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Pugni alla coscienza

Diciott’anni, due pugni e una vita sulla coscienza. Ci si può rovinare l’esistenza anche così, dando in escandescenze per difendere un diritto inesistente e un atto palesemente antisociale.

È successo a Torino dove un settantaseienne è stato preso a pugni in faccia da un giovinastro che insisteva per salire in bicicletta sul bus. L’autista, una donna, non sapeva più quali armi usare per convincerlo a restare a terra, e l’uomo, con un passato da tramviere, è intervenuto per rasserenare il ragazzotto. A onor del vero non sappiamo ancora se l’ictus che ha ucciso l’anziano sia stato una conseguenza diretta dei pugni presi sul bus, anche se la logica e il buonsenso lo suggerirebbero.
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La fatica di sentirsi vivi

Stando a una ricerca riportata dalla Stampa e basata sulle risposte di 1500 ragazzi, l’alcol è l’ultima frontiera dei giovanissimi. Cominciano a bere presto, già a undici anni, e a quindici sono esperti di intrugli ad alta gradazione.

Lo fanno «per non pensare alle cose brutte», «per sentirsi invincibile», «sciolto, libero, felice», addirittura «più bello», perché «è una cosa da duri», «si ha l’impressione che niente può andare storto». Ma anche «per una botta di vita», «per divertimento», «per fare colpo», «per essere figo».

Paola Nicolini, l’esperta che ha curato la ricerca, l’ha chiamata “sbronza preventiva”: «non ci si ubriaca più per dimenticare ma per vivere». Capovolgendo, di fatto, la prospettiva dei bevitori delle precedenti generazioni.

Spiega l’esperta che tra i teenager «nessuno associa l’ubriachezza al timore di essere scoperto, al senso del proibito, alla trasgressione. La birra, il vino, la vodka, il rum, il limoncello sono la stampella di un Io fragile che cerca conferme nel gruppo. Tutti vogliono essere simpatici, spiritosi, brillanti. E bere aiuta».

Di fronte ad abitudini così poco raccomandabili le famiglie sono in difficoltà: la ricerca rivela «il disorientamento e il senso d’impotenza delle famiglie» che sanno del vizio dei figli, vogliono capirne i motivi e si ripromettono anche decisioni di polso, ma poi scaricano la responsabilità sulle autorità, facendo appello a “leggi” e “controlli” e ammettendo, così, la loro sostanziale incapacità.

A quanto pare, quindi, il problema non è solo dei figli. Se il massimo che i genitori sanno fare è minacciare provvedimenti o rivolgersi a “chi di competenza”, evidentemente non hanno argomenti migliori. Argomenti che dovrebbero passare per termini come educazione e disciplina, e che presuppongono concetti come valori e morale.

Trovarsi di fronte a un figlio adolescente brillo dovrebbe portare un moto d’orgoglio e di responsabilità. Dovrebbe risvegliare nei genitori il buonsenso sopito, riattivare l’attenzione verso i punti di riferimento di cui, negli ultimi decenni, si è fatto strame a beneficio di una malintesa libertà. Una libertà che, se non ha limiti e obiettivi, è solo un’autostrada per l’autodistruzione.

È curioso notare che genitori si appellano alle leggi e ai controlli, senza ricordare che sono stati loro, quando avevano l’età dei loro figli, a chiedere a gran voce l’abolizione di ogni limitazione.

In parte avevano ragione: non sono le leggi esteriori a poter offrire una vita degna di essere vissuta, ma quella legge interiore che si fonda sulla fede, sulla coscienza, sull’esperienza. Una legge che decade quando perde i suoi presupposti, quando non le si riconosce più un valore intrinseco. Le conseguenze sono più ampie di quanto si potrebbe pensare: la fede cristiana, che porta con sé un comportamento e un’etica degni di questo nome, comporta anche un obiettivo, uno scopo, una speranza nella vita.

Come in un effetto domino, perdere di vista i valori porta a perdere anche il senso della vita, e i risultati sono sotto i nostri occhi: figli disorientati, famiglie che non sanno da che parte guardare, paura generalizzata di guardare al futuro.

Se, per i giovanissimi, perdere il senso della realtà è l’unico modo per sentirsi vivi, non possiamo non dirci preoccupati.

Esiste una soluzione? Sì, ma non si può limitare a un nuovo passatempo, a una moda più salutista delle precedenti, a una campagna di sensibilizzazione, a un buon proposito di capodanno.

Una soluzione efficace non può limitarsi a increspare la superficie, deve andare in profondità. Deve partire dalla consapevolezza di un bisogno, ma ancora non basta: funziona solo se siamo disponibili a un cambiamento radicale sul piano personale, capace di riportarci – riportare ognuno di noi – nella direzione della Speranza.

Perché non possiamo pretendere di cambiare la società, i giovani, il futuro, se prima non siamo disposti a cambiare noi stessi.

Una Bibbia per Britney

«Una punizione d’altri tempi per la cantante Britney Spears. La regina del pop dovrà leggere la Bibbia per almeno un’ora al giorno, al fine di rinsaldare i propri traballanti principi morali. La “condanna”, scrive il Daily Mail, le è stata imposta dal padre Jamie, che cura anche gli interessi economici della turbolenta cantante».

Pare che il padre Jamie abbia fissato per Britney «una serie di rigide regole di comportamento ad evitare che prenda una delle solite sbandate nel corso del suo ciclo di esibizioni, il tour “Circus Starring Britney Spears”».

Così «la obbliga a leggere la Bibbia per almeno un’ora prima di andare in scena», oltre ad averle vietato l’accesso al web.

