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Bellezze a confronto

Può esistere un concorso di bellezza in cui l’estetica non giochi un ruolo dominante?

Se la vostra risposta è “no”, sappiate che vi state sbagliando. Ma non fatevene una colpa, le nostre convinzioni nascono dalla società in cui viviamo: siamo occidentali, e nella nostra società la forma (fisica) risulta determinante in molte aree della vita.

Non è così ovunque, però – e questo, per inciso, dimostra che dovremmo smetterla di considerarci al centro dell’universo, e soprattutto di crederci i migliori -: in Arabia Saudita sono capaci di organizzare un concorso di bellezza, o meglio un reality, cui partecipano centinaia di ragazze coperte dalla testa ai piedi. Spiccano solo gli occhi, e qualcuna delle giurate (tutte donne, va da sé) particolarmente schizzinosa sostiene che si dovrebbero oscurare anche quelli.

Le valutazioni delle candidate si basano su qualcosa che noi europei abbiamo dimenticato: ciò che uno è dentro, ciò in cui una persona crede, come si comporta. Blanditi dai guru del relativismo abbiamo cancellato dal nostro immaginario tutto ciò che c’era di nobile, profondo, significativo, e che proprio per questo poteva apparire poco politicamente corretto.

In Arabia Saudita, a quanto pare, sono più avanti. O più indietro, a seconda dei punti di vista. Basano un concorso di bellezza – l’unico del paese – su educazione, conoscenza della morale (e, supponiamo, dell’educazione), qualità del rapporto familiare. Quasi una bestemmia per una società come la nostra, dove il massimo dell’espressione intellettuale emersa agli ultimi concorsi di bellezza è stata una dotta disquisizione sul “lato b”.

Sia chiaro: non vogliamo dimenticare che stiamo parlando dell’Arabia Saudita, un paese che non può essere additato come fulgido esempio di democrazia. Basti ricordare la condizione subalterna della donna, la mancanza di libertà religiosa, o il divieto di importare libri cristiani o simboli di una fede diversa dall’islam.

Premesso questo, però, viene da chiedersi se questa sorta di ballo delle debuttanti in salsa berbera, sia davvero così ridicolo come, a un primo sguardo, ci potrebbe sembrare.

In fondo abbiamo poco da ridere. Guardandoci attorno, camminando per la strada, navigando in rete troviamo una gioventù triste, delusa, senza punti di riferimento né valori: nemmeno l’ombra di quello che un tempo si definiva buona creanza, senso civico, buona educazione.

I miti di oggi sono sguaiati, arroganti, falsi, arrivisti, senza scrupoli né pietà, privi del benché minimo senso di opportunità.

Difficile stupirsi se poi i giovani si ritrovano a tirare avanti un’esistenza pigra, arrabbiata, sciatta, se tra un sms e l’altro niente li entusiasma e nulla riesce ad attirare la loro attenzione.

Pochi adulti se ne preoccupano davvero: “Sono solo ragazzi”, “è un’età difficile”, “hanno diritto a divertirsi” sono le frasi che ricorrono più spesso.
Nel declinare ogni responsabilità nei loro confronti dimentichiamo che tra qualche anno questi stessi ragazzi saranno, a loro volta, genitori. Con obblighi e responsabilità di cui, oggi, non vogliono nemmeno sentir parlare.

E allora una soluzione va trovata, e in fretta. Aiutarli a trovare un senso alla loro vita, spirituale e sociale, è un obbligo morale per tutti noi.

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Oltre e nonostante

A volte trovi tracce di fede dove meno te l’aspetti. Come in un articolo del Corriere dove si racconta il dramma di sei ex calciatori di Como affetti da Sla, e un dubbio atroce sulla possibile contaminazione del terreno dello stadio Sinigaglia su cui hanno giocato per anni.

Nel triste elenco Gaia Piccardi ricorda anche Piergiorgio Corno, da quindici anni malato di sclerosi. «Piergiorgio lotta in un letto della villetta di Albate, irrorato da una commovente spiritualità: “Nella mia vita ho capito che nulla è accaduto per caso – ha scritto proprio ieri sul suo computer -. Più volte la presenza di un’entità superiore si è manifestata e per questo vedo la Sla come un percorso che ha una sua ragione, che non capirò mai con la razionalità umana. Ma verrà un momento in cui tutto sarà chiaro“».

