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Stragi nel silenzio

Nella notte tra mercoledì e giovedì, in Egitto, si è consumata una strage: nove persone sono state uccise all’uscita di una chiesa, dove avevano celebrato il natale copto.

Una notizia agghiacciante che merita attenzione per la gravità del fatto e per la scossa che una vicenda simile inevitabilmente porta nei rapporti tra comunità religiose e le ripercussioni che potrebbe avere anche in Europa.

Evidentemente, però, la pensiamo così quasi solo noi.
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Il natale che non è

La migliore riflessione relativa a questo natale probabilmente l’ha scritta Claudio Magris, intellettuale laico, che lunedì 21 sul Corriere rifletteva su “Il natale e l’obbligo della felicità” (l’intervento completo è qui).

«A Lima – scrive Magris -, negli ultimi anni, durante la settimana di Natale la percentuale dei suicidi aumenta del 35%… Natale è una celebrazione degli affetti familiari, di una raccolta felicità, e chi se ne sente privo o povero ne soffre certo sempre, ma particolarmente in quei giorni. Giorni in cui si ostenta quel calore che gli manca e la cui mancanza si fa più acuta e talora insostenibile. Quel 35 per cento in più di morti disperati pesa come un dies irae».

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Natale alla cinese

La Cina è più vicina: in un impeto di cordialità (interessata) per l’occidente, da quest’anno nell’Impero di mezzo non sarà più proibito festeggiare il natale. Be’, forse “natale” è una parola grossa: si festeggerà il 25 dicembre (ma anche il 31), e a tale scopo nelle metropoli di Pechino, Shanghai e Shenzen sono stati allestiti 170 chilometri di luminarie, abbinati nella capitale a 15 mila abeti elettrici.

Il dettaglio – spiega Repubblica – è che il natale e il capodanno occidentale verranno festeggiati in un contesto decisamente laico, tanto che le due ricorrenze prenderanno il nome di “Festival del regalo”.

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Incertezze salutari

In Gran Bretagna gli atei sono partiti alla riscossa qualche mese fa con una serie di spot sui bus: una campagna che ora si allarga ad altri Paesi d’Europa, ma non senza qualche piccola delusione.

Succede in Spagna, per esempio, dove l’iniziativa atea è stata presa in contropiede dai cristiani: anticipando l’intenzione delle associazioni atee di “vestire” alcuni autobus con uno spot agnostico (“Probabilmente Dio non esiste, quindi smettila di preoccuparti e goditi la vita”), una piccola chiesa evangelica ha racimolato la somma necessaria per lanciare con le stesse modalità il messaggio “Dio sì che esiste: godi della vita in Cristo”.

Il bus “cristiano” ha cominciato a circolare per Madrid a Natale: il pastore evangelico Paco Rubiales, spiega Il Giornale, «ha deciso di investire le offerte domenicali dei suoi 75 fedeli per fare opera evangelica con un chiaro messaggio».

Due modi diversi di vedere il mondo:  un’incertezza (“Probabilmente Dio non esiste”) contro una certezza (“Certo che Dio esiste”). Un messaggio egoista (“goditi la vita”) contro un messaggio che invita al senso di responsabilità (“godi la vita in Cristo”). Un messaggio edonista contro un messaggio di speranza.

Come già si diceva, suona decisamente paradossale che proprio gli atei invitino a non ricercare certezze, ritirandosi in buon ordine dietro a un rassegnato “probabilmente”: proprio loro, che non credono se non vedono, che non muovono un passo senza la sicurezza incontrovertibile di un test scientifico, che irridono i cristiani per quella sicurezza irrazionale chiamata fede.

Eppure il confronto spagnolo tra atei e cristiani a colpi di bus offre un altro spunto di interesse, e permette qualche considerazione positiva su entrambi i fronti. Il portavoce degli atei dichiara che l’obiettivo di questa iniziativa è «far pensare chi non è molto credente e dargli un appoggio»; il pastore Paco Rubiales «confessa che con la campagna evangelica vuole arrivare “ai non cristiani o ai cristiani addormentati”».

