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Un Cuore da bollino rosso

Sadico: l’hanno definito sadico. «In un saggio di prossima pubblicazione – scrive il Corriere – due specialisti, Pino Boero e Giovanni Genovesi, sostengono che Cuore non sia “adatto per i ragazzi”… La lettura di Cuore è sconsigliata per il carattere “lacrimevole”, talvolta “truculento”, spesso “sadico”».

Del libro Cuore, nel nostro piccolo, avevamo già parlato. A quanto pare, però, non eravamo informati sui fatti.
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Finché non costa niente

I gestori dei locali notturni di Jesolo hanno deciso di lamentarsi per i troppi controlli che le forze dell’ordine stanno effettuando, in questa estate 2009, controlli che «danneggiano l’immagine turistica della città».

La polizia, per bocca del suo portavoce, risponde quasi incredula alle proteste: «Ci dicano loro cosa dobbiamo fare. Senza questi controlli non ci può essere sicurezza, altrimenti si rischia di fare solo propaganda fine a se stessa».

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Preferisco di no

È mancato venerdì sera Walter Cronkite, colonna del giornalismo televisivo statunitense. Nato nel 1912, era stato per sei decenni «l’uomo di cui gli americani avevano più fiducia, col suo approccio diretto, con le sue parole misurate, con la sua voce profonda che gli conferivano una autorevolezza senza precedenti nel mondo dei media».

Il culmine della sua carriera è stata la conduzione per quasi vent’anni (dal 1962 al 1981) del notiziario serale della CBS, ruolo che lo aveva consacrato anchorman di punta: fu lui ad annunciare la morte di Kennedy e lo sbarco sulla luna.

L’America si è commossa di fronte alla sua dipartita, e non solo perché era un grande comunicatore. «La grande forza di Walter Cronkite  – ha ricordato il suo collega Brian Williams – era di essere la stessa persona davanti alla telecamera o fuori dallo studio. Una persona onesta e diretta che andava sempre al sodo, senza tanti fronzoli. Un modo di fare che piaceva agli americani».

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Se lo fanno tutti

Rubare in azienda di norma è reato. Non lo è in quel di Livorno, dove due dipendenti presi con le mani nel sacco – o con il diesel nel serbatoio dell’auto, spillato dal rimorchiatore dell’azienda – sono stati licenziati dall’azienda ma poi reintegrati dal giudice del lavoro.

La motivazione non è, come spesso accade, la mancanza di prove. Anzi: forse, semmai, è l’eccesso di prove. Il giudice, dopo un’accurata indagine, ha stabilito che la sottrazione di carburante è un comportamento generalizzato e, oltretutto, tollerato: «l’azienda sapeva, ma non è mai intervenuta con sanzioni».

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C’è bisogno di noi

«Sentiamo che in questa crisi economico-finanziaria globale sono in gioco grandi scelte e grandi valori: se guardiamo alle cause e anche agli sforzi da mettere in atto per superarla, ci rendiamo conto che è essenziale un ristabilimento di valori spirituali e morali che sono stati largamente assenti dalle determinazioni dei soggetti economici e politici»: lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo discorso di qualche giorno fa di fronte ai 129 leader religiosi convenuti in Italia per il consueto summit pre-G8.

Se fino a qualche anno fa la fede veniva vista quasi con fastidio e relegata a un affare privato, e l’etica nel mondo del lavoro era un surplus per credenti particolarmente puntigliosi, dopo la crisi che ha squassato il mondo dell’economia i valori tornano in primo piano.

Fino a quando tutto va bene si tende a dimenticare il dovere a favore del piacere: e il piacere, per decenni, è stato l’edonismo di un sistema dove consumare significava tutto e tutto aveva un prezzo, dove l’imperativo era arricchirsi e ogni mezzo era lecito per farlo.

C’era bisogno di un terremoto per comprendere che l’economia non può essere un valore assoluto, che i valori non sono solo quelli di borsa, che l’arricchimento esteriore è arido senza un corrispondente arricchimento interiore.

A quel punto, disorientati, anche i famelici manager di Wall Street si sono dovuti fermare. Alcuni di loro, di fronte a una crisi economica e morale, hanno percorso di nuovo le navate delle chiese dopo anni spesi nel sacro tempio della Borsa.

Di fronte alla desolazione, ci si è concentrati di nuovo su quel mondo di piccole cose che si erano perse di vista: la famiglia, i gesti, i pensieri.

E, non ultima, la fede. Che non è un valore come gli altri, ma un valore aggiunto in qualsiasi sistema.

