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Quei bisogni fraintesi

Tutte le testate hanno riferito della retata che, a Bari, ha portato in carcere sette persone accusate di concedere prestiti a usura.

Si tratta di un reato odioso, dato che l’usuraio approfitta senza scrupoli del bisogno altrui; in questa vicenda, poi, l’azione viene resa ancora più odiosa dal fatto che i prestiti venivano concessi ai “poveri”. Così, almeno, precisano i giornali.

Il dato, di per sé, suona quasi superfluo: di solito chi può garantire un certo reddito o possiede beni immobili non ha bisogno di prestiti, e se ne ha bisogno riesce a ottenerli da una banca, senza passare le forche caudine di un prestito sottobanco a tassi da capogiro.

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Preferisco di no

È mancato venerdì sera Walter Cronkite, colonna del giornalismo televisivo statunitense. Nato nel 1912, era stato per sei decenni «l’uomo di cui gli americani avevano più fiducia, col suo approccio diretto, con le sue parole misurate, con la sua voce profonda che gli conferivano una autorevolezza senza precedenti nel mondo dei media».

Il culmine della sua carriera è stata la conduzione per quasi vent’anni (dal 1962 al 1981) del notiziario serale della CBS, ruolo che lo aveva consacrato anchorman di punta: fu lui ad annunciare la morte di Kennedy e lo sbarco sulla luna.

L’America si è commossa di fronte alla sua dipartita, e non solo perché era un grande comunicatore. «La grande forza di Walter Cronkite  – ha ricordato il suo collega Brian Williams – era di essere la stessa persona davanti alla telecamera o fuori dallo studio. Una persona onesta e diretta che andava sempre al sodo, senza tanti fronzoli. Un modo di fare che piaceva agli americani».

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Crisi di sobrietà

Su un periodico promozionale ho trovato alcuni consigli su come reagire alla crisi “usando la testa e attuando strategie di spesa intelligente”.

Ecco i punti più significativi della tattica suggerita:

1. andare a fare la spesa con un elenco ragionato per risparmiare tempo e denare e “imparare a ottimizzare quello che c’è in dispensa”. In effetti molto spesso a casa abbiamo scorte esagerate, barattoli dimenticati, cibi in scadenza. La crisi, in fondo, ci aiuta a essere più oculati e, allo stesso tempo, più etici.

2. fare swapping. Che è semplicemente un modo più elegante e internazionale per definire il baratto. A casa abbiamo, probabilmente, beni che non usiamo mai né useremo più. Scambiarli potrebbe essere utile per risparmiare qualche euro, oppure – perché no – potremmo addirittura permetterci il lusso di regalarli a chi ne ha bisogno. Chi pensa che in tempi di crisi non si può esercitare la generosità probabilmente dimentica il patrimonio di beni inutilizzati, ma soprattutto quella riserva di energie e buona volontà che ci può permettere di essere benevoli anche quando non possiamo largheggiare. La vita e i rapporti sociali non si misurano solo in euro.

3. approfittare degli sconti. Negli outlet si praticano prezzi ridotti del 50%, che arriva al 70% nel periodo dei saldi. Attenzione però: nonostante questo, l’outlet rischia di far spendere di più. Succede quando si decide di farci un giro senza una meta precisa, con la scusa che “magari trovo qualcosa di interessante”. Il superfluo è il peggior nemico del risparmio.

4. i supermercati propongono a rotazione una serie di beni a prezzo ridotto di cui si può approfittare. Tuttavia il rischio, di fronte a queste offerte, è importante evitare la sindrome da acquisto compulsivo: gli sconti sono una convenienza fino al momento in cui non subentra la logica del “prendiamolo comunque, costa poco!”. Se un prodotto non serve, non c’è sconto che tenga: l’acquisto sarà una spesa ulteriore.

5. riprendere l’abitudine a recuperare l’abbigliamento, anziché scartarlo al primo segno di usura. È sufficiente riscoprire sarti e calzolai.