È curioso notare che gli intenti delle due campagne, agli antipodi per il messaggio comunicato, sono pressoché identici: con i loro spot sia gli atei, sia i cristiani desiderano risvegliare le coscienze e il senso di responsabilità, mettere le persone di fronte alla propria condizione e alle proprie preoccupazioni, rispolverare le domande sopite, riportare in primo piano i dubbi messi da parte per lasciare spazio al miraggio di una vita piena di vuoto.

E si sa, per riflettere seriamente c’è chi ha bisogno di una scossa (“Dio non esiste”) e chi di una speranza (“Dio esiste”).

In questo senso non è detto che la seconda soluzione sia più efficace della prima: demolire le proprie false certezze (“credo davvero in Dio o sono un ipocrita?”) può essere salutare, nell’ottica di una ricerca spirituale.

La provocazione della campagna atea potrebbe quindi portare ben lontano da facili edonismi, spingendo invece i madrileni alla ricerca di una soluzione a quel “probabilmente”: se il messaggio aiuterà gli spagnoli a confrontarsi onestamente con se stessi e a cercare la Risposta, la campagna atea potrebbe dare frutti inaspettati.

Regali inaspettati

Mette una certa tristezza leggere su Repubblica che sarà il natale dei regali low cost. I negozi “tutto a un euro” hanno avuto un’impennata di vendite del 20%: non li frequentano più solo ragazzi, pensionati e badanti, ossia persone con un borsellino limitato, ma anche coloro che in passato mai avrebbero pensato di entrarci, e perfino aziende, che cercano qualche prodotto dignitoso ma non dispendioso per i regali a clienti e dipendenti.

Gli articoli sul binomio natale&crisi compaiono in realtà già da un mese sui quotidiani, tanto da far sospettare che sia un nuovo luogo comune del giornalismo, versione aggiornata dei servizi che fino agli anni Novanta andavano in onda a natale ricordando la malinconica festa di quanti erano rimasti senza lavoro proprio alla vigilia delle feste per la chiusura improvvisa di qualche azienda.

Eppure forse la crisi di questo natale 2008 potrebbe essere salutare. Chissà: magari, più che un male, si potrebbe rivelare una cura: la cura a un consumismo esagerato che bene o male ha contagiato tutti, e negli ultimi anni ci ha fatto perdere tempo e serenità alla ricerca del regalo perfetto; la cura a una visione materialista della festa, dove quel che si dà conta più di quel che si è; la cura a una prospettiva distorta, che ci fa vedere il regalo come il massimo che possiamo offrire ai nostri familiari; la cura a un dono che ormai sostituisce la nostra presenza e il nostro impegno verso gli altri.

Chissà che la crisi non ci offra finalmente la possibilità di rivalutare ciò che più conta: il nostro cuore, la nostra presenza, la nostra attenzione nei confronti delle persone care. Perché nessun regalo ha mai potuto né potrà compensare l’abbandono, l’assenza, il disinteresse.

E allora, complice la crisi, approfittiamo di questo natale povero per dare noi stessi a chi amiamo. Sarà un regalo economico per noi, ma utile e apprezzato per chi lo riceverà. Una vera sorpresa.

C'è chi dice sì

Le feste stanno per arrivare, e ognuno si prepara secondo la propria inclinazione e la propria coscienza: c’è chi dice “natale” e pensa a luci, alberi, regali; chi all’intimità (o all’allegra confusione) di una giornata in famiglia; chi a  concerti ed evangelizzazioni; chi alla serenità di letture, riflessioni, ritiri spirituali.

C’è anche chi riesce a distogliere lo sguardo da se stesso e si concentra sugli altri: è raro, ma capita.
A testimoniarlo c’è una lettera che ci è giunta in redazione in questi giorni:

Buongiorno,

vi scrivo per avere alcune informazioni.
Vorrei passare un Natale speciale, vorrei fare volontariato aiutando le persone.

