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Relatività perverse

“Il vigile non ha sempre ragione”: questa la conclusione cui è giunta la Corte di Cassazione, e che ha dato ragione a una agguerrita automobilista romana.

La signora, secondo il vigile, era passata con il rosso, e si era vista giungere a casa la relativa molta. «Convinta di essere dalla parte della ragione, di aver pigiato l’acceleratore con li verde si è rivolta al giudice di pace, sostenendo che il “pizzardone” aveva visto male e che la multa era da cancellare».

A sostegno della sua tesi portava alcuni testimoni oculari. A pensarci bene, alla signora vanno fatti i complimenti già per questo: di solito le multe arrivano con mesi di ritardo e in pochi ricordiamo una scena vissuta tanto tempo prima, figurarsi se saremmo in grado di recuperare testimoni presenti all’incrocio proprio quel giorno a quell’ora.

Com’era prevedibile, il giudice di pace le ha dato torto, ma la signora ha continuato la sua battaglia arrivando fino alla Cassazione che – con una delle classiche sentenze creative cui spesso ci ha abituato – le ha dato ragione.

Secondo la Cassazione, infatti, può accadere che in certe circostanze «in ragione della loro modalità di accadimento repentino non si siano potute verificare e controllare secondo un metro sufficientemente obiettivo ed abbiano pertanto potuto dare luogo ad una percezione sensoriale implicante margini di apprezzamento […] Quanto attestato dal pubblico ufficiale concerne non la percezione di una realtà statica (come la descrizione dello stato dei luoghi senza oggetti in movimento) bensì l’indicazione di un corpo o un oggetto in movimento».

Insomma, come dimostrò Einstein, tutto è relativo; quindi, come l’arbitro, anche il vigile può sbagliare una valutazione. Con il mezzo in movimento la prospettiva può risultare ingannevole e dare l’idea di qualcosa che, magari, agli occhi di altri non è così scontato.

Verrebbe da tirare un sospiro di sollievo: la sacralità del pubblico ufficiale è stata smantellata, finalmente non avremo torto per principio quando dovremo discutere con un vigile sull’applicazione del codice o sulla dinamica di un incidente.

Il sollievo, però, è solo momentaneo: come segnala un sito dedicato agli automobilisti, «È vero che in Italia ogni sentenza fa stato fra le parti (statuisce pienamente soltanto per le parti in causa), ma questa della Cassazione conferma che il verbale dei Vigili non fa piena prova fino a querela di falso. Si tratta di una conferma fondamentale».

Si comprende facilmente che, se la sentenza potrà riparare a qualche palese ingiustizia, sarà soprattutto il rifugio privilegiato degli impuniti, degli indisciplinati, di tutti coloro che ritengono di essere al di sopra della legge: le categorie che non vorremmo incontrare sulla nostra strada – quantomeno perché la rendono estremamente pericolosa – e che da oggi hanno un’arma in più per difendere le loro smargiassate.

Da anni, ormai, le sentenze smontano le leggi a suon di cavilli procedurali, sottigliezze amministrative, interpretazioni giuridiche originali: il risultato è una legge sempre più fai-da-te, in un mondo che conta sempre meno punti fermi.

Una prospettiva che non suona troppo rassicurante per il futuro.

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Dal dire al fare

Norme sempre più severe per chi guida: il governo – o, piuttosto, un sottosegretario che ha approfittato del silenzio ferragostano per ottenere il suo quarto d’ora di celebrità – starebbe per emanare nuove norme contro gli eccessi di velocità, l’uso del cellulare alla guida e il mancato utilizzo delle cinture di sicurezza. Non solo: potrebbe diventare più difficile ottenere la patente, rinnovarla, recuperare i punti perduti.

Per quanto riguarda il telefonino – una delle passioni nazionali – si minaccia addirittura l’obbligo del viva voce, perché sembrerebbe che perfino l’auricolare costringa a distrarsi troppo.

Se saranno solo boutade agostane o proposte concrete, lo vedremo a settembre. Resta, in questo ultimo scorcio d’estate, qualche domanda.

Ci si dovrebbe domandare il senso dell’annuncio anticipato, che di solito non corrisponde mai nella sostanza alla legge effettivamente approvata.

E ci si dovrebbe domandare anche se inasprire le leggi non sia un triste retaggio di altri tempi e altre culture, di quelle gride manzoniane incapaci di farsi rispettare.

Una democrazia seria non si distingue per la quantità di leggi, ma la certezza del diritto: poche norme, semplici e fatte rispettare.

Ecco, forse il problema è proprio qui. Fate un banale esperimento: verificate quanti rispettino ancora il divieto di uso del cellulare alla guida. Noi ne abbiamo contati un po’ troppi, anche tra quegli stessi elementi che dovrebbero rappresentare e garantire la sicurezza. Ci siamo sentiti delusi, e anche un po’ presi in giro.

Francamente non sembra che le leggi non ci siano, o non siano adeguate. Basterebbe renderle efficaci, magari sostituendo gli annunci con qualche banale, sporadico, doveroso controllo.