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La missione impossibile del nonno-vigile

In tutte le città del nostro paese, da settembre a giugno, gli attraversamenti pedonali davanti alle scuole si popolano di una categoria visibile e poco rumorosa: i “nonni vigile”. Si tratta, normalmente, di pensionati che si mettono a disposizione della collettività e ogni mattina, con la loro pettorina catarifrangente e la paletta da vigili, fanno strada ai ragazzi che devono attraversare la strada, fermando nel contempo le auto di passaggio.

Un ruolo bistrattato: gratuito, poco apprezzato e, talvolta, bersaglio addirittura di insulti, perfino da parte di quei genitori che dovrebbero ringraziare queste persone per il loro impegno.
Un compito sempre più ingrato quello dei nonni vigile, tanto che a Pordenone, qualche mese fa, è emersa una tendenza preoccupante: a causa della maleducazione dei genitori, alcuni nonni vigile hanno rassegnato le dimissioni.
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Suocera si diventa

Un corso educativo per suoceri: è la proposta della curia udinese, che ha organizzato «un vero e proprio corso per educare le suocere a non fare le “suocere”».

Consapevoli che tre matrimoni su dieci (ma, in certe zone, addirittura il 50%) naufraga anche a causa di interferenze che provengono dalle famiglie d’origine dei coniugi, l’arcidiocesi ha deciso di proporre, in collaborazione con tre psicologhe, alcuni incontri su temi per niente scontati: “E vissero felici e contenti. Relazioni familiari tra illusioni e realtà”, “A pranzo con i miei. Storie di ordinaria amministrazione”, “Mi tieni il bambino? La solidarietà tra generazioni”.

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Legalità e incoerenze

Gian Antonio Stella non delude, e sui fatti di Rosarno propone una riflessione non convenzionale ma appropriata. Il giornalista del Corriere ha scritto ampiamente su una pagina del nostro passato che vorremmo dimenticare, ricorda che «Anche i nostri nonni furono portati in salvo come i neri di Rosarno. Le autorità furono costrette a organizzare dei treni speciali per sottrarli nel 1896 al pogrom razzista scatenato dai bravi cittadini di Zurigo».

Insomma, «L’abbiamo già vissuta questa storia, dall’altra parte», emigrando dove non c’era lavoro, vivendo in clandestinità tra fame ed emarginazione.

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Privilegi incompresi

Chissà come sta quella nipotina di dieci anni, che, un po’ per scherzo e un po’ sul serio, qualche settimana fa ha messo la nonna in vendita su e-bay, il noto sito d’aste online.

La nonna, 61enne, veniva proposta descrivendola come «rara e fastidiosa, e molto lagnosa», ma anche – bontà sua – “molto tenera”, con una passione per tè e caffè.
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Quella crisi ricostituente

Che la crisi ci abbia riportato a una maggiore sobrietà è ormai noto: è bastato togliere i soldi dal portafogli di tutti noi per ottenere in pochi mesi ciò che i proclami di un decennio non erano riusciti a fare.

È dagli anni Settanta che abbiamo perso il basso profilo dei nostri genitori, e abbiamo preferito il concessionario all’officina, il negozio al calzolaio, la sartoria al rammendo. Oggi, l’inversione di tendenza: si ripara il possibile, si sostituisce solo l’indispensabile.

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Uomo, l'ultima frontiera

Ci risiamo: i giornali oggi danno spazio ed evidenza a un annuncio (fanta)scientifico che arriva dall’Inghilterra, secondo il quale l’uomo starebbe per diventare inutile perfino ai fini della procreazione.

A quanto pare non ci è bastato. Per tre generazioni abbiamo tentato di stravolgere la società, e ci siamo ritrovati a rimpiangere quella che, a ragion veduta, era una formula efficace: da innovare, evidentemente, ma non da buttare.