Per questo vi scrivo, mi piacerebbe sapere se potreste indicarmi qualche opera di aiuto (bambini, anziani, mense per poveri, ragazzi down…), dove poter aiutare le persone a passare un Natale migliore, e soprattutto portare la PAROLA DI DIO.

Vi ringrazio anticipatamente per l’attenzione prestatami,

DIO VI BENEDICA

sono lettere di persone semplici, sconosciute, ma che denotano un grande cuore.Lettere rare, ma che non passano inosservate.
Lettere che mettono noi per primi a confronto con la nostra ordinarietà, la limitatezza dei nostri orizzonti, la pochezza dei nostri programmi.

Spesso “le feste”, circonlocuzione che normalmente si usa per evitare un termine cui molti cristiani sembrano allergici, sono un’occasione sprecata. L’alibi di una festa che non celebriamo ci autorizza, nella nostra logica limitata, a smarcarci da qualsiasi impegno legato al periodo: pensiamo che qualunque riferimento alla festa suonerebbe troppo carnale per costruirci sopra un’occasione di testimonianza cristiana.

Peccato che la Bibbia, pur senza parlare del 25 dicembre, ci dica esattamente il contrario. Ci dice di cogliere tutte le occasioni.  Di approfittare di ogni opportunità. Ci dice di farci greci con i greci e giudei con i giudei per raggiungerli con il messaggio di speranza contenuto nel vangelo.

C’è chi dice no. Ma, grazie a Dio, c’è anche chi dice sì. Chi non si preoccupa di una data, ma dell’amore che può donare. Chi non si lascia turbare da quel che pensano gli altri, e desidera solo comunicare la gioia della propria fede anche a fine dicembre, a prescindere da ogni considerazione ulteriore. Chi desidera utilizzare quella manciata di giorni festivi per far felici anche altri, e non solo la propria famiglia.

Di fronte a questi esempi di altruismo cristiano ci sentiamo piccoli. Ed è un bene, se ci aiuta a crescere.

God bless you, merry gentleman.

C’è chi dice sì

Le feste stanno per arrivare, e ognuno si prepara secondo la propria inclinazione e la propria coscienza: c’è chi dice “natale” e pensa a luci, alberi, regali; chi all’intimità (o all’allegra confusione) di una giornata in famiglia; chi a  concerti ed evangelizzazioni; chi alla serenità di letture, riflessioni, ritiri spirituali.

C’è anche chi riesce a distogliere lo sguardo da se stesso e si concentra sugli altri: è raro, ma capita.
A testimoniarlo c’è una lettera che ci è giunta in redazione in questi giorni:

Buongiorno,

vi scrivo per avere alcune informazioni.
Vorrei passare un Natale speciale, vorrei fare volontariato aiutando le persone.

Per questo vi scrivo, mi piacerebbe sapere se potreste indicarmi qualche opera di aiuto (bambini, anziani, mense per poveri, ragazzi down…), dove poter aiutare le persone a passare un Natale migliore, e soprattutto portare la PAROLA DI DIO.

Vi ringrazio anticipatamente per l’attenzione prestatami,

DIO VI BENEDICA

sono lettere di persone semplici, sconosciute, ma che denotano un grande cuore.Lettere rare, ma che non passano inosservate.
Lettere che mettono noi per primi a confronto con la nostra ordinarietà, la limitatezza dei nostri orizzonti, la pochezza dei nostri programmi.

Spesso “le feste”, circonlocuzione che normalmente si usa per evitare un termine cui molti cristiani sembrano allergici, sono un’occasione sprecata. L’alibi di una festa che non celebriamo ci autorizza, nella nostra logica limitata, a smarcarci da qualsiasi impegno legato al periodo: pensiamo che qualunque riferimento alla festa suonerebbe troppo carnale per costruirci sopra un’occasione di testimonianza cristiana.

Peccato che la Bibbia, pur senza parlare del 25 dicembre, ci dica esattamente il contrario. Ci dice di cogliere tutte le occasioni.  Di approfittare di ogni opportunità. Ci dice di farci greci con i greci e giudei con i giudei per raggiungerli con il messaggio di speranza contenuto nel vangelo.

