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Bellezze a confronto

Può esistere un concorso di bellezza in cui l’estetica non giochi un ruolo dominante?

Se la vostra risposta è “no”, sappiate che vi state sbagliando. Ma non fatevene una colpa, le nostre convinzioni nascono dalla società in cui viviamo: siamo occidentali, e nella nostra società la forma (fisica) risulta determinante in molte aree della vita.

Non è così ovunque, però – e questo, per inciso, dimostra che dovremmo smetterla di considerarci al centro dell’universo, e soprattutto di crederci i migliori -: in Arabia Saudita sono capaci di organizzare un concorso di bellezza, o meglio un reality, cui partecipano centinaia di ragazze coperte dalla testa ai piedi. Spiccano solo gli occhi, e qualcuna delle giurate (tutte donne, va da sé) particolarmente schizzinosa sostiene che si dovrebbero oscurare anche quelli.

Le valutazioni delle candidate si basano su qualcosa che noi europei abbiamo dimenticato: ciò che uno è dentro, ciò in cui una persona crede, come si comporta. Blanditi dai guru del relativismo abbiamo cancellato dal nostro immaginario tutto ciò che c’era di nobile, profondo, significativo, e che proprio per questo poteva apparire poco politicamente corretto.

In Arabia Saudita, a quanto pare, sono più avanti. O più indietro, a seconda dei punti di vista. Basano un concorso di bellezza – l’unico del paese – su educazione, conoscenza della morale (e, supponiamo, dell’educazione), qualità del rapporto familiare. Quasi una bestemmia per una società come la nostra, dove il massimo dell’espressione intellettuale emersa agli ultimi concorsi di bellezza è stata una dotta disquisizione sul “lato b”.

Sia chiaro: non vogliamo dimenticare che stiamo parlando dell’Arabia Saudita, un paese che non può essere additato come fulgido esempio di democrazia. Basti ricordare la condizione subalterna della donna, la mancanza di libertà religiosa, o il divieto di importare libri cristiani o simboli di una fede diversa dall’islam.

Premesso questo, però, viene da chiedersi se questa sorta di ballo delle debuttanti in salsa berbera, sia davvero così ridicolo come, a un primo sguardo, ci potrebbe sembrare.

In fondo abbiamo poco da ridere. Guardandoci attorno, camminando per la strada, navigando in rete troviamo una gioventù triste, delusa, senza punti di riferimento né valori: nemmeno l’ombra di quello che un tempo si definiva buona creanza, senso civico, buona educazione.

I miti di oggi sono sguaiati, arroganti, falsi, arrivisti, senza scrupoli né pietà, privi del benché minimo senso di opportunità.

Difficile stupirsi se poi i giovani si ritrovano a tirare avanti un’esistenza pigra, arrabbiata, sciatta, se tra un sms e l’altro niente li entusiasma e nulla riesce ad attirare la loro attenzione.

Pochi adulti se ne preoccupano davvero: “Sono solo ragazzi”, “è un’età difficile”, “hanno diritto a divertirsi” sono le frasi che ricorrono più spesso.
Nel declinare ogni responsabilità nei loro confronti dimentichiamo che tra qualche anno questi stessi ragazzi saranno, a loro volta, genitori. Con obblighi e responsabilità di cui, oggi, non vogliono nemmeno sentir parlare.

E allora una soluzione va trovata, e in fretta. Aiutarli a trovare un senso alla loro vita, spirituale e sociale, è un obbligo morale per tutti noi.

Astinenza, questa sconosciuta

In questi giorni, inevitabilmente, si parla molto di quaresima, quel tempo di penitenza che precede la Pasqua.

Si tratta di un uso tipicamente cattolico, che viene aggiornato generazione dopo generazione tentando di farlo restare al passo con i tempi: se ieri la penitenza consisteva nella rinuncia alla carne (in tutti i sensi), oggi ci si impegna a cercare nuove formule per dare un significato pregnante al periodo anche per i più giovani.

Nasce così la proposta di un “digiuno tecnologico” fatto di astinenza dagli sms (almeno di venerdì santo, chiede la curia di Modena), una proposta contestata nello stesso ambiente cattolico per l’accostamento tra tecnologia e divertimento che non sarebbe invece così scontato: «Se i messaggini sono un corretto modo di comunicare, perché ce ne dobbiamo privare?» chiede, tra gli altri, il direttore dell’Osservatore romano, Gian Maria Vian.

Da sempre l’ambiente evangelico vede in chiave molto critica il concetto di penitenza per una questione dottrinale di fondamentale importanza: biblicamente parlando, infatti, non è attraverso la nostra sofferenza o i nostri meriti che possiamo venire salvati, ma per il sacrificio unico e irripetibile di Gesù Cristo, che ha pagato per i nostri peccati morendo sulla croce.

Questa certezza dottrinale ha messo in una luce equivoca qualsiasi forma di astinenza, vista paradossalmente non come una forma di spiritualità, ma come un comportamento religioso sospetto.

Eppure, di suo, l’astinenza non è sbagliata. È sbagliato imporla dall’alto ed è sbagliato fossilizzarsi in un obbligo, trasformando un gesto d’amore verso Dio in un vuoto obbligo formale portato avanti per tradizione.

Però, allo stesso tempo, potrebbe essere significativo darsi un’occasione per consolidare il proprio rapporto spirituale con Dio. E questa occasione potrebbe essere più o meno casuale, o un periodo dell’anno significativo. O magari, avendone la costanza, potrebbe essere un percorso continuo di crescita spirituale.

Anche online? Perché no.
In questi giorni un sito dedicato alle nuove tecnologie ha offerto un “Decalogo per la Quaresima online” tra il serio e il faceto. Parafrasandolo, potremmo trovarci alcuni spunti interessanti.

1. Iscriviti ad una newsletter di argomento spirituale.

2. Naviga quando puoi nel canale cristiano.

3. Manda un sms a un amico con testo: “Gesù ti ama, parliamone”

4. Telefona a tua mamma e a tuo papà solo per dire loro: “TVB”

5. Invia almeno un sms solidale per beneficenza a settimana.

6. Aderisci all’impegno di chi si occupa dei cristiani perseguitati.

7. Insegna quel che sai sull’uso del pc e della rete a un anziano.

8. Copia e incolla un passo del Vangelo e invialo via email a un amico.

9. Invia un’email ai responsabili della comunità che frequenti (pastore, anziani) e di’ loro come vorresti che fosse la chiesa.

10. Soprattutto, diventa fan di Gesù. E non solo su Facebook.