Ora questo ruolo è stato riconosciuto anche da Napolitano. I media non hanno enfatizzato le sue parole, anche se suona strano sentire un gentiluomo laico e di tradizione comunista sdoganare la spiritualità e i valori che ne discendono: «Nella visione che ispira la Costituzione della Repubblica italiana noi riconosciamo pienamente che hanno una dimensione pubblica e un valore pubblico il fatto religioso e la presenza religiosa. Senza pericolose confusioni tra politica e religione nella piena autonomia dell’una e dell’altra sfera abbiamo bisogno di tale apporto».

C’è bisogno di fede. Una fede viva, vissuta, coerente. Una fede che, applicata, porta a una morale convinta, non ipocrita ma profonda, nella vita del credente. Una morale che si trasforma in etica, un comportamento corretto fatto di serietà e onestà nel campo professionale.

Ora è ufficiale: anche il Capo dello Stato ne riconosce il bisogno e chiama i credenti a una presenza cristiana concreta, quotidiana, capace di restituire dignità a un mondo senza valori.

“… E voi mi sarete testimoni”, disse Gesù ai suoi discepoli. Oggi il mondo, la società, le autorità – quel mondo, quella società, quelle autorità che fino a ieri sottovalutavano la fede  – ci invitano a non dimenticare quella raccomandazione.

C'è bisogno di noi

«Sentiamo che in questa crisi economico-finanziaria globale sono in gioco grandi scelte e grandi valori: se guardiamo alle cause e anche agli sforzi da mettere in atto per superarla, ci rendiamo conto che è essenziale un ristabilimento di valori spirituali e morali che sono stati largamente assenti dalle determinazioni dei soggetti economici e politici»: lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo discorso di qualche giorno fa di fronte ai 129 leader religiosi convenuti in Italia per il consueto summit pre-G8.

Se fino a qualche anno fa la fede veniva vista quasi con fastidio e relegata a un affare privato, e l’etica nel mondo del lavoro era un surplus per credenti particolarmente puntigliosi, dopo la crisi che ha squassato il mondo dell’economia i valori tornano in primo piano.

Fino a quando tutto va bene si tende a dimenticare il dovere a favore del piacere: e il piacere, per decenni, è stato l’edonismo di un sistema dove consumare significava tutto e tutto aveva un prezzo, dove l’imperativo era arricchirsi e ogni mezzo era lecito per farlo.

C’era bisogno di un terremoto per comprendere che l’economia non può essere un valore assoluto, che i valori non sono solo quelli di borsa, che l’arricchimento esteriore è arido senza un corrispondente arricchimento interiore.

A quel punto, disorientati, anche i famelici manager di Wall Street si sono dovuti fermare. Alcuni di loro, di fronte a una crisi economica e morale, hanno percorso di nuovo le navate delle chiese dopo anni spesi nel sacro tempio della Borsa.

Di fronte alla desolazione, ci si è concentrati di nuovo su quel mondo di piccole cose che si erano perse di vista: la famiglia, i gesti, i pensieri.

E, non ultima, la fede. Che non è un valore come gli altri, ma un valore aggiunto in qualsiasi sistema.

Ora questo ruolo è stato riconosciuto anche da Napolitano. I media non hanno enfatizzato le sue parole, anche se suona strano sentire un gentiluomo laico e di tradizione comunista sdoganare la spiritualità e i valori che ne discendono: «Nella visione che ispira la Costituzione della Repubblica italiana noi riconosciamo pienamente che hanno una dimensione pubblica e un valore pubblico il fatto religioso e la presenza religiosa. Senza pericolose confusioni tra politica e religione nella piena autonomia dell’una e dell’altra sfera abbiamo bisogno di tale apporto».

C’è bisogno di fede. Una fede viva, vissuta, coerente. Una fede che, applicata, porta a una morale convinta, non ipocrita ma profonda, nella vita del credente. Una morale che si trasforma in etica, un comportamento corretto fatto di serietà e onestà nel campo professionale.

Ora è ufficiale: anche il Capo dello Stato ne riconosce il bisogno e chiama i credenti a una presenza cristiana concreta, quotidiana, capace di restituire dignità a un mondo senza valori.

“… E voi mi sarete testimoni”, disse Gesù ai suoi discepoli. Oggi il mondo, la società, le autorità – quel mondo, quella società, quelle autorità che fino a ieri sottovalutavano la fede  – ci invitano a non dimenticare quella raccomandazione.