Parole che non lasciano indifferenti, se sono pronunciate da una persona immobilizzata da una malattia che corrode giorno dopo giorno la tua indipendenza, la tua libertà, fino a renderti un corpo alla mercé degli altri.

Talvolta, di fronte a una malattia – o una crisi di altro genere – ci impuntiamo su un imperativo categorico: noi dobbiamo guarire. “Dobbiamo” perché serviamo sani, perché Dio non può volere la nostra sofferenza, perché Dio lo ha promesso, perché Dio dice…

Contrariamente alle nostre aspettative, la guarigione non è sempre nei piani di Dio. E, quando c’è, non sempre i suoi tempi coincidono con i nostri.

Forse sorprenderà sentirlo dire, ma talvolta proprio la malattia, o la crisi, fanno parte del piano di Dio. Un piano che va oltre il nostro, perché vede oltre: oltre il nostro bene contingente, oltre il nostro interesse personale, e perfino oltre questa vita.

Sta a noi metterci nella prospettiva di Dio. Una volta sbollita la rabbia verso un Padre apparentemente meno amoroso del solito, forse potremo vedere dietro alla nostra malattia una opportunità inaspettata per consolidare la nostra fede, intensificare il nostro rapporto con Dio, incoraggiare altre persone che altrimenti non avremmo incontrato o che, in altre condizioni di salute, non avremmo potuto avvicinare con la stessa efficacia.

Spesso, come cristiani, dimentichiamo la nostra scelta di vivere per Cristo. Vorremmo farlo solo quando le condizioni risultano umanamente vantaggiose. O almeno, se proprio dobbiamo accettare un disagio, vorremmo comprenderne preventivamente il motivo.

Se fosse così, la fede non sarebbe necessaria. E ci perderemmo l’opportunità di credere senza preoccuparci delle conseguenze, senza lo stress di dover mantenere uno sguardo d’insieme, senza l’angoscia di un progetto chiaro ma così immane da schiacciarci.

Volenti o nolenti, il nostro percorso di vita non lo tracciamo noi.

Proprio per questo, come cristiani, dovremmo sentirci rasserenati: rasserenati di fronte a un’esistenza che non sempre comprendiamo ma che per noi, possiamo starne certi, è comunque la migliore possibile. Anche quando proprio non sembra tale.

Ricominciamo da qui

Ho ripescato un interessante commento di Aldo Grasso, pubblicato in seguito alla polemica sulla celebre puntata di Annozero dedicata alle carenze nei soccorsi dopo il sisma in Abruzzo.

Scrive tra l’altro Grasso: «Le critiche (non le speculazioni politiche) fatte alla trasmissione di Santoro della settimana scorsa non riguardavano la libertà di informazione o il bilanciamento delle opinioni; no, riguardavano qualità giornalistiche e umane che non possono essere oggetto di trattative o di provvedimenti o d’insegnamenti: la sensibilità, l’opportunità (da non confondersi con l’opportunismo), il buon gusto. Quelle, o ce l’hai o non ce l’hai. Dice l’Ecclesiaste: “C’è un tempo per demolire e un tempo per costruire, un tempo per piangere e un tempo per ridere”».

Sensibilità, opportunità, buon gusto. Non formano una professionalità, ma la caratterizzano. Non determinano il fine, ma indicano il mezzo. Non si possono insegnare (se non in parte), ma sono indispensabili. E non per il lavoro: per vivere in una società civile.

Ricominciamo da qui, da quell’etica che per molti è diventata un soprammobile, da quella deontologia seguita alla lettera ma svuotata di contenuto.

Ricominciamo da qui, tutti: giornalisti e architetti, insegnanti e giudici, medici e politici, imprenditori e dipendenti.

Ricominciamo da quelle indicazioni semplici di Giovanni Battista.

La folla lo interrogava, dicendo: «Allora, che dobbiamo fare?». Egli rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne faccia parte a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».

Vennero anche degli esattori per essere battezzati e gli dissero: «Maestro, che dobbiamo fare?» Ed egli rispose loro: «Non riscuotete nulla di più di quello che vi è ordinato».

Lo interrogarono pure dei soldati, dicendo: «E noi, che dobbiamo fare?» Ed egli a loro: «Non fate estorsioni, non opprimete nessuno con vessazioni, e accontentatevi della vostra paga».

