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Ricerche e risposte

C’è da stupirsi leggendo su TuttoScienze della Stampa un titolo come “Il gene è diventato altruista: altro che egoismo, siamo programmati per collaborare e innamorarci”.

Sul filo dell’irrisione verso la fede, un insolitamente salace Gabriele Beccaria segnala che «gli scienziati sono le uniche persone disposte a cambiare idea», e si basa sulla considerazione che ammettono, dopo anni di studi, una scoperta a suo dire sensazionale: l’uomo non sarebbe egoista per principio, ma sarebbe invece programmato «per collaborare, aiutarci anziché farci fuori, costruire gruppi sociali stabili e perfino innamorarci». «Merito dell’evoluzione», aggiunge, quasi a voler sottointendere “ovviamente”.

Sparisce quindi il “gene egoista” di cui parla Dawkins, che sta «alla base della cattiveria nei comportamenti individuali»: anzi, «i principi etici, invece che un prodotto delle religioni, preesistono a queste come un circuito innato, parallelo al software del linguaggio».

Certo, a voler difendere la scienza a tutti i costi non può che essere così. Ma soffermandosi a riflettere, le cose cambiano.

Che l’uomo sia intimamente malvagio è un concetto biblico: l’essere umano, dopo il peccato primordiale, ha in sé la tendenza al male. Le cronache quotidiane, gli incontri, le esperienze di ognuno di noi non fanno che confermare questa triste realtà.

Allo stesso tempo, non va scordato che l’uomo è stato creato “in modo stupendo”, e di questa sua matrice divina è testimone la continua tendenza a cercare di emanciparsi, arricchirsi (interiormente e materialmente), migliorare la propria condizione di vita.

Naturalmente il modo di intendere il concetto di “miglioramento” dipende molto dalla sensibilità del singolo e dal contesto sociale: ma che si tratti di una ricerca materialistica o spirituale, egoista o solidale, resta comunque una ricerca insopprimibile, cui non riesce a sottrarsi.
Per un laicista si tratta di geni o evoluzione, per il cristiano è segno di quel “pensiero di eternità” che Dio ha messo nel cuore dell’uomo, e che non gli permette di trovare pace fino a quando non dà una risposta spirituale ai propri bisogni.

Interpretata in maniera virtuosa, questa ricerca continua porta a situazioni benefiche per la società; il circolo vizioso dell’egoismo dà invece vita a un contesto sociale squilibrato, con tutto quel che ne consegue. E che dobbiamo, mestamente, commentare ogni giorno.

Detto questo, ben venga l’impegno degli scienziati, che per Beccaria sono gli unici esseri veramente raziocinanti. Proprio per questo ci aspettiamo da loro, fiduciosi, la ragionevolezza di mantenere la ricerca nei giusti canoni.

Perché la ricerca scientifica potrà anche trovare le spiegazioni, ma sarà sempre la fede a dare le risposte.

Mica è peccato

Il Corriere della Sera dedica il suo Focus odierno al fenomeno del bullismo, segnalando che qualcosa sta cambiando: stando ai risultati di una recente indagine di CittadinanzAttiva, “i ragazzi chiedono regole e professori severi”.

È quantomeno anomalo vedere ragazzi che chiedono qualcosa di apparentemente contrario ai loro interessi; o magari bisogna interrogarsi sullo stato di degrado che abbiamo raggiunto, se perfino gli studenti devono abdicare dal gioco delle parti che li vede da sempre sulla barricata opposta, e assumere la difesa dell’ordine trascurando la loro tendenza alla ribellione.

La posizione che emerge dall’indagine riprende le recenti dichiarazioni di Francesco De Gregori, cantautore attivo durante la contestazione sessantottesca, che nei giorni scorsi aveva individuato proprio nel lassismo e nella contestazione del Sessantotto i mali della scuola di oggi.