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Uomo, l’ultima frontiera

Ci risiamo: i giornali oggi danno spazio ed evidenza a un annuncio (fanta)scientifico che arriva dall’Inghilterra, secondo il quale l’uomo starebbe per diventare inutile perfino ai fini della procreazione.

A quanto pare non ci è bastato. Per tre generazioni abbiamo tentato di stravolgere la società, e ci siamo ritrovati a rimpiangere quella che, a ragion veduta, era una formula efficace: da innovare, evidentemente, ma non da buttare.

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Crisi e coscienza

Quando si leggono certe notizie sale un moto di sconforto e indignazione. “Una famiglia su cinque è in difficoltà”, e “il 6,3% non riesce ad arrivare a fine mese“.

I dettagli sembrano tratti da una rivisitazione del libro Cuore: «Circa 1 milione e 500 mila famiglie (6,3%) denunciano, oltre a seri problemi di bilancio e di spesa quotidiana, più alti rischi di arretrati nel pagamento delle spese dell’affitto e delle bollette, nonchè maggiori limitazioni nella possibilità di riscaldare adeguatamente la casa».

Che la crisi abbia colpito tutti, e soprattutto chi ha meno possibilità, non è una novità. Ma se fosse davvero come scrive il Corriere, la situazione sarebbe drammatica: il riscaldamento è un bisogno primario, come la casa e la fornitura di energia elettrica.

Qualcosa non quadra. Possibile che, nelle nostre città, si vedano sempre e solo le famiglie agiate? Possibile che, anche statisticamente, non capiti mai di dialogare con qualcuno che debba davvero tirare la cinghia? Possibile che, con la crisi che tutti piangono, capiti di venir guardati da eretici pervicaci quando si rivela di non andare in ferie?

Forse la questione allora viene osservata in una prospettiva sbagliata, e il problema non consiste nel “quanto”, ma nel “come”.

Le statistiche dicono che gli italiani sono in crisi, ma continuano a cambiare cellulari, a comprare notebook, a permettersi vacanze low cost, ad acquistare auto nuove (a rate, si intende), a frequentare palestre e solarium, a pagare l’abbonamento alla tv satellitare (lamentandosi però per il famigerato canone).

Certo, la televisione ci ha raccontato che questa è la felicità e che per raggiungerla non dobbiamo badare a spese. E noi, meschini, ci siamo cascati, identificando la qualità della vita con l’esibizione di beni superflui.

Non vogliamo fare i conti in tasca a nessuno ma forse, prima di lamentarci per un bilancio difficile da far quadrare, dovremmo analizzare onestamente il nostro stile di vita, imparando a distinguere il necessario dal velleitario. Proprio come facevano i nostri nonni che, senza saperlo, erano più vicini di noi al “buon amministratore” di biblica memoria.

Quell'occasione chiamata tecnologia

Il 31 marzo 1949 una piccola rivoluzione aspettava il mondo ancora dolorante dopo i drammi della seconda guerra mondiale.

C’era bisogno di riprendersi, di tirarsi su, e anche di ritrovare un po’ di serenità: le case discografiche si resero conto che era necessario modernizzare la musica, rendendola una compagna di viaggio in una società dove la mobilità stava diventando un must.

Così sessant’anni fa usciva il primo 45 giri. Più solido e maneggevole del 78 giri, cambiò per sempre la fruizione della musica, rendendola qualcosa di quotidiano, vicino, facilmente utilizzabile.

Nel leggere la notizia sorge spontanea una riflessione su come anche le rivoluzioni più radicali sono destinate a venire sorpassate, e anche la tecnologia più all’avanguardia diventerà un’anticaglia buona per un numero di appassionati sempre più ristretto.