Sono consigli spiccioli, spesso scontati. Eppure, se fossero stati così scontati, negli anni passati non ci saremmo sentiti dire, in spregio a ogni logica e pudore, che famiglie con introiti da 2500 euro al mese non arrivavano alla quarta settimana.

Sì, sarebbe davvero un bel progresso se la crisi ci aiutasse a riscoprire quella sobrietà che, anno dopo anno, abbiamo smarrito mentre rincorrevamo un consumismo sempre più spinto.

Tanti, ma felici

Cinquecento persone, lo scorso fine settimana, hanno partecipato alla festa dell’associazione nazionale famiglie numerose: si è svolta per la seconda volta in Veneto, in provincia di Vicenza, e ha dato ai presenti modo non solo di incontrarsi, ma anche di confrontarsi su temi di interesse comune.

Deve essere una bella sfida, quella di una famiglia numerosa. La giornalista del Gazzettino che ne parlava in questi giorni segnala appartamenti dove c’è “più disciplina che in una caserma”. Grazie al racconto di altri diretti ineressati sappiamo di famiglie di sei, sette, nove, anche quattordici persone dove il menage quotidiano non si riduce all’anarchia più totale, ma dove tutti aiutano tutti, in una economia di scala che vede tutti responsabili e nessuno escluso dalle scelte della famiglia.

Probabilmente i ragazzi non avranno tutti il cellulare, né vestiti firmati, e forse nemmeno abiti alla moda, e si dovranno accontentare della felpa già portata dal fratello maggiore (e magari anche più di uno). Eppure difficilmente si sentiranno questi ragazzi diffondersi in lamenti.

Colpisce che alla festa di Montecchio Prealcino si trovavano “bambini molto educati… senza un grido né un pianto”. Torna subito in mente, per contrasto, un qualsiasi intervallo scolastico tra due ore di lezione. O gli appartamenti dove i nostri vicini allevano figli assenti, pigri, insoddisfatti, senza uno stimolo capace di smuoverli, eccezion fatta per la suoneria del cellulare o l’ultimo modello di playstation.

Al contrario di loro, le famiglie numerose non possono offrire un doppione a ogni figlio: le bici saranno limitate, i pattini pure, e per potersi esercitare bisognerà – come accadeva prima degli anni Ottanta – imparare ad aspettare con pazienza il proprio turno, senza puntare i piedi o scadere in isterismi da tutto e subito.

Eppure parliamo di famiglie con un ampio numero di figli: forse questi genitori coraggiosi avrebbero qualche ragione per considerarsi giustificati nel vedere la prole crescere trascurata. Invece no. Educati, silenziosi, altruisti.

Allora viene da pensare che la famiglia numerosa sia una scuola di vita. Che non largheggia nel lusso, ma forma in maniera efficace. Forse i genitori non tornano a casa stanchi sentendo il diritto di estraniarsi per riprendersi dalle fatiche del lavoro, e si mettono invece a disposizione delle esigenze familiari. Forse i figli sanno che non possono aspettare la cena con l’indolenza della generazione youtube, ma devono collaborare, per quanto possibile, alla preparazione del pasto. Forse, rendendosi conto che la situazione non permette di tirare avanti da soli, tutti sono più disponibili ad aiutare l’altro. Sapendo che gli spazi sono limitati, tutti sono più sensibili nell’agevolare le esigenze altrui. Sapendo che i soldi non bastano davvero mai – e non solo come luogo comune di un’Italia che non sa più dove spendere – si impara ad amministrarsi in maniera ragionevole e ad accontentarsi.
In una famiglia numerosa la vita è un’avventura quotidiana: si vive stretti, ma felici.

Una famiglia numerosa è un limite o un punto di forza? Il gioco vale la candela? Lasciamo a voi le conclusioni.

Probabilmente però se la nostra società somigliasse a una famiglia numerosa vivremmo tutti meglio.