Così semplice da rasentare la banalità. Semplice, ma impegnativo: richiama il credente al senso di responsabilità, alla coerenza tra quel che si predica alla domenica mattina e ciò che si pratica nel resto della settimana.

Per questo più di qualche cristiano, alle impegnative parole del Battista, preferisce altre, più comode, citazioni.

Quelle "giornate" poco condivise

Repubblica racconta l’idea di un pubblicitario francese, Vincent Tondeux, si è preso la briga di raggruppare tutte le “Giornate mondiali” attualmente in vigore nel corso dell’anno: si va dalle commemorazioni più significative come la Giornata del ricordo (27 gennaio), a iniziative settoriali come la giornata dei blog (31 agosto) fino a quelle più effimere e inutili come la festa della risata (3 maggio).

Un lavoro per niente banale, che «è stato complicato – ha confessato l’autore – dalla necessità di verificare se quelle che si proclamavano “giornate mondiali” non diventavano poi il raduno in salotto di pochi entusiasti».

Nonostante la sfoltita delle giornate mondiali meno credibili, nell’elenco ne sono rimaste ben 190, alcune delle quali cadono addirittura nella stessa giornata.

Tra gli affezionati delle giornate mondiali c’è in prima posizione l’ONU, che ne ha istituite una novantina; «dopo l’Onu e le sue agenzie, sono le chiese le più attive nel promuovere le giornate mondiali, poi le ong, le associazioni, i sindacati professionali e infine i semplici cittadini».

La quantità spesso fa a pugni con la qualità. Le Giornate mondiali sono nate con il nobile intento di sensibilizzare le società su temi rilevanti; con il tempo se ne sono aggiunte altre, superflue e di dubbio interesse globale.

Non basta istituire una giornata mondiale per dare visibilità a un’iniziativa: serve la capacità mediatica di promuoverla, la sensibilità organizzativa nel coinvolgere tutte le realtà interessate al tema, la disponibilità a non considerarsi depositari di un’esclusiva.

Scoprire che le chiese cristiane sono tra le realtà più attive nell’istituzione di Giornate mondiali fa riflettere. Allargando il discorso, l’anno solare è tempestato di commemorazioni, convegni, incontri, raduni, manifestazioni, iniziative, campi di ogni genere e per ogni platea.

Naturalmente quasi tutte le iniziative in questione risultano formalmente “nazionali”, senza che però questo comporti una significativa partecipazione di cristiani provenienti da diverse aree d’Italia, né la collaborazione di realtà cristiane diverse tra loro, nemmeno quando sarebbe verosimilmente possibile e, magari, auspicabile.

Sicuramente organizzare in proprio una giornata mondiale, o un convegno “nazionale”, è più comodo. Viene da chiedersi se abbia senso in termini di presenze, di visibilità, di risultati. E anche di opportunità.

D’altronde se nemmeno i cristiani riescono più a vedere il valore della condivisione (o, per dirla biblicamente, della comunione), c’è da chiedersi chi potrà farlo.

Quelle “giornate” poco condivise

Repubblica racconta l’idea di un pubblicitario francese, Vincent Tondeux, si è preso la briga di raggruppare tutte le “Giornate mondiali” attualmente in vigore nel corso dell’anno: si va dalle commemorazioni più significative come la Giornata del ricordo (27 gennaio), a iniziative settoriali come la giornata dei blog (31 agosto) fino a quelle più effimere e inutili come la festa della risata (3 maggio).

Un lavoro per niente banale, che «è stato complicato – ha confessato l’autore – dalla necessità di verificare se quelle che si proclamavano “giornate mondiali” non diventavano poi il raduno in salotto di pochi entusiasti».

Nonostante la sfoltita delle giornate mondiali meno credibili, nell’elenco ne sono rimaste ben 190, alcune delle quali cadono addirittura nella stessa giornata.

Tra gli affezionati delle giornate mondiali c’è in prima posizione l’ONU, che ne ha istituite una novantina; «dopo l’Onu e le sue agenzie, sono le chiese le più attive nel promuovere le giornate mondiali, poi le ong, le associazioni, i sindacati professionali e infine i semplici cittadini».

La quantità spesso fa a pugni con la qualità. Le Giornate mondiali sono nate con il nobile intento di sensibilizzare le società su temi rilevanti; con il tempo se ne sono aggiunte altre, superflue e di dubbio interesse globale.

