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Solitudine da denuncia

Una denuncia. Poi due, tre, sei. Diverse tra loro ma accomunate dallo stesso problema, un problema che le forze dell’ordine non possono risolvere. Succede in Friuli, ma probabilmente anche altrove: «nelle ultime due settimane – raccontano i Carabinieri al Gazzettino, che ha segnalato la questione – abbiamo avuto sei di questi episodi».

Capita infatti sempre più spesso che persone avanti negli anni raggiungano la caserma dei Carabinieri per sporgere denunce poco verosimili: «Mi hanno spinto, fatto cadere a terra e volevano rapinarmi», è stata la storia di un settantaseienne di Pozzuolo (UD). Ai militari non c’è voluto molto per comprendere che c’era poco di vero: l’abitazione risultava in ordine, l’anziano molto meno, con quel tasso alcolico così sospetto.

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Sbagliata fino in fondo

«Ma cosa crede, che a sessant’anni cambio vita, cerco un lavoro e mi metto a pulire i gabinetti?»: non sono le parole di una contessa caduta in disgrazia o di un’operaia licenziata dopo decenni di onorato servizio, ma di una donna di mezza età arrestata a Milano per spaccio di sostanze stupefacenti.

Di lei sappiamo solo le iniziali, C.M.: il nome non è stato reso noto, per quel malinteso senso della privacy che porta le autorità a sottrarre al pubblico ludibrio anche i nomi degli evasori dalla bella vita.

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L'egoismo che uccide

Nei giorni scorsi i giornali hanno raccontato la notizia del panettiere di Sanremo rimasto oltre quattordici ore in coma sulle scale prima che qualche vicino di casa si degnasse di soccorrerlo.

Era lì, rannicchiato sul pianerottolo, dopo che una caduta gli aveva provocato un trauma cranico; tutti i coinquilini però – e ne sarà passato qualcuno, nel corso della giornata – hanno creduto, o hanno voluto credere, che fosse ubriaco.

Sul Corriere Isabella Bossi Fedrigotti commentava lamentando l’indifferenza, “la nuova malattia” che non è “solo un malessere minore” o “un secondario tic”; riflette sul fatto che probabilmente «almeno una ventina di persone, se non di più, quante, cioè, abitano sopra il primo piano, rientrando la sera o uscendo la mattina, abbiano dovuto letteralmente scavalcare il corpo», e conclude che, italiani o extracomunitari che fossero, «le regole del vivere civile si stanno appannando un po’ per tutti».

Ha ragione, ma forse sarebbe necessario aggiungere un elemento su cui non ci si è soffermati.

Probabilmente capita a tutti, quotidianamente e in qualsiasi città, di imbattersi in persone sedute per la strada, distese ai giardini, assopite nelle stazioni, accucciate sotto i portici. Talvolta, nel fissarli, sorge davvero qualche dubbio sulla loro sorte: sono solo appisolati, oppure hanno avuto un malore? Stanno smaltendo i postumi dell’ebbrezza alcolica, oppure hanno perso i sensi per qualche ragione più seria?

Nel dubbio, spesso ci limitiamo ad andare avanti; talvolta allertiamo qualche agente di polizia o telefoniamo al 118.

Non ci permettiamo azioni più marcate per non sembrare fuori luogo: il comune sentire – quel senso di cui giorno dopo giorno stiamo perdendo la funzionalità – ci insegna che è abbastanza normale, per giovani e meno giovani, bivaccare sul sagrato di una chiesa, o stendersi su una panchina a riposare.

E nessuno si permetta di invocare la buona creanza, un’anticaglia che suscita sorrisi di compassione al solo nominarla: d’altronde, ci si sentirà rispondere, cosa ci sarà mai di male nel distendersi su una panchina, sedersi per terra, intralciare con l’auto in seconda fila il percorso degli altri? Sono gesti entrati nella quotidianità egoista di tutti noi: chi, di fronte a uno di questi gesti, provasse a chiedere “ha bisogno d’aiuto?” verrebbe preso a male parole.

Sarà solo una questione di regole e di formalità superflue, ma qualche anno fa era più semplice capire se qualcuno si trovasse in difficoltà.

Oggi che l’abito non fa il monaco, non si distingue il vero dal finto povero. Oggi che la chirurgia estetica fa miracoli, non si distingue il vero dal finto giovane. Oggi che la sciatteria dei comportamenti regna sovrana in ogni piccolo gesto, non si distingue il vero dal finto malato.

Ci si ride su, almeno fino a quando le conseguenze non si fanno letali. E a quel punto, amaramente, dobbiamo constatare come la coperta che ci siamo cuciti a misura del nostro egoismo sia troppo corta perfino per un’esistenza individualista come la nostra.

L’egoismo che uccide

Nei giorni scorsi i giornali hanno raccontato la notizia del panettiere di Sanremo rimasto oltre quattordici ore in coma sulle scale prima che qualche vicino di casa si degnasse di soccorrerlo.