Quella serenità così sfuggente

Quali sono i comportamenti più fastidiosi, in aereo? British Airways ha condotto una serie di interviste a viaggiatori non britannici, ricavando una top ten dei modi di fare più irritanti.

Tra questi, spiccano l’abitudine di dare calci al sedile davanti al proprio, l’uso di lasciar scorrazzare i figli avanti e indietro per i corridoi, la fretta di scendere appena il velivolo apre i portelloni, la loquacità dei viaggiatori che intavolano discorsi inutili, il suono (o, più spesso, il rumore) che esce dalle cuffie di chi sta ascoltando musica.

Nel prontuario che è stato realizzato dopo questo sondaggio, la compagnia di bandiera britannica non ha trovato di meglio che consigliare ai viaggiatori di salire a bordo sereni. Facile a dirsi, dirà qualcuno: chi mai ama viaggiare irritato? Eppure forse il suggerimento, per quanto banale, ci permette di riflettere su un aspetto che spesso trascuriamo.

Ciò che succede quando viaggiamo – ma anche quando stiamo a casa, siamo al supermercato, pazientiamo in fila alla posta, guidiamo, facciamo acquisti – lo percepiamo secondo la nostra prospettiva.

Lo stesso episodio può suscitare una risata o una sfuriata: la reazione dipende dal nostro stato d’animo. Quando siamo irritati o nervosi ci dà fastidio qualsiasi dettaglio, anche il più insignificante: una frase scontata, l’andatura di chi ci precede, il gesto di un collega.

In questi casi ogni imprevisto contribuisce ad amplificare il nostro disagio, e credere che il mondo ce l’abbia con noi diventa un alibi al nostro fastidio interiore.
Sì, perché – a voler essere onesti – possiamo riconoscere che il disagio nasce dentro di noi, non attorno a noi. Ed è sintomo di una significativa mancanza di serenità.

La serenità è una questione delicata.
C’è chi si illude di trovarla negli eccessi, e chi nella cadenza regolare di una vita ordinaria; qualcuno tenta di trovarla negli oggetti o le persone di cui si circonda.

Tutto questo può aiutare, ma non basta. Perché niente e nessuno, in questo mondo, può toccarci – e cambiarci – dentro. Nemmeno noi stessi.

Fino a prova contraria, la serenità non nasce da una vita senza imprevisti né da una situazione economica agiata. E anche una generica ricerca spirituale non basta, fino a quando non comprendiamo un concetto essenziale: la serenità nasce dalla consapevolezza del nostro ruolo.

Osservando le vicende dell’umana commedia, è difficile non intravedere alcuni elementi che accomunano epoche e latitudini. La tendenza umana a migliorare la propria condizione di partenza. Il desiderio di individuare la propria identità. Il bisogno di interagire con gli altri. La ricerca della libertà. La necessità di dare uno scopo ragionevole alla propria vita. L’individuazione di una prospettiva più ampia (e convincente) sul senso dell’esistenza e sul “dopo”.

Solo trovando queste risposte è possibile acquisire una serenità soddisfacente, stabile, non illusoria. Qualcuno potrà obiettare che, quelle risposte, non è difficile trovarle, spaziando tra politica (la libertà), filosofia (l’identità), la solidarietà sociale (lo scopo), le dottrine orientali (il senso della vita). E infatti è vero.

Il problema è trovare una soluzione che riesca, da sola, a rispondere a tutte le domande. La politica, la filosofia, l’impegno sociale, le dottrine orientali riconoscono – con onestà – la parzialità delle loro proposte.

Scartando i vari candidati ne resta uno solo: l’unico che, nella storia dell’umanità, ha avuto il coraggio di affermare “Io sono la via, la verità e la vita”, e ha aggiunto “venite a me… e io vi darò riposo”.

Se sia vero o solo una boutade, lo possono testimoniare milioni di persone che hanno creduto nel suo messaggio e in quel messaggio hanno trovato le risposte. E, con quelle risposte, la pace.

Fine e principio

Siamo arrivati al 31 dicembre. E, come ogni anno, viene spontaneo lanciare uno sguardo a quello che è successo nel corso dell’anno che si sta concludendo.

Lo abbiamo fatto stamattina in onda, come nostra abitudine, sfogliando le notizie di evangelici.net, che nel suo piccolo ormai da cinque anni segue l’impegno di informare i cristiani su quello che avviene nel mondo e, in tutto o in parte, li riguarda.