Se sia una consapevolezza diffusa, come sembra, lo vedremo nel tempo; di certo la strada da fare è ancora lunga. Dallo stesso sondaggio, infatti, emerge che metà dei ragazzi ha assistito a episodi di bullismo, il 37% ne ha subiti. La mancanza di sanzioni certe «porta gli studenti a maturare forme di apatia o persion tolleranza verso la violenza», denuncia Adriana Bizzarri di CittadinanzAttiva, e il suo allarme trova conforto nei dati: «un terzo degli intervistati dice di non intervenire mai di fonte a un’aggressione nei confronti di chi è percepito come “diverso”, e il 39% afferma di non aver mai visto nessuno difendere un so compagno. Stessa linea non interventista per gli atti vandalici, di fronte ai quali la percentuale di chi non muove un dito sale a 71».

Dati desolanti, da cui emerge una riflessione. Certo, i giovani di oggi sono maleducati. Certo, non hanno rispetto né il senso del rispetto, che è anche più grave. Certo, hanno assunto come modelli di vita la superficialità del Grande Fratello, la fama gratuita di Buona Domenica, la vacua e feroce competizione di Amici. Certo, non hanno scuse perché per distinguere tra bene e male non serve una scuola, e forse nemmeno un genitore, ma basta una coscienza ancora viva.

Se i giovani sono così, è colpa loro. Mica nostra.
Certo, a voler ben guardare forse è passato un po’ dall’ultima volta in cui siamo intervenuti per impedire un sopruso. Ma certo, non erano affari nostri, e poi vuoi mettere il rischio. Quando vediamo un vandalo scarabocchiare un muro ci guardiamo bene dall’avvicinarci. Quando vediamo gettare cartacce, mozziconi o altro per terra proviamo indignazione dentro di noi, ma non diciamo nulla.

E poi, se possiamo, al supermercato infiliamo la cassa veloce anche se i prodotti nel carrello sono più di dieci: tanto mica è una legge, e poi si sa, la lettera uccide lo spirito. Se poi al banco salumi arriviamo in contemporanea con un’altra persona al distributore dei numeri, non ci salta nemmeno per la testa di cedere il passo, o di offrire il nostro biglietto con un sorriso: perché dovremmo, non lo conosciamo e poi ne abbiamo diritto quanto lui.

Se possiamo, saltiamo la coda con uno stratagemma, o zigzgando in auto tra le colonne: mica è peccato, e poi noi abbiamo fretta.
Se un’auto è in panne non ci fermiamo a dare aiuto: figurarsi, con quel che si legge sui giornali.

Mica pecchiamo, mica trasgrediamo, ci mancherebbe altro: anzi, ci indigna il pensiero che qualcuno lo pensi. Siamo bravi cristiani, noi.

Chissà cosa ne direbbe Gesù. Chissà cosa penserebbe del nostro farisaismo utilitarista lui, che considerava peccato il solo fatto di non dimostrare amore verso il prossimo.

Comunque, sorvoliamo su questi spiritualismi, che ci piace tanto sentire e approvare con cenni del capo alla domenica mattina, e che – a quanto pare – lì devono restare relegati. Molto più semplice, in effetti, tenere ben separati il “sacro” – culto, riunioni, agapi, convegni, lettura biblica e preghiera quotidiana – dal “profano – lavoro, rapporti con gli amici, uscite serali, partite della Nazionale, comportamento al supermercato e in auto -.

E allora, mettendola in questi termini, è vero: non è colpa nostra se i giovani sono così. Però è colpa nostra, e solo nostra, se siamo così noi. Perché è segno che non abbiamo capito ancora il nocciolo del messaggio di Cristo.

Non siamo certo i primi a cadere nell’equivoco: Saulo era un illustre esponente di quella corrente che vedeva la fedeltà alla Parola come una cura parossistica e severa verso “le cose di Dio”, e una acquiescente libertà verso tutto il resto, perché “naturalmente” la nostra vita privata non riguarda Dio.

Tra noi e Saulo, però, c’è una piccola differenza. Saulo si è ravveduto; noi non ci rendiamo nemmeno conto di averne bisogno.
E poi ci lamentiamo dei nostri giovani.