Un disco dal diametro di una ventina di centimetri sarà sembrato ai nostri genitori e nonni un’innovazione clamorosa rispetto al padellone a 78 giri: nessuno avrebbe mai potuto pensare che, quindici anni dopo, sarebbe arrivata la musicassetta, solida e resistente agli urti, dove il nastro magnetico permetteva un ascolto di durata più ampia e meno compromesso dai sobbalzi dell’auto; un supporto che, oltretutto, avrebbe permesso l’ascolto non solo in auto o durante i pic nic al parco, ma perfino camminando per la strada o praticando sport.

Una meraviglia della tecnica che però avrebbe ceduto il passo, nei primi anni Ottanta, a un supporto chiamato compact disc, destinato a risultare ancora più solido (“indistruttibile”, esageravano i venditori) e più notevolmente fedele nella riproduzione del suono.

All’epoca, come per ogni passo avanti, nessuno avrebbe potuto immaginare gli ulteriori sviluppi: soprattutto nessuno di noi avrebbe pensato che il futuro, vent’anni dopo, avrebbe permesso di arrivare alla musica senza supporto fisico, fatta di impulsi elettronici e per questo completamente diversa da ogni precedente soluzione.

Curiosamente, nel mio archivio, un’opera ha attraversato indenne tutti i passaggi: la Nona sinfonia di Beethoven diretta da Herbert von Karajan. La possiedo su 33 giri, su cassetta, su cd e, ora, in digitale.

L’opera, va da sé, è sempre la stessa: stesso autore, stesso direttore, perfino stessa orchestra. Cambia il supporto, e con il supporto la resa. Ma anche la fruibilità. Il 33 giri offre sfumature che un cd non può proporre; la cassetta, con i suoi limiti che indignano l’orecchio fine dei puristi può garantire un ascolto più ampio, mentre il digitale, così pratico e diffuso, non avrà la qualità di un 33 giri né di un cd, ma permette una diffusione semplice, rapida, fedele.

Mi sono ritrovato a constatare che, per la diffusione del vangelo, vale lo stesso ragionamento.

C’è chi considera indispensabile parlare come si usava sessant’anni fa, e usare traduzioni dell’epoca: sono più fedeli, ma inevitabilmente la diffusione del messaggio ne risente.

C’è chi, all’estremo opposto, non vuole rinunciare agli strumenti più moderni per comunicare il messaggio della salvezza: la completezza del messaggio forse lascerà a desiderare, ma di converso avrà un’immediatezza e una rapidità che gli altri mezzi non permettono.

C’è chi si è affezionato a strumenti antichi – volantini, predicazioni in piazza – e traduzioni datate, e si ritrova nel ruolo di quei collezionisti che tutti apprezzano per il loro purismo, pochi capiscono e pochissimi condividono nel loro puntiglio.

Forse quindi la storia del 45 giri e dei suoi successori rende l’idea di quale debba essere il nostro approccio nei confronti della chiamata cristiana.

Se vogliamo essere testimoni di Cristo nel nostro tempo dobbiamo rimanere fedeli al messaggio del vangelo, mantenendo l’elasticità necessaria ad adottare, di volta in volta, la forma, il metodo, il sistema più adatto al contesto in cui ci troviamo.

Ci sono situazioni in cui è necessaria una maggiore chiarezza, magari a discapito della completezza; o una maggiore precisione, anche tralasciando per un momento il quadro generale. Sta a noi cercare la luce ed esercitare l’intelligenza che Dio ci ha donato, per capire di volta in volta quali strumenti usare, e comprendere quando e come esprimerci.

Quell’occasione chiamata tecnologia

Il 31 marzo 1949 una piccola rivoluzione aspettava il mondo ancora dolorante dopo i drammi della seconda guerra mondiale.

C’era bisogno di riprendersi, di tirarsi su, e anche di ritrovare un po’ di serenità: le case discografiche si resero conto che era necessario modernizzare la musica, rendendola una compagna di viaggio in una società dove la mobilità stava diventando un must.

Così sessant’anni fa usciva il primo 45 giri. Più solido e maneggevole del 78 giri, cambiò per sempre la fruizione della musica, rendendola qualcosa di quotidiano, vicino, facilmente utilizzabile.