Era lì, rannicchiato sul pianerottolo, dopo che una caduta gli aveva provocato un trauma cranico; tutti i coinquilini però – e ne sarà passato qualcuno, nel corso della giornata – hanno creduto, o hanno voluto credere, che fosse ubriaco.

Sul Corriere Isabella Bossi Fedrigotti commentava lamentando l’indifferenza, “la nuova malattia” che non è “solo un malessere minore” o “un secondario tic”; riflette sul fatto che probabilmente «almeno una ventina di persone, se non di più, quante, cioè, abitano sopra il primo piano, rientrando la sera o uscendo la mattina, abbiano dovuto letteralmente scavalcare il corpo», e conclude che, italiani o extracomunitari che fossero, «le regole del vivere civile si stanno appannando un po’ per tutti».

Ha ragione, ma forse sarebbe necessario aggiungere un elemento su cui non ci si è soffermati.

Probabilmente capita a tutti, quotidianamente e in qualsiasi città, di imbattersi in persone sedute per la strada, distese ai giardini, assopite nelle stazioni, accucciate sotto i portici. Talvolta, nel fissarli, sorge davvero qualche dubbio sulla loro sorte: sono solo appisolati, oppure hanno avuto un malore? Stanno smaltendo i postumi dell’ebbrezza alcolica, oppure hanno perso i sensi per qualche ragione più seria?

Nel dubbio, spesso ci limitiamo ad andare avanti; talvolta allertiamo qualche agente di polizia o telefoniamo al 118.

Non ci permettiamo azioni più marcate per non sembrare fuori luogo: il comune sentire – quel senso di cui giorno dopo giorno stiamo perdendo la funzionalità – ci insegna che è abbastanza normale, per giovani e meno giovani, bivaccare sul sagrato di una chiesa, o stendersi su una panchina a riposare.

E nessuno si permetta di invocare la buona creanza, un’anticaglia che suscita sorrisi di compassione al solo nominarla: d’altronde, ci si sentirà rispondere, cosa ci sarà mai di male nel distendersi su una panchina, sedersi per terra, intralciare con l’auto in seconda fila il percorso degli altri? Sono gesti entrati nella quotidianità egoista di tutti noi: chi, di fronte a uno di questi gesti, provasse a chiedere “ha bisogno d’aiuto?” verrebbe preso a male parole.

Sarà solo una questione di regole e di formalità superflue, ma qualche anno fa era più semplice capire se qualcuno si trovasse in difficoltà.

Oggi che l’abito non fa il monaco, non si distingue il vero dal finto povero. Oggi che la chirurgia estetica fa miracoli, non si distingue il vero dal finto giovane. Oggi che la sciatteria dei comportamenti regna sovrana in ogni piccolo gesto, non si distingue il vero dal finto malato.

Ci si ride su, almeno fino a quando le conseguenze non si fanno letali. E a quel punto, amaramente, dobbiamo constatare come la coperta che ci siamo cuciti a misura del nostro egoismo sia troppo corta perfino per un’esistenza individualista come la nostra.

Rissa continua

Il Corriere segnala che l’associazione Comunicazione perbene «ha monitorato le reti nazionali per individuare che spazio hanno litigi e risse nei programmi tv quotidiani. Secondo l’analisi ogni 8-10 minuti su uno dei principali canali, si può ascoltare un insulto oppure vedere un dibattito che diventa rissa verbale o che si trasforma in lite. Il tutto aggravato dal fatto, come evidenzia il 75% degli esperti, che questo avviene anche in fascia protetta».

Nello specifico, le categorie a maggiore rischio sono «i reality show e i talent show, dove la rissa sembra sia un vero e proprio ingrediente: in media una ogni 8 minuti di trasmissione».

A seguire, in termini di rissosità, i talk show e i programmi di informazione: «la rissa è per lo più verbale e immancabilmente scoppia ogni 10-11 minuti di trasmissione».

In questa speciale classifica si piazzano solo in terza posizione «quelle trasmissioni che un tempo erano considerate il simbolo della rissa tv: le trasmissioni sportive. In media qui scoppia ogni 12-15 minuti e per la maggior parte si tratta di sopraffazione verbale, seguita da accuse e insulti personali».

In coda «i programmi di intrattenimento, soprattutto i contenitori domenicali, dove la rissa scoppia ogni 18-20 minuti».

Sui reality, nulla quaestio: spesso il genere raccoglie appositamente personaggi invadenti, maleducati, scontrosi, e il carattere dei singoli viene selezionato in maniera da stabilire dinamiche di scontro. Naturalmente i programmi che riassumono le giornate dei nullafacenti puntano a proporre i momenti più significativi, ed è inevitabile che questo alzi la frequenza della rissosità.

In merito ai talent show si potrebbe sperare in un approccio diverso: gli sviluppi di questi ultimi mesi hanno visto prendere il largo il confronto tra allievi, insegnanti, giudici. Una tendenza troppo sospetta e improvvisa per non sospettare una scelta precisa da parte degli autori.