Non basta istituire una giornata mondiale per dare visibilità a un’iniziativa: serve la capacità mediatica di promuoverla, la sensibilità organizzativa nel coinvolgere tutte le realtà interessate al tema, la disponibilità a non considerarsi depositari di un’esclusiva.

Scoprire che le chiese cristiane sono tra le realtà più attive nell’istituzione di Giornate mondiali fa riflettere. Allargando il discorso, l’anno solare è tempestato di commemorazioni, convegni, incontri, raduni, manifestazioni, iniziative, campi di ogni genere e per ogni platea.

Naturalmente quasi tutte le iniziative in questione risultano formalmente “nazionali”, senza che però questo comporti una significativa partecipazione di cristiani provenienti da diverse aree d’Italia, né la collaborazione di realtà cristiane diverse tra loro, nemmeno quando sarebbe verosimilmente possibile e, magari, auspicabile.

Sicuramente organizzare in proprio una giornata mondiale, o un convegno “nazionale”, è più comodo. Viene da chiedersi se abbia senso in termini di presenze, di visibilità, di risultati. E anche di opportunità.

D’altronde se nemmeno i cristiani riescono più a vedere il valore della condivisione (o, per dirla biblicamente, della comunione), c’è da chiedersi chi potrà farlo.

Dietro la facciata

La Gran Bretagna si inchina davanti alla sua nuova diva, una anonima disoccupata quarantottenne che ha dapprima fatto sorridere, poi stupito e infine entusiasmato il pubblico televisivo.

Doveva essere una banale serata di nuove proposte per il programma “Britain’s Got Talent”, una sorta di “X factor” in salsa inglese dove aspiranti artisti di successo si esibiscono davanti a un pubblico in sala – e milioni di spettatori a casa – e a una giuria composta da tre esperti che, a differenza del programma nostrano, sono così giovani e fotogenici da sembrare finti.

Sabato sera, a un certo punto, sale sul palco Susan Boyle: 48 anni, goffa, vestitino a fiori e viso dai tratti ruspanti, poco consoni alla televisione di oggi: una sorta di Arisa più in età (e meno truccata).

Il suo ingresso solleva le risatine del pubblico e la perplessità dei patinati in giuria, un po’ come succede alla Corrida di fronte ai personaggi più improbabili: la signora Boyle è evidentemente fuori target, fuori età, fuori forma, fuori format, fuori tutto.

Dalle battute che scambia con i bellocci che ne dovranno valutare le capacità artistiche si dimostra spiritosa e, tutto sommato, a suo agio in un contesto dove sembra capitata per caso.

Lo scetticismo del pubblico e della giuria si spegne appena Susan attacca il brano: in barba a chi si aspettava una macchietta, la donna sfodera una voce limpida, intonata, potente, posata ma non artefatta. Che lascia letteralmente a bocca aperta i giurati, mentre il pubblico scatta in piedi a metà esibizione per una imprevedibile standing ovation.

Il successo della performance viene confermato nei giorni successivi, quando cinque milioni di navigatori si godranno la sua interpretazione da Youtube, tanto che i bookmaker ne prevedono la vittoria. Un vero tripudio che Susan ha accolto con sorpresa e, forse, un po’ di sollievo.

Chissà quanti le avranno sbattuto la porta in faccia, di fronte alle sue aspirazioni musicali accompagnate, ahilei, da una faccia un po’ così. Chissà quante delusioni. Chissà quanti agenti discografici, che magari fino a ieri avranno riso di fronte a quella donnona sgraziata e ai suoi demo, oggi si mangeranno le mani per non essersene accaparrati l’esclusiva.

Eppure sarebbe bastato ascoltarla. Sarebbe bastato non fermarsi all’apparenza, a quell’apparenza che è la chiave di lettura e il leit motiv di quest’epoca. Quell’apparenza che fa emergere i belli, a prescindere dalle loro capacità, e non offre alcuna opzione a chi – per scelta o per ventura – non rientra nei canoni.

Susan Boyle è una piccola, parziale, insignificante rivincita di chi si ritrova escluso, pur meritando un’occasione.

