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Pugni alla coscienza

Diciott’anni, due pugni e una vita sulla coscienza. Ci si può rovinare l’esistenza anche così, dando in escandescenze per difendere un diritto inesistente e un atto palesemente antisociale.

È successo a Torino dove un settantaseienne è stato preso a pugni in faccia da un giovinastro che insisteva per salire in bicicletta sul bus. L’autista, una donna, non sapeva più quali armi usare per convincerlo a restare a terra, e l’uomo, con un passato da tramviere, è intervenuto per rasserenare il ragazzotto. A onor del vero non sappiamo ancora se l’ictus che ha ucciso l’anziano sia stato una conseguenza diretta dei pugni presi sul bus, anche se la logica e il buonsenso lo suggerirebbero.
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Comodamente a casa vostra

Una chiesa in Inghilterra ha inventato «un nuovo metodo per offrire l’eucarestia ai propri fedeli: la spedizione per corrispondenza. Il servizio, lanciato con lo slogan “host in the post” e ideato soprattutto per i malati e per le persone molto anziane, permetterà ai seguaci di questa confessione religiosa di ricevere la comunione ogni domenica a casa senza dover andare a messa».

Nell’era in cui è possibile ricevere comodamente a casa nostra libri, dischi, la pizza appena sfornata, la spesa settimanale, era solo questione di tempo: prima o poi doveva saltar fuori una chiesa capace di inventarsi i servizi spirituali a domicilio, che fanno sembrare improvvisamente demodé perfino l’impegno indefesso dei Testimoni di Geova.

Certo, garantire la cura spirituale anche a domicilio non sarebbe un grande scandalo: da quando esiste, la chiesa cristiana ha tra i suoi compiti prioritari la visita a chi si trova in difficoltà.

Però l’iniziativa inglese fa un passo oltre. E la direzione lascia perplessi, a prescindere da come si veda la comunione domenicale. Notoriamente il contesto cattolico le attribuisce un carattere sacrale mentre le chiese evangeliche la interpretano come una semplice commemorazione, ma è difficile non rilevare che in ogni caso il significato stesso di “comunione” prevede l’incontro, la condivisione, un rapporto con chi ci sta vicino e fa parte di quel corpo spirituale ricordato attraverso il pane della Santa Cena.

È altrettanto vero che la solennità del momento cambia da chiesa a chiesa, e cambiano anche gli elementi utilizzati: per una chiesa cattolica che usa le apposite ostie ci sono chiese che, a seconda della latitudine e dell’abitudine, utilizzano i tipi di pane più disparati. Se a qualcuno sembra irrispettosa già questa varietà di forme, suonerà perfino offensivo pensare che qualcuno pensa di ridurre la “comunione” a un anonimo pacchetto ricevuto a casa, il cui contenuto può venire assunto quando e come capita: la Santa Cena per asporto, come una pizza qualunque.

Se poi, come viene ricordato, «il vero scopo dell’iniziativa è avvicinare tutte quelle persone che non frequentano i luoghi religiosi, ma nell’animo si sentono cristiani», è il trionfo del sincretismo: basta sentirsi cristiani anziché esserlo, basta volerlo anziché dimostrarlo. E la Santa Cena si trasforma in un banale menù turistico.

Certo, l’idea che si tratti solo di una goliardata si fa più di un semplice dubbio di fronte all’invito presente sul sito della chiesa in questione: «Iscrivetevi a questo sito e da oggi in poi tutte le domeniche potrete restare a letto come il resto della popolazione». Una proposta che, di primo acchito, suonerebbe indecente anche al cristiano meno praticante.

Ammesso però che non sia uno scherzo, dopo aver superato l’indignazione iniziale, la chiesa in questione ha buone possibilità di successo.

In fondo viviamo in una società che prova allergia per qualsiasi tipo di impegno serio e che predilige la superficialità. In questo contesto una chiesa che offre la colazione a letto e alleggerisce la coscienza senza nemmeno imporre al fedele la fatica di alzarsi, può solo spopolare.

Giovani di ritorno

Famiglia Cristiana questa settimana dedica un servizio a un interessante fenomeno: si parla delle “sempre più numerose coppie di anziani che si dedicano al volontariato”.

Il titolo è accattivante: “Il pensionato va in missione. Dopo una vita intera dedicata al lavoro, ai figli e ai nipoti, prendono il largo in spirito evangelico e vanno ovunque ci sia bisogno di loro. Magari per aiutare preti amici”.

Si racconta la storia di due “ottantacinquenni, ingegnere elettronico lui, architetto lei, 57 anni di matrimonio, quattro figli e 12 nipoti. Questa coppia ha conservato uno spirito così giovanile da essere stata di recente due volte in Ruanda“.

E poi c’è il 65.enne che racconta: «Sulla soglia della pensione, dopo una vita lavorativa intensa, con un gruppo di amici ci siamo chiesti: “E adesso cosa facciamo?”. Abituati a girare il mondo per lavoro, abbiamo continuato a farlo a nostre spese per gratuità, senza inventarci niente, solo rispondendo ai bisogni che ci siamo trovati davanti».

L’ex direttore della Sea, «da sempre impegnato nella sua società a ottenere spedizioni a costo zero di generi di prima necessità in Kazakhstan, oggi che è in pensione ha “adottato”, insieme all’amico Scarfone, una trentina di giovani kazaki, organizzando corsi in Italia per manager, così da favorire poi la nascita di un’imprenditorialità locale».

E poi un ex dirigente HP, che sta portando avanti progetti «fuori dagli schemi e riflettono l’imprevedibilità della vita e degli incontri: una scuola in Cile per 150 ragazzi disabili, corsi professionali alla periferia di Nairobi, la clinica per malati terminali».

Infine un ex amministratore delegato che spiega come «L’opera che più mi ha entusiasmato è stata in Uganda, dove siamo riusciti a collegare in rete 46 centri medici sparsi in tutto il Paese con l’ospedale centrale di Kampala».

Insomma: anziani, ma per niente fuori dai giochi. Persone che hanno visto il ritiro dalla scena lavorativa come una nuova sfida, e non come una sconfitta.

Nessun sintomo di depressione, ma tante energie e il desiderio di spenderle nel modo migliore: mettendo a disposizione i propri talenti di amminsitratori, le proprie competenze, i propri ex contatti professionali in maniera disinteressata per il bene degli altri.

Quant’è diversa l’immagine di questi giovani di ritorno da quella del classico pensionato disteso sul divano, che macina talk show e reality, chiama per nome i conduttori, si appassiona alle gesta dei corteggiatori televisivi, si commuove di fronte alle lacrime preconfezionate dei postini catodici.

Temiamo di conoscerne più di qualcuno, purtroppo. E allora vorremmo proporre un ulteriore impegno a chi ha saputo mettere la propria vita post-lavorativa al servizio degli altri: non limitatevi ad aiutare chi ha bisogno, ma siate testimoni di ciò che si può fare a fine carriera; raccontate sogni e opportunità ai tanti pensionati che tirano sera senza uno scopo.

Date una vera speranza a quanti vedono in una chiave egoistica e limitata il loro “meritato riposo”.

Fatelo, per favore, e non sentitevi sminuiti: anche questo, in fondo, è dare al prossimo un futuro migliore.