In fondo alla classifica, invece, troviamo due sorprese. Se qualche anno fa ci avessero detto che nel giro di poche stagioni i programmi domenicali si sarebbero conquistati la palma di trasmissioni meno rissose, probabilmente avremmo riso: sono ancora vivide (e disponibili su youtube) le patetiche scene dove protagonisti e commentatori si cimentavano in un triste “tutti contro tutti”.

Allo stesso tempo sarebbe stato difficile credere che un giorno non lontano i programmi sportivi sarebbero risultati tra i meno polemici: e in effetti ancora oggi, collegandosi a una di queste trasmissioni, l’impressione è che liti e insulti avvengano ben più spesso di quattro o cinque volte l’ora.

La categoria che sorprende di più, in questa classifica, è l’informazione. Un programma della testata giornalistica dovrebbe raccontare i fatti con obiettività, o quantomeno con equilibrio e sobrietà; i conduttori dovrebbero saper mantenere alta l’attenzione senza cavalcare le polemiche, esercitando la loro autorevolezza per impedire alle discussioni di degenerare.

E invece, eccoli a pari(de)merito con i talk show, a superare la soglia delle sei risse per ogni ora di trasmissione.

Probabilmente qualche benpensante sosterrà che anche la rissa comporta lo sviluppo di una discussione, che è semplicemente un’esposizione meno garbata e più vivace di una tesi, garantita anch’essa dal diritto all’informazione. Non può che essere così, altrimenti dovremmo chiederci come mai la tendenza all’insulto e alla sopraffazione prosegua implacabile, con il benestare degli anchorman e degli ascolti.

Che non sia solo una questione di stile e di etica, ma anche un problema concreto, lo si evince dai commenti preoccupati di molti esperti interpellati da Comunicazione perbene: la situazione è giudicata “molto rischiosa”, e «secondo il 64% potrebbe avere serie ripercussioni sui comportamenti quotidiani del pubblico, a partire da bambini e adolescenti che crescono convinti che aggredire e sopraffare gli altri sia normale».

Continuare il gioco al rilancio per accaparrarsi gli spettatori puntando sui toni forti probabilmente garantirà un futuro ai programmi, ma rischia di rubarlo a chi quei programmi, per interesse o per noia, li guarda.

Sarebbe meglio uscire dal circolo vizioso prima che le conseguenze, sul piano sociale, si facciano serie.

Il finale della storia

Che sberleffo, per noi poveri esseri umani: alla fine ha preceduto tutti.

Ha preceduto i politici. Si sono impegnati, i nostri rappresentanti, lavorando perfino in notturna, in una corsa contro il tempo per approvare una legge. L’iperattività del Parlamento sarebbe già una notizia di per sé, ma lo è ancora di più considerando che sul tema in questione, fino a ieri, nessuno voleva esprimersi seriamente andando oltre gli slogan.
Alla notizia della dipartita, i senatori hanno sospeso i lavori per due settimane “per consentire una riflessione approfondita”, facendo sospettare seriamente che, in questi giorni, fossero ancora a digiuno sulla problematica affrontata e stessero discutendo per schemi ideologici più che in base a una ragionevole competenza.

Ha preceduto i giudici. Una sentenza ha stabilito per legge il diritto di sospendere l’alimentazione e l’idratazione a un essere umano. C’è chi ha parlato di disumanità e chi di passo avanti. Potremmo già accontentarci se non diventasse un precedente su una strada che ci porterebbe indietro di settant’anni.

Ha preceduto i benpensanti, che si sono stracciati le vesti quando il governo ha deciso di intervenire con un provvedimento (“la politica ne resti fuori!”), ma hanno ritenuto assolutamente normale che a interferire fosse un giudice.

Ha preceduto chi voleva a tutti i costi “la fine di un incubo”, quando fino a ieri il suo incubo peggiore era proprio la morte.

Ha preceduto chi ha accettato di dare corso alla sentenza, ignorando i segnali di vita di una donna immobile e assente, ma che respirava, deglutiva, espletava le sue funzioni fisiologiche.

Ha preceduto chi l’aveva data per sana al mattino (“prima di giovedì non ci saranno novità”), e l’ha vista mancare alla sera. Spero di non dovemi mai affidare a quel medico per una diagnosi seria.

Sì: l’Onnipotente ha preceduto tutti. Spiazzandoci, e ponendo fine a una questione tutta umana, dove purtroppo si respirava davvero poca umanità.

Eluana è spirata quando ha deciso Lui. Come al solito non ha dato retta a manifestazioni, appelli, programmi televisivi.

Ha dimostrato l’insipienza di chi garantiva baldante sui tempi del decesso, e ci ha insinuato qualche ombra sulle altre “certezze”, ragionevoli e scientifiche che gli esperti hanno tentato di ammanirci in queste settimane: che Eluana non c’era già più, che era di fatto già morta, che non avrebbe sofferto.

Ha confermato che le certezze mediche non sono assolute, e che la vita non dipende da un familiare, dal medico, dal legislatore, dal giudice.

È stato vicino a Eluana, Lui solo, nei suoi ultimi istanti di vita. Medici, infermieri, volontari, genitori non c’erano. Lui sì. Come sempre.