Una fede per Capello

Fabio Capello è stato intervistato dalla rivista Studi cattolici. Ne è emersa una fede che non ci si aspetterebbe.

Allenatore di successo, dopo una lunga gavetta è passato negli anni sulle panchine di Milan, Juventus, Roma e Real Madrid; ora si trova ad allenare la nazionale inglese, uno dei massimi risultati per chi svolge il suo lavoro. Il ragazzo di Pieris, paese a due passi dall’aeroporto di Trieste, quello che bigiava a scuola per seguire il suo sogno sui campi di calcio, ha fatto strada.

Considerato l’antipatico del calcio italiano, si definisce cattolico praticante, ma dal tono delle risposte si coglie che per lui la fede non è la superstizione che porta a versare acqua benedetta sul campo di gioco, o a sgranare scaramanticamente rosari per vincere una partita difficile.

Capello rivendica la sua libertà di espressione e la sua coerenza sul piano spirituale: «Chiariamo subito che non sono un bigotto», esordisce.

Tra i tanti temi trattati nell’intervista, in particolare, colpisce il capitolo sul suo rapporto con Dio, rapporto che gli somiglia: semplice, spartano ma efficace.

Ha chiesto aiuto alla fede nei momenti difficili?, gli chiede l’intervistatore, Claudio Pollastri.
«Quando ho avuto, come succede a tutti, delle crisi ho pregato. E le ho superate», risponde Capello.

Crisi religiose, private o di lavoro?
«Con la preghiera si risolve ogni tipo di crisi».

Lei prega molto?
«Ho un buon rapporto con il Padreterno».

E lo dimostra quando il giornalista domanda se Capello abbia mai «chiesto aiuto lassù per vincere una partita decisiva»: l’allenatore risponde: «La fede è un fatto serio».

Altro che riti e formule. La fede di Capello è convinta come gli schemi di Sacchi, precisa come una punizione di Platini, granitica come il buon Gattuso. E spiazza come un rigore di Baggio.

Quando è meglio aspettare

“Israele, sotto attacco la setta degli ebrei che credono in Gesù”, scrive oggi il Giornale. Si tratta dei messianici, ebrei convertiti al cristianesimo, che hanno riconosciuto Gesù (o Yeshua, in lingua originale) come Messia e sono quindi cristiani a tutti gli effetti, pur continuando a seguire le pratiche mosaiche, quelle pratiche che a noi “gentili”, stranieri o pagani che dir si voglia, sono risparmiate ma che nel loro contesto hanno ancora un senso e – perché no – un’utilità.

Non è una novità il fatto che agli ebrei ortodossi non vada giù il “proselitismo” di questi ebrei considerati degeneri, e in varie occasioni si sono riscontrati attriti tra le due componenti; la decisione di ricorrere a veri attentati intimidatori segnerebbe però un’escalation di violenza preoccupante e finora impensata.

Il condizionale è d’obbligo, fino a conferma del fatto: fatto che, volutamente, non abbiamo segnalato oggi su evangelici.net.

La vicenda, infatti, ricorda troppo da vicino la bufala che ha coinvolto i media occidentali nelle scorse settimane. Era successo che nella cittadina di Or Yehuda si celebrasse la festa di Lag ba Omer, nel corso della quale vengono accesi dei falò. I ragazzi hanno pensato di usare dei volantini cristiani per accendere i fuochi, e di lì è nata una polemica, che ha attraversato tutta l’Europa, secondo la quale un gruppo di ultraortodossi avrebbe buciato in piazza copie del vangelo.

Grazie alla solerzia di Debora Fait, che ha intervistato il vicesindaco della cittadina, si è scoperto che lo scandalo andava derubricato a semplice equivoco, ma ormai la notizia era lanciata: d’altronde, in assenza di improvvidi interventi dell’esercito contro “civili”, fa comodo qualche spunto per gettare la croce addosso a Israele. Specie in un settore d’eccellenza come la cultura, nel quale Israele, checché se ne dica, può dare lezioni a molti paesi dell’area.

