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Un sos da Duisburg

Una manifestazione oceanica. Un milione e mezzo di persone, cinque volte più di quanto le strutture potessero reggere. Un’organizzazione inadeguata, affiancata da forze dell’ordine impreparate. Un momento di panico in un tunnel che fa paura a vederlo vuoto, figurarsi pieno. La strage è scaturita da queste premesse: venti giovani sono rimasti a terra, quattrocento hanno dovuto ricevere cure mediche.

La festa, con cinismo e realismo, è stata fatta continuare per evitare guai peggiori. Solo in seguito la cruda realtà è potuta irrompere nella vita di ragazzi giunti da mezza Europa per dimenticare il resto, ubriacati dal ritmo ossessivo della musica techno. E la festa si è tramutata in smarrimento, sgomento, tragedia.
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Sulla pelle dei cristiani

Gli scontri tra cristiani e musulmani che hanno avuto luogo nei giorni scorsi nel nord della Nigeria non hanno avuto grande spazio sulle prime pagine dei quotidiani, nonostante un numero di vittime non irrilevante.

Se lo spazio non era ampio, i titoli erano piuttosto categorici: «Nigeria, strage di religione. Cristiani contro islamici, quasi duecento morti», titolava mercoledì, in un modesto richiamo, La Stampa; Il Corriere, relegando la notizia agli esteri, parlava di “Chiese e moschee bruciate in Nigeria: oltre 200 morti” e precisava in un sommario: “A scatenare la violenza un cantiere islamico in una zona cristiana“, anche se l’inviato, nell’articolo, ridimensionava: «I musulmani volevano costruire una moschea in un quartiere a prevalenza cristiana o più semplicemente un musulmano voleva ristrutturare la sua casa nella zona dei cristiani».

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Il costo di un impegno

«È finita l’epoca del tutto gratis», ha annunciato il magnate dei media Rupert Murdoch: lo ha stabilito dopo aver annunciato una perdita di tre miliardi di dollari, nell’ultimo anno, da parte del suo gruppo multimediale – che, tra gli altri, comprende Wall Street Journal, Times, Sun e la piattaforma satellitare Sky -.

La notizia era nell’aria già da tempo, e probabilmente già in molti avrebbero voluto sanare l’anomalia per la quale è normale comprare il giornale o pagare la tv satellitare, ma ogni contenuto presente su Internet deve essere sempre e comunque gratis.

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L’ultimo spettacolo di Jacko

«Il re del pop deve ora piegare le ginocchia davanti al Re dei re»: così il pastore Lucius Smith ha concluso ieri sera a Los Angeles il memorial dedicato a Michael Jackson.

Niente da dire: in fatto di show gli americani sono maestri, e la cerimonia di commiato dedicata a Jacko è stata sobria, ma allo stesso tempo coinvolgente e a tratti perfino commovente, come si conviene a un addio.

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L'ultimo spettacolo di Jacko

«Il re del pop deve ora piegare le ginocchia davanti al Re dei re»: così il pastore Lucius Smith ha concluso ieri sera a Los Angeles il memorial dedicato a Michael Jackson.

Niente da dire: in fatto di show gli americani sono maestri, e la cerimonia di commiato dedicata a Jacko è stata sobria, ma allo stesso tempo coinvolgente e a tratti perfino commovente, come si conviene a un addio.

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Quel gran genio di Calvino

Regalo di compleanno per Calvino: il Vaticano si unisce indirettamente ai festeggiamenti per i suoi cinquecento anni (l’illustre riformatore nacque nel 1509) riabilitandolo. Non solo: da eretico quale era fino a ieri, oggi è diventato una mente straordinaria.

Lo scrive, sull’Osservatore Romano, l’accademico di Francia Alain Besançon, secondo cui «L’organizzazione calvinista è una creazione geniale, capace di adattarsi» a ogni forma di stato e di governo, pregio che manca al contesto cattolico e al luteranesimo.