Ma è anche una lezione, per tutti noi. Perché, nonostante la storia e l’esperienza, ancora oggi tendiamo troppo spesso a giudicare dall’apparenza, e finiamo per non dare alla sostanza nemmeno il tempo di convincerci a cambiare idea.

Ci crediamo di larghe vedute, ma non lasciamo concludere un concetto. Ci consideriamo progressisti, ma non siamo in grado di ascoltare per intero un consiglio. Ci spacciamo per validi interlocutori, ma non siamo capaci di leggere con attenzione le ragioni altrui. Ci illudiamo di essere democratici, ma non garantiamo un’opportunità a chi ci sta di fronte.

E, quel che è peggio, spesso ci pregiamo di essere cristiani, ma non abbiamo ancora superato i pregiudizi più elementari.

Sì, di fronte al caso di Susan Boyle possiamo solo fare silenzio e ascoltare. La sua splendida voce e la sua lezione.

Una Bibbia per Britney

«Una punizione d’altri tempi per la cantante Britney Spears. La regina del pop dovrà leggere la Bibbia per almeno un’ora al giorno, al fine di rinsaldare i propri traballanti principi morali. La “condanna”, scrive il Daily Mail, le è stata imposta dal padre Jamie, che cura anche gli interessi economici della turbolenta cantante».

Pare che il padre Jamie abbia fissato per Britney «una serie di rigide regole di comportamento ad evitare che prenda una delle solite sbandate nel corso del suo ciclo di esibizioni, il tour “Circus Starring Britney Spears”».

Così «la obbliga a leggere la Bibbia per almeno un’ora prima di andare in scena», oltre ad averle vietato l’accesso al web.

Non vogliamo giudicare la decisione del padre, anche se dobbiamo rilevare che Britney continua a dare prova di un comportamento non proprio cristiano.

Naturalmente la lettura della Bibbia non dovrebbe essere una punizione ma un privilegio. Non va però escluso che, anche da una lettura incoraggiata, possa partire un cambiamento positivo.

Possiamo discutere sull’opportunità del provvedimento, ma certo non possiamo biasimare il padre per aver provato a cambiare la figlia. D’altronde, dopo averla vista coinvolta in una girandola di vicende non troppo felici tra divorzi, cause di affidamento dei figli, frequentazioni poco raccomandabili, dipendenze assortite, recuperi e ricadute, il signor Spears deve aver deciso di riprendere in mano la situazione per evitare che Britney arrivi a un punto di non ritorno.

Forse, nel tornare a fare il padre fuori tempo massimo, sarà stato mosso dalla consapevolezza di un fallimento educativo: in fondo la qualità di un genitore si valuta anche (o soprattutto?) per quel che il figlio diventa da adulto, quando ti lascia per altri lidi e magari rifiuta altri consigli da parte tua. Naturalmente le variabili sono molte, ma al momento dell’emancipazione si misura anche la qualità di un’educazione. Perché nuotare in mare aperto è ben diverso dall’esercitarsi in piscina con un istruttore pronto a riportarti a galla.

Dopo aver lasciato e quasi rinnegato la famiglia, Britney Spears è rimasta a galla decisamente poco. Naturalmente non è colpa sempre e solo dei genitori, anche se è sintomatico che la sorella di Britney, anche lei attrice, sia rimasta incinta ad appena 16 anni.

Non sappiamo se il signor Jamie sia stato un padre permissivo o rigido, né se abbia permesso a malincuore alla figlia di diventare la star di Disney Channel o se sia stato per lui un motivo di orgoglio (come tante mamme che spingono le figlie nel mondo dello spettacolo).

A dire il vero non sappiamo nemmeno quale sia la sua condizione spirituale. Sappiamo solo che sua figlia, nei momenti di lucidità, ha fatto spesso riferimento a valori cristiani («grazie per le vostre preghiere», aveva scritto ai suoi fan uscendo da una delle tante crisi) che rimanderebbero a un’educazione di stampo evangelico.

Sia come sia, nel tentare di riportare la figlia in carreggiata il signor Spears ha fatto una scelta estrema, ma forse l’unica che poteva fare in una situazione così drammatica: farla ripartire da capo. O meglio, dalla Bibbia.

Speriamo che funzioni.

Sul filo del disagio

«Si chiama Cerrie Burnell, ha 29 anni e, con in tasca il diploma di una celebre scuola per aspiranti attori, ha tutte le credenziali in ordine per sfondare nel mondo televisione».