Comprenderete quindi perché, prima di lanciare una notizia di tale gravità, abbiamo preferito aspettare, anche a costo di prendere il classico “buco”: a volte le notizie possono fare male più degli attentati.

L’informazione non è un valore assoluto: ha un senso quando sa chiedersi “come” e “cosa”, quando segue un’etica e riconosce uno scopo. Proprio come la libertà. Proprio come la vita.

Preghiere da protagonisti

«La Chiesa anglicana – ci segnala un amico senza segnalarci la testata – lancia un libro “Preghiere sul lavoro” che prevede invocazioni specifiche per ogni tipo di attività… Siete in treno, in ritardo, e già irritati perché pressati come sardine? Potreste provare a recitare la preghiera del pendolare. Siete depressi perché è lunedì mattina e non avete voglia di tornare al lavoro? C’è la preghiera per combattere i «Monday blues» (la depressione del lunedì) e riprendere la settimana con energia. Squilla il telefono per la centesima volta e vi stanno per saltare i nervi? C’è la preghiera per aiutarvi a rispondere con grazia alla chiamata».

Non solo: «c’è anche quella per la fine del giorno in ufficio, dove il fedele viene esortato a darsi dei voti in 9 categorie: amore per gli altri, gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fede, docilità e autocontrollo; e poi a confrontarsi con il risultato che avrebbe ottenuto Gesù, se si fosse fatto lo stesso rapido auto-esame».

Un libro di preghiere non è certo una novità nel campo delle chiese storiche, ma una raccolta di preghiere per tutte le occasioni e i frangenti decisamente mancava.

Serviva? Dipende dalla prospettiva. Come la scuola evangelica insegna, la preghiera è il modo che l’uomo ha per mettersi in comunicazione con Dio esponendogli dubbi, timori, problemi, esigenze, ma anche esprimendo gioia e dichiarandogli il suo amore;
come espressione di un rapporto personale e diretto con Dio, la preghiera non va recitata ma espressa di cuore.

Detto questo, non è sbagliato trovare spunti di riflessione, purché questo non sostituisca la spontaneità espressiva rendendo la preghiera una sterile ripetizione. Siamo sinceri: quanti di noi, al mattino, ricordano di cominciare la giornata con invocando la benedizione di Dio? Quanti si ricordano di rivolgersi a lui al momento di cominciare a lavorare? E nei momenti più stressanti, sfibranti, fastidiosi?
Chi di noi, alla sera, si sofferma a riflettere insieme a Dio sui propri limiti, primo passo verso una consapevolezza che dovrebbe portarci giorno dopo giorno a un atteggiamento più responsabile e cristiano?

Tante felicitazioni a chi ci riesce, ma dobbiamo ammettere che alla maggior parte di noi non viene spontaneo. O, almeno, viene più spontaneo risentirsi, brontolare, guardare i dettagli negativi senza tener conto della gioia che ogni nuovo giorno dovrebbe darci per il solo fatto di aver visto ancora una volta la luce dopo aver trascorso un’altra notte nella serenità del nostro letto.

Ben venga chiunque riesca a ricordarci di farlo, a sensibilizzarci sull’importanza di “pregare incessantemente”, a incoraggiarci nel rendere la nostra relazione con Dio sempre più frequente e intensa. Purché, sia sempre chiaro, la preghiera resti un momento originale, e non una banale copia.

Perché il cristiano deve essere il protagonista, e non un banale interprete della propria vita di fede.

Mal di pancia

D’accordo per la difesa dei “valori irrinunciabili”. Ma esistono vari modi, più o meno espansivi, per esprimere un’apertura, una convergenza, la disponibilità a una “fattiva collaborazione” che il presidente del consiglio Berlusconi ha espresso qualche giorno fa a Benedetto XVI.