Proprio a Lutero Besançon dedica parole poco lusinghiere: se Calvino ha creato una struttura la cui “superiorità storica” e la cui “efficacia sono evidenti”, Lutero «era stato incapace di fondare una vera Chiesa». Aveva pensato fosse possibile affidarne “la guida ai prìncipi” per “far nascere una cristianità più pura e più perfetta di quella con la quale rompeva”, ma questa impostazione ha mostrato presto i suoi limiti.

Mica come Calvino, sembra esclamare Besançon, che «non condivide questa illusione e fonda un sistema ecclesiale compenetrato nella società civile ma indipendente, sottoposto al magistrato legittimo, però in grado di tenerlo a distanza e di influenzarlo».

E non solo: il ginevrino «fece profonda pulizia nei templi, tagliò nel folto delle tradizioni dogmatiche» ed «espulse il vasto magma delle devozioni popolari», aspetti che – viene da rilevare – fino a ieri non venivano visti Oltretevere con particolare favore.

Evidentemente il vento è cambiato, e di Calvino si possono evidenziare gli aspetti più brillanti: “aderisce pienamente ai simboli di Nicea e di Costantinopoli”, “professa di credere nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”, “crede nella Trinità, nel peccato originale, nella salvezza attraverso Gesù Cristo”. Perfino onora Maria, oltre a credere nella presenza reale di Cristo nella Cena (pur non ammettendo, ovviamente, la transustanziazione).

E ancora “aderisce ai due principi della giustificazione per fede e della sovranità della Bibbia”, addirittura in anticipo sul Concilio di Trento.

Sì, come rileva Giacomo Galeazzi sulla Stampa, sicuramente si tratta di “una coraggiosa rilettura di Calvino“, che viene interpretata come un’apertura verso il mondo evangelico: o almeno quella parte del mondo protestante che non si sarà offesa per la descrizione di Lutero.

Quali potranno essere le conseguenze di questo nuovo corso non è facile dirlo. Una cosa è certa: a prescindere dallo scopo e dagli sviluppi, certamente non si è trattato di una mossa casuale.

La coerenza dell’ateo

«L’America scopre di avere i suoi atei. Non che non lo sapesse. Ma ora li vede uscire dall’ombra, organizzarsi, far sentire la loro voce, avanzare sul sentiero del coming out, tipico di tante minoranze del crogiolo americano», scrive Paolo Valentino sul Corriere di oggi.

I “non credenti”, o “secular”, erano l’8% nel 1990, sono 15% oggi; dopo l’era fondamentalista di Bush, rassicurati da un Obama ecumenico come pochi, si fanno avanti nella provincia americana con “Alliance” universitarie, organizzazioni, associazioni. D’altronde secondo l’American Religious Identification Survey, gli atei sono l’unico gruppo demografico in crescita nell’ultimo ventennio.

Una realtà con cui sarà quindi necessario fare sempre di più i conti, parlando di spiritualità (che, in questo caso, comprende anche la a-spiritualità).

Gli atei hanno, naturalmente, tutto il diritto di vivere ed esprimersi liberamente. Anzi, ben vengano i loro dubbi e le loro osservazioni, stimolanti e aperte, ben lontane dal dogmatismo scientista: saranno una sana palestra per l’apologetica cristiana, messa in soffitta da troppo tempo.

Certo, solleva qualche interrogativo leggere, in conclusione dell’articolo, che «Uno dei gruppi più attivi alla University of South Carolina» ha fra le «attività preferite nel campus quella di dare ai passanti “abbracci gratis dai vostri amici e vicini atei”». Speriamo che il movimento ateo, anche negli Stati Uniti, sia qualcosa di più serio di una goliardata o di un’iniziativa estemporanea.

Ma forse anche questo è lo scotto che un movimento deve pagare quando si allarga: oltre alle avanguardie, agli studiosi, a chi professa con convinzione la propria fede, c’è anche un nucleo di persone che seguono gli altri per simpatia o per moda.