Nel leggere la notizia sorge spontanea una riflessione su come anche le rivoluzioni più radicali sono destinate a venire sorpassate, e anche la tecnologia più all’avanguardia diventerà un’anticaglia buona per un numero di appassionati sempre più ristretto.

Un disco dal diametro di una ventina di centimetri sarà sembrato ai nostri genitori e nonni un’innovazione clamorosa rispetto al padellone a 78 giri: nessuno avrebbe mai potuto pensare che, quindici anni dopo, sarebbe arrivata la musicassetta, solida e resistente agli urti, dove il nastro magnetico permetteva un ascolto di durata più ampia e meno compromesso dai sobbalzi dell’auto; un supporto che, oltretutto, avrebbe permesso l’ascolto non solo in auto o durante i pic nic al parco, ma perfino camminando per la strada o praticando sport.

Una meraviglia della tecnica che però avrebbe ceduto il passo, nei primi anni Ottanta, a un supporto chiamato compact disc, destinato a risultare ancora più solido (“indistruttibile”, esageravano i venditori) e più notevolmente fedele nella riproduzione del suono.

All’epoca, come per ogni passo avanti, nessuno avrebbe potuto immaginare gli ulteriori sviluppi: soprattutto nessuno di noi avrebbe pensato che il futuro, vent’anni dopo, avrebbe permesso di arrivare alla musica senza supporto fisico, fatta di impulsi elettronici e per questo completamente diversa da ogni precedente soluzione.

Curiosamente, nel mio archivio, un’opera ha attraversato indenne tutti i passaggi: la Nona sinfonia di Beethoven diretta da Herbert von Karajan. La possiedo su 33 giri, su cassetta, su cd e, ora, in digitale.

L’opera, va da sé, è sempre la stessa: stesso autore, stesso direttore, perfino stessa orchestra. Cambia il supporto, e con il supporto la resa. Ma anche la fruibilità. Il 33 giri offre sfumature che un cd non può proporre; la cassetta, con i suoi limiti che indignano l’orecchio fine dei puristi può garantire un ascolto più ampio, mentre il digitale, così pratico e diffuso, non avrà la qualità di un 33 giri né di un cd, ma permette una diffusione semplice, rapida, fedele.

Mi sono ritrovato a constatare che, per la diffusione del vangelo, vale lo stesso ragionamento.

C’è chi considera indispensabile parlare come si usava sessant’anni fa, e usare traduzioni dell’epoca: sono più fedeli, ma inevitabilmente la diffusione del messaggio ne risente.

C’è chi, all’estremo opposto, non vuole rinunciare agli strumenti più moderni per comunicare il messaggio della salvezza: la completezza del messaggio forse lascerà a desiderare, ma di converso avrà un’immediatezza e una rapidità che gli altri mezzi non permettono.

C’è chi si è affezionato a strumenti antichi – volantini, predicazioni in piazza – e traduzioni datate, e si ritrova nel ruolo di quei collezionisti che tutti apprezzano per il loro purismo, pochi capiscono e pochissimi condividono nel loro puntiglio.

Forse quindi la storia del 45 giri e dei suoi successori rende l’idea di quale debba essere il nostro approccio nei confronti della chiamata cristiana.

Se vogliamo essere testimoni di Cristo nel nostro tempo dobbiamo rimanere fedeli al messaggio del vangelo, mantenendo l’elasticità necessaria ad adottare, di volta in volta, la forma, il metodo, il sistema più adatto al contesto in cui ci troviamo.

Ci sono situazioni in cui è necessaria una maggiore chiarezza, magari a discapito della completezza; o una maggiore precisione, anche tralasciando per un momento il quadro generale. Sta a noi cercare la luce ed esercitare l’intelligenza che Dio ci ha donato, per capire di volta in volta quali strumenti usare, e comprendere quando e come esprimerci.