolo olandese, se vogliamo dirla in maniera pomposa – per una questione che riguarda solo pensieri e opinioni.

Certamente nell’accogliere un personaggio controverso c’era da aspettarsi problemi di ordine pubblico; probabilmente si sarebbero viste manifestazioni di protesta, e magari si sarebbe rischiato anche qualche atto estremo da parte di fanatici che con la libertà hanno poca familiarità.

Tutto questo era da mettere in conto, certo; se però il rischio è tanto forte da comportare una limitazione così clamorosa della libertà di parola, forse è il caso di chiedersi se la legge, oggi, sia ancora uguale per tutti.

Pare infatti che, in Gran Bretagna come in Italia e in tutta Europa ci siano particolari categorie, gruppi, confessioni che possono permettersi di minacciare e zittire gli altri, con il benestare di chi dovrebbe affrontare il problema ma preferisce non farlo.

Sarebbe fin troppo facile far presente che nessuna autorità europea blocca i film, i libri, i pensieri che criticano la cristianità, e speriamo vivamente che nessuno pensi seriamente di chiederlo; il problema, però, è che di fronte a queste vicende non è concesso nemmeno il diritto di indignarsi senza venir bollati come fondamentalisti liberticidi, mentre sull’altro fronte una banale vignetta su Maometto (in Danimarca) o un semplice commento storico (a Ratisbona) vengono considerati alla stregua di una “grave provocazione”, e giustificano a mettere sottosopra mezzo mondo.

Tolleranza, libertà, democrazia, solidarietà sono concetti cardine nella nostra cultura. Continuare a esercitarli a senso unico, però, potrebbe rivelarsi l’inizio della loro fine.

L'invincibile angoscia

Pare che a gennaio, per le strade di Londra, verrà lanciata una campagna promozionale decisamente originale sulle fiancate degli autobus campeggerà lo slogan “Dio probabilmente non esiste, quindi smettila di preoccuparti e goditi la vita”.

Ad aver lanciato l’iniziativa, insieme a una colletta per realizzarla, è la British Humanist Association, che in questi giorni ha annunciato di aver raggiunto la ragguardevole cifra di 113 mila dollari, “superando di ben sette volte gli obiettivi prefissati”, tanto da ipotizzare di estendere la campagna pubblicitaria a Manchester ed Edimburgo.

Tra i finanziatori ci sono anche alcuni personaggi noti a livello internazionale, e tra questi non poteva mancare il biologo Richard Dawkins, autore di vari libri dove espone la sua fede (o non-fede) e irride i cristiani, considerati creduloni, irrazionali e – tutto sommato – un po’ tonti per la loro ostinazione a credere in qualcosa che la scienza non percepisce e non capisce.

L’ideatrice, Ariane Sherin, ha spiegato «di aver pensato all’iniziativa dopo aver visitato un sito cristiano in cui si spiegava che i non credenti finiranno all’inferno. “Ho pensato che sarebbe stato positivo presentare un messaggio incoraggiante, per gli atei questa è l’unica vita che abbiamo e dovremmo godercela non vivere nel terrore”».

Poveri atei, viene da pensare. Canzonano i cristiani, e poi si angosciano per le loro elucubrazioni cui – a parole – non danno nessun credito.

Poveri atei, che ridono dei cristiani così poco scientifici, e poi per incoraggiarsi si basano su uno slogan che richiede altrettanta fede, se non di più.

L’ateo è scientifico, logico, lineare. E allora suona strano che per rassicurarlo basti uno slogan: tanto più uno slogan che si apre con l’incertezza di un “probabilmente”.

Non è la premessa più incoraggiante. “Non preoccuparti e goditi la vita”, si raccomanda. Ma in base a cosa? A un assunto la cui indimostrabilità è presente fin dalle premesse? A una certezza a metà? Dio (forse) non c’è, si dice. Ma se poi ci fosse?

In queste condizioni “godersela” e “non vivere nel terrore” suonano come frasi banali, senza senso né prospettiva. Godersela ignorando la realtà ricorda da vicino la vicenda dell’orchestrina che continuava a suonare mentre il Titanic affondava.

Se queste sono le loro certezze, se questo è il modo di rassicurarsi di fronte a chi paventa un inferno in cui non credono, se la risposta al terrore di una società senza valori e di una vita senza obiettivi è un piacere immediato, frugale, disperato… se questo è il loro mondo, allora la compassione nei loro confronti è d’obbligo.

L’invincibile angoscia

Pare che a gennaio, per le strade di Londra, verrà lanciata una campagna promozionale decisamente originale sulle fiancate degli autobus campeggerà lo slogan “Dio probabilmente non esiste, quindi smettila di preoccuparti e goditi la vita”.

Ad aver lanciato l’iniziativa, insieme a una colletta per realizzarla, è la British Humanist Association, che in questi giorni ha annunciato di aver raggiunto la ragguardevole cifra di 113 mila dollari, “superando di ben sette volte gli obiettivi prefissati”, tanto da ipotizzare di estendere la campagna pubblicitaria a Manchester ed Edimburgo.

Tra i finanziatori ci sono anche alcuni personaggi noti a livello internazionale, e tra questi non poteva mancare il biologo Richard Dawkins, autore di vari libri dove espone la sua fede (o non-fede) e irride i cristiani, considerati creduloni, irrazionali e – tutto sommato – un po’ tonti per la loro ostinazione a credere in qualcosa che la scienza non percepisce e non capisce.

L’ideatrice, Ariane Sherin, ha spiegato «di aver pensato all’iniziativa dopo aver visitato un sito cristiano in cui si spiegava che i non credenti finiranno all’inferno. “Ho pensato che sarebbe stato positivo presentare un messaggio incoraggiante, per gli atei questa è l’unica vita che abbiamo e dovremmo godercela non vivere nel terrore”».

Poveri atei, viene da pensare. Canzonano i cristiani, e poi si angosciano per le loro elucubrazioni cui – a parole – non danno nessun credito.

Poveri atei, che ridono dei cristiani così poco scientifici, e poi per incoraggiarsi si basano su uno slogan che richiede altrettanta fede, se non di più.

L’ateo è scientifico, logico, lineare. E allora suona strano che per rassicurarlo basti uno slogan: tanto più uno slogan che si apre con l’incertezza di un “probabilmente”.

Non è la premessa più incoraggiante. “Non preoccuparti e goditi la vita”, si raccomanda. Ma in base a cosa? A un assunto la cui indimostrabilità è presente fin dalle premesse? A una certezza a metà? Dio (forse) non c’è, si dice. Ma se poi ci fosse?

In queste condizioni “godersela” e “non vivere nel terrore” suonano come frasi banali, senza senso né prospettiva. Godersela ignorando la realtà ricorda da vicino la vicenda dell’orchestrina che continuava a suonare mentre il Titanic affondava.

Se queste sono le loro certezze, se questo è il modo di rassicurarsi di fronte a chi paventa un inferno in cui non credono, se la risposta al terrore di una società senza valori e di una vita senza obiettivi è un piacere immediato, frugale, disperato… se questo è il loro mondo, allora la compassione nei loro confronti è d’obbligo.