È stata assunta dalla BBC per condurre un seguitissimo programma per bambini sotto i sei anni. Perché si parla di lei? Perché «Cerrie è nata con un braccio solo. Un handicap che a lei non fa alcun effetto, tanto che ha scelto sin da piccola di non utilizzare una protesi… ma che ha provocato l’indignazione di diversi genitori».

Varie le lettere di protesta giunte alla BBC, dove si parla di bambini turbati: genitori preoccupati perché «Mia figlia ha solo due anni… è preoccupatissima, mi chiede di continuo se le fa male»… «Mio figlio adesso ha gli incubi».

Cerrie ci è rimasta male, e replica che «l’handicap non può essere un tabù e che non è mai troppo presto per insegnare ai figli ad accettare chi è diverso».

Se da un lato è necessario tutelare la spiccata sensibilità della prima infanzia, dall’altro non si può non riconoscere l’opportunità di presentare ai bambini il tema della differenza, e questo per il bene stesso di bambini (non è mistero quanto sappiano essere decisamente crudeli con chi è diverso).

Cerrie, insomma, non ha tutti i torti: insegnare ad accettare la vita, con tutti i suoi limiti, è qualcosa che prima si impara e meglio è. Non viviamo in un mondo omologato, e la diversità – culturale, umana, religiosa e anche fisica – fa ormai parte della nostra quotidianità: oggi più di ieri la tolleranza e la delicatezza nei confronti degli altri sono indispensabili a una convivenza civile e serena.

C’è un solo elemento, in questa vicenda, che stona: il fatto che tutte le foto di Cerrie Burnell disponibili in rete enfatizzino la sua diversità.

E allora viene il dubbio che l’handicap non sia solo una situazione da accettare, ma venga usato come un’arma per ottenere un vantaggio, o almeno una rivalsa, giocando sull’imbarazzo di chi non può dire di no per non venir accusato di nutrire pregiudizi verso i diversamente abili.

Una differenza esibita in maniera quasi ostentata potrebbe far pensare che, in fondo, quella differenza non sia stata accettata come si vorrebbe far credere e invece, al di là delle dichiarazioni, venga vissuta dalla persona come un disagio.

Forse si tratta solo di un equivoco. O forse no.

Un drammatico venerdì

Deve essere stata una scena drammatica, quella che si è presentata ai soccorritori venerdì mattina su quel viadotto della Messina-Palermo. Un’auto accartocciata, poco più di un rottame di cui a stento si riconosce il modello. Due corpi sull’asfalto. Uno proiettato giù dal burrone.

Una scena di guerra in un tratto stradale poco sicuro, che già in passato ha causato vittime, reso ancora più insidioso dalla pioggia caduta abbondante nelle ore precedenti.

In quell’auto c’erano un uomo e quattro donne. Facevano parte di una comunità evangelica tra le più numerose di Messina. Chiariamolo una volta per tutte: ricordare questo dettaglio non è un atto di cinico sciovinismo. Le loro vite certo non contavano più di quelle di altri esseri umani. Ma per noi erano speciali.

Tra di noi ci chiamiamo “fratelli”, e non è un caso: ci unisce un legame forte, che ci fa sentire vicini anche quando ci conosciamo a malapena, o non ci conosciamo affatto: pur provenendo da contesti sociali, culturali, geografici diversi, sappiamo di aver fatto la stessa scelta di vita. La scelta di accettare l’amore di Dio nella nostra vita e di seguire con coerenza, per amore, l’insegnamento di Gesù Cristo nella vita quotidiana, nel comunicare la speranza di una nuova vita, nell’impegno concreto per gli altri.

Era proprio per questo desiderio che i cinque si erano messi in viaggio quella mattina: stavano andando a Palermo per un convegno dedicato alle associazioni di volontariato penitenziario, per focalizzare e approfondire le opportunità di un impegno difficile come quello di stare vicino a chi nella propria vita ha sbagliato, incoraggiandolo a cercare una seconda opportunità.

Nicola Arena è malconcio ma ancora tra noi. Responsabile della Congregazione cristiana evangelica di Messina, è un’anima instancabile: il suo impegno cristiano a tutto tondo, la sua predicazione chiara, competente e senza fronzoli lo hanno fatto apprezzare, nel corso degli anni, in tutta Italia.