In questo i cristiani non possono scagliare la prima pietra: se i giovani non credenti della provincia americana “distribuiscono abbracci”, non sono certo in minor numero i credenti nominali, che interpretano la loro appartenenza cristiana solo come un semplice nome in un registro di chiesa (“sono cristiano perché sono stato battezzato!”), una presenza passiva alla funzione domenicale (“certo che sono cristiano, vado in chiesa!”), una moda (“alle riunioni della mia chiesa la musica è fantastica!”), una lettura sporadica della Bibbia, o – esagerando – come un momento di intervento sociale, politico, umanitario.

Sembra quasi che l’avvertimento dell’apostolo Paolo, «se speriamo in Cristo per questa vita soltanto, siamo tra i più miseri degli uomini», sia stato sostituito dal “carpe diem”: un motto più moderno, affascinante, confortevole e buono per tutti, atei e cristiani.

Con una sola differenza: l’ateo è consapevole di non credere, e quindi di non sperare in qualcosa che oltrepassi questa vita. Il cristiano nominale, invece, è convinto di credere, anche se vuole farlo a modo suo.

Chi tra i due sia più coerente e onesto, con se stesso e con Dio, lo lasciamo giudicare a chi legge.

La coerenza dell'ateo

«L’America scopre di avere i suoi atei. Non che non lo sapesse. Ma ora li vede uscire dall’ombra, organizzarsi, far sentire la loro voce, avanzare sul sentiero del coming out, tipico di tante minoranze del crogiolo americano», scrive Paolo Valentino sul Corriere di oggi.

I “non credenti”, o “secular”, erano l’8% nel 1990, sono 15% oggi; dopo l’era fondamentalista di Bush, rassicurati da un Obama ecumenico come pochi, si fanno avanti nella provincia americana con “Alliance” universitarie, organizzazioni, associazioni. D’altronde secondo l’American Religious Identification Survey, gli atei sono l’unico gruppo demografico in crescita nell’ultimo ventennio.

Una realtà con cui sarà quindi necessario fare sempre di più i conti, parlando di spiritualità (che, in questo caso, comprende anche la a-spiritualità).

Gli atei hanno, naturalmente, tutto il diritto di vivere ed esprimersi liberamente. Anzi, ben vengano i loro dubbi e le loro osservazioni, stimolanti e aperte, ben lontane dal dogmatismo scientista: saranno una sana palestra per l’apologetica cristiana, messa in soffitta da troppo tempo.

Certo, solleva qualche interrogativo leggere, in conclusione dell’articolo, che «Uno dei gruppi più attivi alla University of South Carolina» ha fra le «attività preferite nel campus quella di dare ai passanti “abbracci gratis dai vostri amici e vicini atei”». Speriamo che il movimento ateo, anche negli Stati Uniti, sia qualcosa di più serio di una goliardata o di un’iniziativa estemporanea.

Ma forse anche questo è lo scotto che un movimento deve pagare quando si allarga: oltre alle avanguardie, agli studiosi, a chi professa con convinzione la propria fede, c’è anche un nucleo di persone che seguono gli altri per simpatia o per moda.

In questo i cristiani non possono scagliare la prima pietra: se i giovani non credenti della provincia americana “distribuiscono abbracci”, non sono certo in minor numero i credenti nominali, che interpretano la loro appartenenza cristiana solo come un semplice nome in un registro di chiesa (“sono cristiano perché sono stato battezzato!”), una presenza passiva alla funzione domenicale (“certo che sono cristiano, vado in chiesa!”), una moda (“alle riunioni della mia chiesa la musica è fantastica!”), una lettura sporadica della Bibbia, o – esagerando – come un momento di intervento sociale, politico, umanitario.

Sembra quasi che l’avvertimento dell’apostolo Paolo, «se speriamo in Cristo per questa vita soltanto, siamo tra i più miseri degli uomini», sia stato sostituito dal “carpe diem”: un motto più moderno, affascinante, confortevole e buono per tutti, atei e cristiani.