C’è chi dice no. Ma, grazie a Dio, c’è anche chi dice sì. Chi non si preoccupa di una data, ma dell’amore che può donare. Chi non si lascia turbare da quel che pensano gli altri, e desidera solo comunicare la gioia della propria fede anche a fine dicembre, a prescindere da ogni considerazione ulteriore. Chi desidera utilizzare quella manciata di giorni festivi per far felici anche altri, e non solo la propria famiglia.

Di fronte a questi esempi di altruismo cristiano ci sentiamo piccoli. Ed è un bene, se ci aiuta a crescere.

God bless you, merry gentleman.

Luci senza la Luce

Si comincia già a parlare di natale, e le prime notizie, che arrivano da Oxford, non sono rassicuranti.  Segnalano le testate che il consiglio comunale della cittadina inglese ha deciso di cancellare la parola “Christmas”, Natale, dalle celebrazioni di fine anno per rendere i festeggiamenti “più inclusivi”.

Al posto del tradizionale Christmas verrà proposto un “Winter light festival”, festa della luce d’inverno. Che suona anche suggestiva, come definizione, ma è un’altra cosa.

La trovata non è piaciuta a nessuno, creando un inedito asse trasversale che passa per i cristiani e arriva agli islamici e agli ebrei.

Il vicesindaco di Oxford minimizza: «Ci sarà un albero di Natale in città, anche se lo chiameremo diversamente»; e, senza rendersene conto, ha toccato il cuore del problema.

Il natale, come festa di ispirazione cristiana, è il ricordo di un evento molto preciso: la nascita di Gesù. Va da sé che eliminare Gesù dal natale è come organizzare una festa di compleanno senza invitare il festeggiato.

D’accordo: contrariamente a ogni logica, bisogna ammettere che il natale non è una festa propriamente cristiana, che non è stata istituita da Gesù né se ne trova traccia nella Bibbia, che buona parte dell’immaginario natalizio (alberi, buoi, asinelli, luminarie e via festeggiando) non ha attinenza con il racconto della natività contenuto nei vangeli (verificare per credere), che il periodo natalizio molto probabilmente non c’entra per nulla con quello in cui Gesù effettivamente nacque, e che la scelta del 25 dicembre affonda le sue radici in una religiosità pagana.

Tutto vero. Eppure l’idea di ricordare la nascita di Cristo, per quanto non strettamente biblica, non è sbagliata in partenza: il problema è il “come”, non il “cosa”.

Il diavoletto Berlicche avrebbe consigliato al suo interlocutore: «se vuoi far dimenticare la fede, non convincerli ad abolire le feste: svuotale del loro significato».

Una linea vincente ieri come oggi: fino a ieri il pericolo era la tradizione, che faceva perdere di vista i caratteri genuini della natività e quindi copriva il ricordo vero di Cristo – il significato della sua venuta al mondo – con mille falsi miti capaci di distogliere l’attenzione dei credenti; oggi, invece, per togliere significato alla festa è sufficiente sbandierare un malinteso senso di rispetto, secondo il quale la maggioranza non deve imporre, anteporre, e nemmeno proporre alcunché di caratterizzante.

La strategia funziona, a giudicare dalle cronache, anche se qualche volta il legislatore – qui è un sindaco, ma talvolta si tratta di un preside, un caporeparto e così via – finisce per essere più realista del re, tanto da far prendere le distanze perfino a coloro che vorrebbe tutelare.

Con un paradosso: mentre i musulmani e gli ebrei si dicono “delusi e offesi” da un’iniziativa che considerano fuori luogo (e, forse, controproducente sul piano dell’immagine), probabilmente il sindaco si troverà invece difeso da quei cristiani che, travolti dalla furia iconoclasta, non riescono a distinguere il ricordo dalla tradizione, il simbolo dall’immagine, la commemorazione dal rito.