Come ogni anno, il 2008 non fa eccezione: fatti tristi, drammatici, penosi si alternano a situazioni gioiose, positive, costruttive che offrono buone speranze per il futuro. Non possiamo non cominciare ricordandoci dei nostri fratelli che soffrono. E il 2008, come gli anni precedenti, ha visto un continuo, martellante assalto alla libertà di espressione e di culto dei cristiani nel mondo.

Un mondo piccolo, accomunato dalla persecuzione. Già a gennaio piangevamo i cinquanta cristiani morti in Kenia a seguito dell’incendio della loro chiesa, e la situazione non è per niente migliorata con il passare dei mesi, con una lunga fila di tragedie e persecuzioni dalla Nigeria all’Iraq, dall’Iran alla Cina, dalle Filippine all’Arabia Saudita, dall’India al Bangladesh, per citare solo alcuni dei Paesi interessati. Ma potremmo estendere l’elenco anche alla civilissima Milano, dove una chiesa viene regolarmente vessata dai vandali, e solo a distanza di anni comincia a vedere un intervento da parte delle autorità.

Non sono mancate anche le buone notizie. Abbiamo assistito alle testimonianze pubbliche di personaggi noti, sportivi in primo luogo, ma anche artisti: Ornella Vanoni, per esempio, nel cinquantenario del suo esordio musicale, ha avuto occasione di parlare ampiamente della sua fede e del suo rapporto con Dio. Ma anche il giornalista Magdi Allam e il leader pentito delle “Bestie di Satana”, Andrea Volpe.

Tra tante notizie distorte in relazione alla fede cristiana e al mondo evangelico non sono mancate alcune soddisfazioni: a livello nazionale si sono visti servizi televisivi su chiese e gruppi musicali; sul piano internazionale non si può non ricordare con soddisfazione l’ampio spazio dato a Rick Warren per la sua intervista doppia con Obama e Mc Cain, sfociata poi nell’invito del pastore alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente.

Molto più in piccolo è capitato anche a noi di evangelici.net l’occasione di parlare di Dio in diretta a Chi l’ha visto, in occasione di una triste vicenda di cronaca nera cui – purtroppo – ancora non si è giunti a capo.

Abbiamo dimenticato sicuramente più di qualcosa, ma dobbiamo fermarci qui, per non rischiare di sforare nel 2009.

Perché ormai ci siamo: tra poche ore saremo tutti, o quasi tutti, intenti a festeggiare il nuovo anno che viene.
Non dimentichiamoci di rimanere responsabili, sobri, esemplari nel nostro comportamento. Di essere degni figli di degno Padre.

E poi, una volta smaltite le ore di sonno rimaste in sospeso, cominciamo bene il 2009.
Non dimentichiamoci di chi soffre. Come abbiamo visto non sono pochi, nel mondo, a subire privazioni e vessazioni a causa della loro fede: che, è bene ricordarlo, è anche la nostra fede.

Non dimentichiamoci di chi ci sta attorno: il mondo ha perso di vista i suoi valori, i suoi principi, i suoi punti di riferimento. Ed è disorientato, stanco, disilluso. Ha fame, sete di qualcuno che possa dargli una speranza. Quel qualcuno siamo noi: perché non siamo stati posti a caso nella città, nella cerchia di amicizie, nella posizione (professionale, umana, politica) in cui ci troviamo.

Non dimentichiamoci che la fede nasce e si rafforza nel rapporto quotidiano, costante, intimo con Dio. Dio ci ama come siamo, ma ci vuole per sé. Sta a noi impegnarci in questa sfida per essere più vicini a lui, consapevoli che è il meglio per noi.

Non dimentichiamoci che viviamo nel 2009. E il 2009 non è il 1959. E nemmeno il 1979 o il 1999. Non cambia solo il modo di vestire, il colore di moda, i tormentoni musicali.
Ogni anno ha il suo linguaggio, i suoi mezzi di comunicazione, i suoi modi e strumenti. Il nostro messaggio è sempre lo stesso: c’è speranza in Gesù Cristo. Ma dobbiamo comunicarlo a persone diverse rispetto a dieci anni fa. Forse più deluse, forse incattivite. O forse più furbe, più colte, più preparate. In ogni caso, diverse.

