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Da Bergamo a Baghdad

Fa impressione il confronto tra due notizie proposte in prima pagina su Repubblica di oggi. Da un lato il reportage di Bernardo Valli su Baghdad, dove le bombe continuano a essere un dramma quotidiano. A fianco, con toni simili, la notizia della protesta degli ultrà atalantini contro il ministro Maroni: quattrocento facinorosi hanno contestato la tessera del tifoso “con fumogeni, petardi e bombe carta”, tra auto date alle fiamme e agenti feriti.

Fa impressione pensare a dove possa arrivare l’essere umano. Da Bergamo a Baghdad, dai tifosi agli integralisti, la violenza viene ancora considerata un linguaggio adeguato a esprimere le proprie ragioni: politiche da un lato, ludiche dall’altro.
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Se anche Bill dice basta

Se si è stufato lui, figurarsi noi. Bill Gates, fondatore dell’informatica di consumo, autore dei programmi e dei problemi dei nostri computer, annuncia la sua decisione di lasciare Facebook: il suo profilo sul social network più diffuso al mondo, infatti, era diventato ingestibile, con le diecimila richieste di amicizia che lo hanno raggiunto.

«Mi sono reso conto che si trattava di un’enorme perdita di tempo… Era diventato ingestibile, alla fine ho dovuto rinunciare» ha spiegato.

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La fatica di sentirsi vivi

Stando a una ricerca riportata dalla Stampa e basata sulle risposte di 1500 ragazzi, l’alcol è l’ultima frontiera dei giovanissimi. Cominciano a bere presto, già a undici anni, e a quindici sono esperti di intrugli ad alta gradazione.

Lo fanno «per non pensare alle cose brutte», «per sentirsi invincibile», «sciolto, libero, felice», addirittura «più bello», perché «è una cosa da duri», «si ha l’impressione che niente può andare storto». Ma anche «per una botta di vita», «per divertimento», «per fare colpo», «per essere figo».

Paola Nicolini, l’esperta che ha curato la ricerca, l’ha chiamata “sbronza preventiva”: «non ci si ubriaca più per dimenticare ma per vivere». Capovolgendo, di fatto, la prospettiva dei bevitori delle precedenti generazioni.

Spiega l’esperta che tra i teenager «nessuno associa l’ubriachezza al timore di essere scoperto, al senso del proibito, alla trasgressione. La birra, il vino, la vodka, il rum, il limoncello sono la stampella di un Io fragile che cerca conferme nel gruppo. Tutti vogliono essere simpatici, spiritosi, brillanti. E bere aiuta».

Di fronte ad abitudini così poco raccomandabili le famiglie sono in difficoltà: la ricerca rivela «il disorientamento e il senso d’impotenza delle famiglie» che sanno del vizio dei figli, vogliono capirne i motivi e si ripromettono anche decisioni di polso, ma poi scaricano la responsabilità sulle autorità, facendo appello a “leggi” e “controlli” e ammettendo, così, la loro sostanziale incapacità.

A quanto pare, quindi, il problema non è solo dei figli. Se il massimo che i genitori sanno fare è minacciare provvedimenti o rivolgersi a “chi di competenza”, evidentemente non hanno argomenti migliori. Argomenti che dovrebbero passare per termini come educazione e disciplina, e che presuppongono concetti come valori e morale.

Trovarsi di fronte a un figlio adolescente brillo dovrebbe portare un moto d’orgoglio e di responsabilità. Dovrebbe risvegliare nei genitori il buonsenso sopito, riattivare l’attenzione verso i punti di riferimento di cui, negli ultimi decenni, si è fatto strame a beneficio di una malintesa libertà. Una libertà che, se non ha limiti e obiettivi, è solo un’autostrada per l’autodistruzione.

È curioso notare che genitori si appellano alle leggi e ai controlli, senza ricordare che sono stati loro, quando avevano l’età dei loro figli, a chiedere a gran voce l’abolizione di ogni limitazione.

In parte avevano ragione: non sono le leggi esteriori a poter offrire una vita degna di essere vissuta, ma quella legge interiore che si fonda sulla fede, sulla coscienza, sull’esperienza. Una legge che decade quando perde i suoi presupposti, quando non le si riconosce più un valore intrinseco. Le conseguenze sono più ampie di quanto si potrebbe pensare: la fede cristiana, che porta con sé un comportamento e un’etica degni di questo nome, comporta anche un obiettivo, uno scopo, una speranza nella vita.

Come in un effetto domino, perdere di vista i valori porta a perdere anche il senso della vita, e i risultati sono sotto i nostri occhi: figli disorientati, famiglie che non sanno da che parte guardare, paura generalizzata di guardare al futuro.

Se, per i giovanissimi, perdere il senso della realtà è l’unico modo per sentirsi vivi, non possiamo non dirci preoccupati.

Esiste una soluzione? Sì, ma non si può limitare a un nuovo passatempo, a una moda più salutista delle precedenti, a una campagna di sensibilizzazione, a un buon proposito di capodanno.

Una soluzione efficace non può limitarsi a increspare la superficie, deve andare in profondità. Deve partire dalla consapevolezza di un bisogno, ma ancora non basta: funziona solo se siamo disponibili a un cambiamento radicale sul piano personale, capace di riportarci – riportare ognuno di noi – nella direzione della Speranza.

Perché non possiamo pretendere di cambiare la società, i giovani, il futuro, se prima non siamo disposti a cambiare noi stessi.