Nell’occidente democratico, come persone – credenti o atei – abbiamo tutto il diritto di esprimere il nostro parere in fatto di fede, e di lasciarci andare alle espressioni di fede che più riteniamo opportune: nessuno, spero, criticherà l’intimismo che si vive nei momenti di lode di certe chiese evangeliche, o l’esuberanza talvolta fin troppo plateale di altre realtà. Un’autorità, però, ha responsabilità diverse. Non comanda: serve. Non gode dei beni: li amministra. Non vive per sé: rappresenta una società. Che è composta anche da persone diverse da lei, e che nonostante questo deve rispettare.

E se una foto vale più di mille parole, e se le formalità danno senso alla sostanza, l’immagine del Presidente del consiglio che bacia con trasporto la mano (ufficialmente doveva essere l’anello: ma si sa, l’impeto…) di Benedetto XVI non ha bisogno di molti commenti.

Commenti che invece avremmo voluto dal senatore Lucio Malan, evangelico e – per quanto abbiamo avuto modo di verificare – un politico galantuomo.

Confessiamo di esserci preoccupati per lui: la sua sobrietà piemontese, la sua sensibilità per le minoranze, la sua appartenenza evangelica dovevano avergli fatto provare un certo qual mal di pancia di fronte a queste immagini. Lo abbiamo chiamato per sincerarci delle sue condizioni e abbiamo scoperto che, per sua fortuna, in questi giorni è rimasto lontano dalla tv, perdendosi quelle sequenze così imbarazzanti.

Non c’è che dire: le nostre preghiere per le autorità fanno effetto. Magari, la prossima volta, potremmo chiedere di venir risparmiati anche noi.

La missione dell'insegnamento

“Bullismo: nasce un corso per insegnare ai docenti come riconquistare autorità”: l’iniziativa, messa in cantiere a Milano grazie anche a una serie di sponsor privati, ha visto la partecipazione di una quarantina di insegnanti delle medie, «che seguono i ragazzi – rileva Il Giornale – fra 11 e 14 anni e quindi in una fase particolarmente delicata dell’adolescenza».

I laboratori sono gratuiti e hanno gettato “le basi per una relazione interpersonale costruttiva. Elementi indispensabili per superare un fenomeno” come il bullismo.

L’obiezione più scontata che si fa, osservando da fuori le vicende scolastiche immortalate con i cellulari e diffuse da youtube (ma anche dai telegiornali, ormai) è che i docenti abbiano dimenticato il loro ruolo, e si lascino maltrattare.

In realtà il problema è più profondo. Difficile farsi rispettare quando lo studente che ti insulta in faccia – con epiteti che un tempo non erano permessi nemmeno tra colleghi – viene fiancheggiato dall’intera classe, e dopo la sua bravata diventa un beniamino della scuola.

Difficile alzare la voce contro uno studente, quando questo, forte della sua popolarità, si sente autorizzato a vessare il docente con atti vandalici.

Difficile reagire quando i colleghi considerano lo sdegno come un sentimento un po’ retrò, e di fronte a fatti gravi alzano le spalle, fedeli alla teoria secondo la quale l’insegnante è solo un facilitatore, e alla scuola spetta istruire, mentre l’educazione va insegnata a casa. E d’altronde risulta difficile insegnare senza educare: se l’essere umano è un essere sociale, non può ignorare le forme e le dinamiche basilari su cui si basa il rispetto reciproco, senza le quali non è possibile costruire alcuna istruzione mirata all’arricchimento interiore e alla formazione completa della persona.

Ci vuole pazienza. E preparazione: per questo ben vengano corsi capaci di aiutare i docenti a fronteggiare con competenza – umana, pratica, psicologica – una fascia d’età che da sempre è criptica, ma che negli ultimi anni si è fatta ancora più difficile. Rendendo l’insegnamento qualcosa di sempre più simile a una missione.