Non più tardi di qualche settimana fa era a Pordenone, insieme alla sua amata compagna Grazia, incaricato di portare un messaggio in occasione dei 25 anni della chiesa locale.

In più occasioni abbiamo avuto il piacere di averlo ospite nei nostri programmi, su crc.fm, per parlare di dottrina cristiana. Sempre disponibile, sempre preciso, sempre umile («chiamami Nicolino, ti prego»).

Nicola è ancora tra noi, dicevamo. Non è andata altrettanto bene a sua moglie Grazia, né a Claudia.

Non possiamo sapere perché, né vogliamo aggiungere frasi banali, in un momento di dolore come questo.

Preferiamo stringerci in un silenzioso ma sentito abbraccio a Nicola e ai suoi figli. Ci lega un’ormai antica conoscenza, rinfocolata di quando in quando da occasioni di incontro.

Ma, soprattutto, siamo fratelli. E i fratelli, insieme alla speranza, sanno condividere anche la sofferenza.

Giovani di ritorno

Famiglia Cristiana questa settimana dedica un servizio a un interessante fenomeno: si parla delle “sempre più numerose coppie di anziani che si dedicano al volontariato”.

Il titolo è accattivante: “Il pensionato va in missione. Dopo una vita intera dedicata al lavoro, ai figli e ai nipoti, prendono il largo in spirito evangelico e vanno ovunque ci sia bisogno di loro. Magari per aiutare preti amici”.

Si racconta la storia di due “ottantacinquenni, ingegnere elettronico lui, architetto lei, 57 anni di matrimonio, quattro figli e 12 nipoti. Questa coppia ha conservato uno spirito così giovanile da essere stata di recente due volte in Ruanda“.

E poi c’è il 65.enne che racconta: «Sulla soglia della pensione, dopo una vita lavorativa intensa, con un gruppo di amici ci siamo chiesti: “E adesso cosa facciamo?”. Abituati a girare il mondo per lavoro, abbiamo continuato a farlo a nostre spese per gratuità, senza inventarci niente, solo rispondendo ai bisogni che ci siamo trovati davanti».

L’ex direttore della Sea, «da sempre impegnato nella sua società a ottenere spedizioni a costo zero di generi di prima necessità in Kazakhstan, oggi che è in pensione ha “adottato”, insieme all’amico Scarfone, una trentina di giovani kazaki, organizzando corsi in Italia per manager, così da favorire poi la nascita di un’imprenditorialità locale».

E poi un ex dirigente HP, che sta portando avanti progetti «fuori dagli schemi e riflettono l’imprevedibilità della vita e degli incontri: una scuola in Cile per 150 ragazzi disabili, corsi professionali alla periferia di Nairobi, la clinica per malati terminali».

Infine un ex amministratore delegato che spiega come «L’opera che più mi ha entusiasmato è stata in Uganda, dove siamo riusciti a collegare in rete 46 centri medici sparsi in tutto il Paese con l’ospedale centrale di Kampala».

Insomma: anziani, ma per niente fuori dai giochi. Persone che hanno visto il ritiro dalla scena lavorativa come una nuova sfida, e non come una sconfitta.

Nessun sintomo di depressione, ma tante energie e il desiderio di spenderle nel modo migliore: mettendo a disposizione i propri talenti di amminsitratori, le proprie competenze, i propri ex contatti professionali in maniera disinteressata per il bene degli altri.

Quant’è diversa l’immagine di questi giovani di ritorno da quella del classico pensionato disteso sul divano, che macina talk show e reality, chiama per nome i conduttori, si appassiona alle gesta dei corteggiatori televisivi, si commuove di fronte alle lacrime preconfezionate dei postini catodici.

Temiamo di conoscerne più di qualcuno, purtroppo. E allora vorremmo proporre un ulteriore impegno a chi ha saputo mettere la propria vita post-lavorativa al servizio degli altri: non limitatevi ad aiutare chi ha bisogno, ma siate testimoni di ciò che si può fare a fine carriera; raccontate sogni e opportunità ai tanti pensionati che tirano sera senza uno scopo.

Date una vera speranza a quanti vedono in una chiave egoistica e limitata il loro “meritato riposo”.

Fatelo, per favore, e non sentitevi sminuiti: anche questo, in fondo, è dare al prossimo un futuro migliore.