Con una sola differenza: l’ateo è consapevole di non credere, e quindi di non sperare in qualcosa che oltrepassi questa vita. Il cristiano nominale, invece, è convinto di credere, anche se vuole farlo a modo suo.

Chi tra i due sia più coerente e onesto, con se stesso e con Dio, lo lasciamo giudicare a chi legge.

L’impegno che conta

Venerdì sera comincia il 25.mo convegno annuale di Porte Aperte, base italiana dell’organizzazione umanitaria internazionale Open Doors, da oltre cinquant’anni impegnata a favore dei cristiani perseguitati. Se ne parla sempre troppo poco. Non tanto del lavoro di Porte Aperte, quanto della chiesa perseguitata.

Parla chiaro la World watch list, che ogni anno denuncia la situazione dei cristiani nei vari paesi del mondo: lo fa in modo semplice, attraverso una mappa dove vengono segnalati i paesi dove la situazione per i cristiani è più critica.

Anche per il 2009 si trovano tristi conferme – al primo posto, ormai da anni, resta saldamente la Corea del Nord, seguita dall’Arabia Saudita – e altrettanto amare nuove entrate – la Somalia, passata dal 17.mo al quinto posto per la recrudescenza delle persecuzioni – che non fanno ben sperare.

Perfino un posto trendy e vacanziero come le Maldive è un paese dove chi diventa cristiano perde la cittadinanza e i propri diritti: lo sancisce la nuova costituzione, approvata da pochi mesi.

È sufficiente, di fronte a situazioni simiili, essere spirituali, assicurando la nostra preghiera? Oppure è necessario mettersi all’opera, e sostenere concretamente i nostri fratelli che chiedono aiuto?

Una domanda cui Giacomo, nella Bibbia, risponde in maniera quasi scandalizzata. Porte Aperte la pensa allo stesso modo, e con lei decine di migliaia di credenti che non vogliono rinchiudere la propria fede dentro le quattro mura della sala di culto.

Da più di mezzo secolo, se i cristiani perseguitati soffrono un po’ meno, è anche grazie all’impegno di questi credenti.

L'impegno che conta

Venerdì sera comincia il 25.mo convegno annuale di Porte Aperte, base italiana dell’organizzazione umanitaria internazionale Open Doors, da oltre cinquant’anni impegnata a favore dei cristiani perseguitati. Se ne parla sempre troppo poco. Non tanto del lavoro di Porte Aperte, quanto della chiesa perseguitata.

Parla chiaro la World watch list, che ogni anno denuncia la situazione dei cristiani nei vari paesi del mondo: lo fa in modo semplice, attraverso una mappa dove vengono segnalati i paesi dove la situazione per i cristiani è più critica.

Anche per il 2009 si trovano tristi conferme – al primo posto, ormai da anni, resta saldamente la Corea del Nord, seguita dall’Arabia Saudita – e altrettanto amare nuove entrate – la Somalia, passata dal 17.mo al quinto posto per la recrudescenza delle persecuzioni – che non fanno ben sperare.

Perfino un posto trendy e vacanziero come le Maldive è un paese dove chi diventa cristiano perde la cittadinanza e i propri diritti: lo sancisce la nuova costituzione, approvata da pochi mesi.

È sufficiente, di fronte a situazioni simiili, essere spirituali, assicurando la nostra preghiera? Oppure è necessario mettersi all’opera, e sostenere concretamente i nostri fratelli che chiedono aiuto?

Una domanda cui Giacomo, nella Bibbia, risponde in maniera quasi scandalizzata. Porte Aperte la pensa allo stesso modo, e con lei decine di migliaia di credenti che non vogliono rinchiudere la propria fede dentro le quattro mura della sala di culto.

Da più di mezzo secolo, se i cristiani perseguitati soffrono un po’ meno, è anche grazie all’impegno di questi credenti.