La missione dell’insegnamento

“Bullismo: nasce un corso per insegnare ai docenti come riconquistare autorità”: l’iniziativa, messa in cantiere a Milano grazie anche a una serie di sponsor privati, ha visto la partecipazione di una quarantina di insegnanti delle medie, «che seguono i ragazzi – rileva Il Giornale – fra 11 e 14 anni e quindi in una fase particolarmente delicata dell’adolescenza».

I laboratori sono gratuiti e hanno gettato “le basi per una relazione interpersonale costruttiva. Elementi indispensabili per superare un fenomeno” come il bullismo.

L’obiezione più scontata che si fa, osservando da fuori le vicende scolastiche immortalate con i cellulari e diffuse da youtube (ma anche dai telegiornali, ormai) è che i docenti abbiano dimenticato il loro ruolo, e si lascino maltrattare.

In realtà il problema è più profondo. Difficile farsi rispettare quando lo studente che ti insulta in faccia – con epiteti che un tempo non erano permessi nemmeno tra colleghi – viene fiancheggiato dall’intera classe, e dopo la sua bravata diventa un beniamino della scuola.

Difficile alzare la voce contro uno studente, quando questo, forte della sua popolarità, si sente autorizzato a vessare il docente con atti vandalici.

Difficile reagire quando i colleghi considerano lo sdegno come un sentimento un po’ retrò, e di fronte a fatti gravi alzano le spalle, fedeli alla teoria secondo la quale l’insegnante è solo un facilitatore, e alla scuola spetta istruire, mentre l’educazione va insegnata a casa. E d’altronde risulta difficile insegnare senza educare: se l’essere umano è un essere sociale, non può ignorare le forme e le dinamiche basilari su cui si basa il rispetto reciproco, senza le quali non è possibile costruire alcuna istruzione mirata all’arricchimento interiore e alla formazione completa della persona.

Ci vuole pazienza. E preparazione: per questo ben vengano corsi capaci di aiutare i docenti a fronteggiare con competenza – umana, pratica, psicologica – una fascia d’età che da sempre è criptica, ma che negli ultimi anni si è fatta ancora più difficile. Rendendo l’insegnamento qualcosa di sempre più simile a una missione.

Vite sospese

Quando si dice coerenza. Un paio di anni fa, in occasione degli ultimi referendum, abbiamo assistito al dibattito sulla fecondazione assistita, e buona parte del mondo evangelico si è schierato tra l’altro contro l’utilizzo sperimentale degli embrioni.
La tesi per opporsi agli esperimenti è che gli embrioni siano il risultato della fecondazione, e quindi di fatto rappresentino già una vita.

Fin qui, nulla da obiettare: non sappiamo quando comincia l’esistenza, e quindi – come cristiani – non possiamo non trovarci in difficoltà nello stabilire arbitrariamente un limite entro il quale sopprimerla.

Se gli embrioni sono vita, però, viene da chiedersi cosa farne. A ogni singola operazione di fecondazione assistita ne vengono approntati in modo tale da farne “avanzare” qualcuno, e permettere così di riprovare in caso l’impianto non dia risultato. Se però l’operazione va a buon fine, gli embrioni soprannumerari restano nel limbo (si passi il termine) di un congelatore. Esclusa l’idea di sopprimerli, esclusa anche la proposta di usarli in laboratorio, resta un certo imbarazzo: sono vite sospese di cui nessuno si cura.

Quasi nessuno, in realtà: negli Stati Uniti, racconta Panorama, alcune famiglie evangeliche hanno sentito il peso per queste esistenze potenziali, e hanno deciso di dare loro vita attraverso la fecondazione eterologa: in pratica, adottando il bambino (figlio biologico di un’altra coppia) non, come di consueto, dopo la nascita, ma appena dopo il concepimento.

Naturalmente, con uno sviluppo tipicamente americano, il gesto amorevole di un gruppo di fondamentalisti evangelici è diventato tendenza, moda e business, dando vita a reti di genitori, agenzie per l’adozione degli embrioni e perfino inserzioni alla ricerca della famiglia ideale per i propri figli mancati, rimasti disoccupati dopo il successo del primo tentativo.