Oltre e nonostante

A volte trovi tracce di fede dove meno te l’aspetti. Come in un articolo del Corriere dove si racconta il dramma di sei ex calciatori di Como affetti da Sla, e un dubbio atroce sulla possibile contaminazione del terreno dello stadio Sinigaglia su cui hanno giocato per anni.

Nel triste elenco Gaia Piccardi ricorda anche Piergiorgio Corno, da quindici anni malato di sclerosi. «Piergiorgio lotta in un letto della villetta di Albate, irrorato da una commovente spiritualità: “Nella mia vita ho capito che nulla è accaduto per caso – ha scritto proprio ieri sul suo computer -. Più volte la presenza di un’entità superiore si è manifestata e per questo vedo la Sla come un percorso che ha una sua ragione, che non capirò mai con la razionalità umana. Ma verrà un momento in cui tutto sarà chiaro“».

Parole che non lasciano indifferenti, se sono pronunciate da una persona immobilizzata da una malattia che corrode giorno dopo giorno la tua indipendenza, la tua libertà, fino a renderti un corpo alla mercé degli altri.

Talvolta, di fronte a una malattia – o una crisi di altro genere – ci impuntiamo su un imperativo categorico: noi dobbiamo guarire. “Dobbiamo” perché serviamo sani, perché Dio non può volere la nostra sofferenza, perché Dio lo ha promesso, perché Dio dice…

Contrariamente alle nostre aspettative, la guarigione non è sempre nei piani di Dio. E, quando c’è, non sempre i suoi tempi coincidono con i nostri.

Forse sorprenderà sentirlo dire, ma talvolta proprio la malattia, o la crisi, fanno parte del piano di Dio. Un piano che va oltre il nostro, perché vede oltre: oltre il nostro bene contingente, oltre il nostro interesse personale, e perfino oltre questa vita.

Sta a noi metterci nella prospettiva di Dio. Una volta sbollita la rabbia verso un Padre apparentemente meno amoroso del solito, forse potremo vedere dietro alla nostra malattia una opportunità inaspettata per consolidare la nostra fede, intensificare il nostro rapporto con Dio, incoraggiare altre persone che altrimenti non avremmo incontrato o che, in altre condizioni di salute, non avremmo potuto avvicinare con la stessa efficacia.

Spesso, come cristiani, dimentichiamo la nostra scelta di vivere per Cristo. Vorremmo farlo solo quando le condizioni risultano umanamente vantaggiose. O almeno, se proprio dobbiamo accettare un disagio, vorremmo comprenderne preventivamente il motivo.

Se fosse così, la fede non sarebbe necessaria. E ci perderemmo l’opportunità di credere senza preoccuparci delle conseguenze, senza lo stress di dover mantenere uno sguardo d’insieme, senza l’angoscia di un progetto chiaro ma così immane da schiacciarci.

Volenti o nolenti, il nostro percorso di vita non lo tracciamo noi.

Proprio per questo, come cristiani, dovremmo sentirci rasserenati: rasserenati di fronte a un’esistenza che non sempre comprendiamo ma che per noi, possiamo starne certi, è comunque la migliore possibile. Anche quando proprio non sembra tale.

Le scelte e il rispetto

Non so a voi, ma a me ieri l’annuncio degli scienziati britannici è sembrato un po’ sospetto.

La notizia era delle migliori: pare che tra tre anni sarà possibile creare sangue “artificiale” per sopperire alla carenza di donazioni e venire incontro alle necessità degli ospedali, specie in periodi e in situazioni di emergenza.

Un dettaglio che non sarà sfuggito ai più era un discreto “partendo dalle cellule staminali embrionali“. Il dato, di suo, mi ha ricordato gli annunci dei magistrati al termine di certe indagini, quando si rileva che per il successo “è risultato essenziale l’uso delle intercettazioni telefoniche“. Succede spesso, soprattutto nei periodi in cui il parlamento tenta di regolamentare l’ascolto delle conversazioni da parte degli inquirenti.

Forse è solo un’impressione, ma quel “partendo dalle cellule staminali embrionali” suona subliminale, e sembra voler polemizzare con i dubbi di chi non accetta, sul piano etico, gli interventi sulle cellule fecondate. «Vedete? – sembrano dire gli scienziati – Con le staminali embrionali possiamo salvare la vita a tante persone e migliorare la qualità dell’esistenza a molte altre, ma voi vi opponete».

Per questo offrono un certo sollievo le dichiarazioni di oggi da parte di un esponente del governo, il sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio: ha annunciato che anche l’Italia sta lavorando su un progetto simile, e tra tre anni potremmo produrre sangue dalle staminali. Precisando però che, per noi, si tratta di una scelta diversa: i globuli rossi verranno prodotti a partire da cellule staminali adulte.

Un sistema che, precisa il Corriere, supera «già in partenza eventuali problemi etici legati all’impiego degli embrioni».

Scopriamo peraltro che il metodo delle staminali adulte è quello scelto anche dalla Darpa, l’agenzia per i progetti di ricerca avanzata per la difesa americana: quindi un sistema conosciuto e praticabile.

Viene allora da chiedersi come mai i sudditi della Regina non abbiano preso in considerazione questa opzione, ignorando bellamente le polemiche che potrebbero seguire sul piano etico.

Speriamo ci siano ragionevoli motivi scientifici che hanno portato il team britannico a usare nonostante tutto le staminali embrionali: altrimenti significherebbe che la scienza, per alcuni, è ciò che per altri è la religione o l’ideologia: un fine che giustifica la mancanza di rispetto.

Quando succede agli altri, lo chiamano fanatismo.