Non trattiamo il 2009 come un anno qualsiasi. Sarà un anno importante, nel bene e nel male. Lo sarà perché siamo chiamati a farlo diventare importante. Non perdiamo il tempo che ci resta, sia poco o tanto. Non perdiamo le opportunità che abbiamo. Non sprechiamo i talenti, i doni su cui possiamo contare. Diamoci da fare. Che il 2009 sia un anno di impegno cristiano senza riserve, di intensa comunione – perché solo insieme si possono ottenere risultati -, di solidarietà, di riflessione, di onestà intellettuale. Per comprendere il punto a cui siamo arrivati, per riconoscere i nostri limiti e, con l’aiuto di Dio e dei nostri fratelli, superarli. Che il 2009 sia davvero tutto questo.

In questo caso sarà, davvero, un buon 2009.

Buona fine e buon principio a tutti. A chi festeggia, a chi riposa, a chi lavora. A chi spera e a chi prega. A chi si affida a Dio con tutto il suo cuore, e a chi sta imparando a farlo.

Noi ci fermiamo qui. Speriamo di avervi fatto buona compagnia. Anche scomoda, a volte, richiamando all’impegno cristiano e alla coerenza. Tutto quello che abbiamo fatto e detto, lo abbiamo fatto e detto con il cuore. Speriamo che sia servito.

Dio vi benedica.

Titoli etici

Nel corso della vita capita a quasi tutti, chi più chi meno, di mettere da parte qualche soldo. E a quel punto, soddisfatte le esigenze di base, si pone la questione di come investire questi risparmi per garantire il ritorno più ragionevole possibile.

Curiosamente però come cristiani ci preoccupiamo molto poco delle implicazioni etiche di queste scelte, preferendo puntare solo sull’opzione più redditizia e affidandoci al fiuto (e all’onestà) di un agente che non sempre ha i nostri stessi parametri morali.

Non si tratta di malafede quanto di disattenzione. Una disattenzione sorprendente, considerando che in altri settori la nostra soglia di attenzione è ben più alta: siamo sensibili alla provenienza dei prodotti alimentari; firmiamo petizioni contro la schiavitù moderna che, in alcuni Paesi dell’estremo Oriente, permette di produrre a costi irrisori; siamo capaci di indignarci perché un’azienda propone capi di abbigliamento realizzati grazie a manodopera minorile.

Eppure, per quanto riguarda i nostri fondi, ci accontentiamo di scorrere la colonna dei ricavi, senza chiederci chi abbiamo finanziato per raggiungere il nostro guadagno. Attraverso i cocktail azionari e obbligazionari potremmo aver finanziato un governo che discrimina i cristiani, oppure un’azienda che vende armi da guerra. O una banca che compie operazioni spericolate.

Che non sia solo un particolare secondario lo si può dedurre dagli ultimi rovesci di borsa: perché la mancanza di etica, l’avidità, l’estrema spregiudicatezza si ripercuotono non solo sui dipendenti ma anche, presto o tardi, sui risultati finanziari.

Nei giorni scorsi Pieremilio Gadda, dalle colonne dell’Osservatorio finanza etica, raccontava della ICCR, Interfaith Center on Corporate Responsability: un coordinamento interdenominazionale e internazionale di finanzieri con dei valori morali e spirituali. Si tratta di agenti finanziari di estrazione evangelica, cattolica, ebraica (ma anche di altre religioni e laici) che, attraverso una preparazione finanziaria e dei saldi principi, esercitano un attento controllo al comportamento delle aziende nelle quali investono per conto dei propri clienti. Insomma, un portafoglio titoli eticamente orientato, per il bene di tutti.

Uno degli affiliati, il pastore William Somplasky-Jarman, è stato addirittura il primo a intravedere il rischio-Lehman: la ICCR aveva fatto presente, con anni di anticipo, i rischi dei mutui subprime, ottenendo un impegno formale da parte della banca d’affari “a sviluppare migliori procedure di analisi nel settore del credito”. Promessa a quanto pare disattesa, con le conseguenze che sappiamo.

Perché l’ICCR ha udienza e credito, con le sue istanze e le sue richieste, anche presso i colossi? Per una questione di numeri: spiega Gadda che «i trecento investitori istituzionali che fanno capo alla coalizione internazionale, complessivamente, gestiscono un patrimonio di oltre 100 miliardi di dollari», che diventano 2-3 mila miliardi comprendendo le organizzazioni associate e affiliate.

Da noi i numeri sono diversi, e di conseguenza cambia anche il possibile impatto. Ma non è scontato che sia così. Non mancano gli investimenti e non mancano gli operatori finanziari attenti all’etica. Viene allora da pensare che se anche in Italia almeno coloro che si definiscono cristiani coerenti badassero al loro portafoglio titoli andando oltre i numeri, qualcosa potrebbe cambiare.