Un quadro decisamente surreale e in pieno divenire, che crea qualche grattacapo anche sul piano legale per la definizione giuridica di diritti e doveri in un campo dove i progressi scientifici corrono e le questioni morali inseguono.

Probabilmente molti non condivideranno la scelta estrema di questi genitori su commissione; ma se il loro eccesso di coerenza lascia perplessi, sull’altro fronte la difesa della vita non deve nemmeno limitarsi a un impegno formale, quattro belle parole, due versetti e un po’ di indignazione.

Non scoraggiateli

Una buona notizia, finalmente.

Scrive Repubblica: «Era il novembre del 1966 quando una ventina di studenti del liceo classico Berchet partirono per Firenze per portare il loro aiuto a una città messa ko dall’alluvione. Una settimana da volontari, a spalare il fango insieme a centinaia di giovani arrivati da tutta Italia per salvare le opere d’arte e i libri della Biblioteca Nazionale. Li chiamarono “gli angeli del fango”. Oggi, quarant’anni dopo, quelli che potrebbero essere i loro figli tornano sui passi dei padri. Questa volta però la meta è Napoli e l’emergenza non più una catastrofe naturale ma il dramma dei rifiuti che la sommergono.
L’idea è venuta a Stefano, un ragazzo di quinta ginnasio, che davanti alle dure immagini del film Gomorra di Matteo Garrone ha capito che voleva “fare qualcosa”».

Il ragazzo ha proposto l’iniziativa al preside, che ne è rimasto entusiasta tanto da organizzare due turni di volontariato: uno, a giugno, per i promossi; l’altro, più in là, per chi al termine della scuola dovrà colmare le lacune con i corsi di recupero.

Finora, in pochi giorni, ha aderito una cinquantina di ragazzi: non poco, considerando che non si tratta di una gita di piacere, ma di una sfacchinata, e per giunta in mezzo ai rifiuti.

La notizia rasserena. Rasserena dopo che, qualche mese fa, ci eravamo dovuti rammaricare per quei giovani napoletani che, a notte fonda, si erano messi di buona lena per ripulire una strada cittadina, ma solo per poter accedere alla discoteca del momento: egoisti e gaudenti, e per il resto della strada (e della città) che si arrangi chi di dovere, anche se non sappiamo chi è.

A bilanciare la vicenda ci pensa un gruppetto di giovanissimi milanesi, ancora capaci di indignarsi, sognare e agire senza lasciarsi andare a troppi “se” e “ma”. Proprio come fecero, nel ’66, i loro padri, capaci di sprofondare nel fango di Firenze per aiutare le persone, salvare i capolavori, consolare chi aveva perso tutto.

All’epoca quei padri vennero chiamati Angeli del fango. La speranza è che i loro figli non vengano disillusi da un contesto, quello italiano, capace di scoraggiare anche i meglio intenzionati, frenandoli tra permessi, limitazioni, divieti, o irridendoli come illusi, e condendo il tutto con una ampia dose di diffidenza verso chi non si adegua al “non si può”.
Perché è più comodo trovare scuse, alibi, buone ragioni per non fare. È nata probabilmente così la convinzione che le chiese debbano “aspettare” l’arrivo di chi è interessato al messaggio evangelico: comodo chiudersi in chiesa e, casomai, accogliere chi arriva, lamentandosi che la comunità non cresce e la società va alla deriva. Alla prima proposta di uscire e di esprimersi come la società richiede per rendere i concetti comprensibili – di solito a lanciare l’idea sono i più giovani, che sono sensibili ai cambiamenti e non sono disposti a vivere una chiesa in naftalina -, ecco tutte le obiezioni possibili.

Obiezioni che impigriscono gli adulti e scoraggiano i giovani. Con i risultati che, in fatto di moralità e di coscienza spirituale, possiamo sperimentare ogni giorno guardandoci intorno o dando un’occhiata ai giornali.