Non vogliamo giudicare la decisione del padre, anche se dobbiamo rilevare che Britney continua a dare prova di un comportamento non proprio cristiano.

Naturalmente la lettura della Bibbia non dovrebbe essere una punizione ma un privilegio. Non va però escluso che, anche da una lettura incoraggiata, possa partire un cambiamento positivo.

Possiamo discutere sull’opportunità del provvedimento, ma certo non possiamo biasimare il padre per aver provato a cambiare la figlia. D’altronde, dopo averla vista coinvolta in una girandola di vicende non troppo felici tra divorzi, cause di affidamento dei figli, frequentazioni poco raccomandabili, dipendenze assortite, recuperi e ricadute, il signor Spears deve aver deciso di riprendere in mano la situazione per evitare che Britney arrivi a un punto di non ritorno.

Forse, nel tornare a fare il padre fuori tempo massimo, sarà stato mosso dalla consapevolezza di un fallimento educativo: in fondo la qualità di un genitore si valuta anche (o soprattutto?) per quel che il figlio diventa da adulto, quando ti lascia per altri lidi e magari rifiuta altri consigli da parte tua. Naturalmente le variabili sono molte, ma al momento dell’emancipazione si misura anche la qualità di un’educazione. Perché nuotare in mare aperto è ben diverso dall’esercitarsi in piscina con un istruttore pronto a riportarti a galla.

Dopo aver lasciato e quasi rinnegato la famiglia, Britney Spears è rimasta a galla decisamente poco. Naturalmente non è colpa sempre e solo dei genitori, anche se è sintomatico che la sorella di Britney, anche lei attrice, sia rimasta incinta ad appena 16 anni.

Non sappiamo se il signor Jamie sia stato un padre permissivo o rigido, né se abbia permesso a malincuore alla figlia di diventare la star di Disney Channel o se sia stato per lui un motivo di orgoglio (come tante mamme che spingono le figlie nel mondo dello spettacolo).

A dire il vero non sappiamo nemmeno quale sia la sua condizione spirituale. Sappiamo solo che sua figlia, nei momenti di lucidità, ha fatto spesso riferimento a valori cristiani («grazie per le vostre preghiere», aveva scritto ai suoi fan uscendo da una delle tante crisi) che rimanderebbero a un’educazione di stampo evangelico.

Sia come sia, nel tentare di riportare la figlia in carreggiata il signor Spears ha fatto una scelta estrema, ma forse l’unica che poteva fare in una situazione così drammatica: farla ripartire da capo. O meglio, dalla Bibbia.

Speriamo che funzioni.

Slogan (ir)razionali

La polemica scoppierà a breve, anche se qualche premessa si è già vista nei giorni scorsi: venerdì 13 febbraio uscirà nelle sale cinematografiche il film “Religiolus”, di Larry Charles, già regista del dissacrante “Borat”.

La pellicola ha già mobilitato gruppi di “ultracattolici”, che hanno contestato i manifesti promozionali. Il film promette di attaccare i fanatismi di ogni fede religiosa, e si presenta con un poster dove le celebri tre scimmiette (“non vedo, non sento, non parlo”) rappresentano le tre principali religioni monoteiste.

Alla protesta degli “ultrà” cattolici è seguita la risposta del produttore americano, e a ruota quella del segretario UAAR (quelli dei “bus atei”), che lamenta: «È una gravissima violazione della libertà di espressione. Sembra normale che non si debba parlare di ateismo». Attaccare per poi piagnucolare di fronte alla reazione: un comportamento che, in quanto a razionalità (e maturità), lascia a desiderare.

Il film, spiegano i distributori italiani, “parla ai giovani” con un “linguaggio schietto”, e la campagna pubblicitaria è in linea con questa scelta. Certo, se questo è il registro scelto per parlare ai giovani, viene da pensare che gli amici atei non abbiano un’opinione troppo alta delle nuove generazioni.

Come credenti, di qualsiasi fede, ci sono gli estremi per sentirsi offesi? Forse sì, visto che un aspetto così intimo, profondo, umano come la spiritualità viene banalizzato e irriso senza troppo rispetto.

Si potrebbe rimandare l’accostamento al mittente, ma probabilmente non sortirebbe l’effetto voluto: visto l’orgoglio con cui gli atei rivendicano il dogma delle origini scimmiesche, risulterebbe anzi un complimento.

È interessante invece rilevare che la vicenda mina il luogo comune secondo cui i razionalisti sono gli evangelisti della logica, i sacerdoti della ragione, gli adoratori delle argomentazioni.

A quanto pare, invece, all’occorrenza usano gli slogan, non disdegnano un po’ di propaganda, e se un film o un libro può dare visibilità alle loro ragioni, ben venga, anche a costo di accettare qualche banalizzazione e abbracciare qualche generalizzazione di troppo. Se poi questo porta ad abbassare momentaneamente la soglia del tanto decantato rispetto verso l’altro, pazienza: in fondo, pare di capire, le religioni nei loro confronti hanno fatto di peggio.

Per uscire dall’impasse senza scadere in uno scontro non ci resta che una possibilità: invertire le parti e, come cristiani, dare prova di tolleranza nei confronti di chi vuole provocare.

Lasciamo allora le tre scimmiette, e i loro sodali, al loro destino. D’altra parte se gli amici atei hanno bisogno di un film alla Borat e quattro autobus per farsi coraggio, per chi crede non c’è molto da preoccuparsi.

Troppo facile

“C’è crisi, dilagano le psico-sette: le prime vittime sono i manager”, titolava mercoledì Il Giornale.

Si scopre che, al Centro Studi Abusi Psicologici sono pervenute oltre quattromila richieste di aiuto da parte di persone cadute nella rete delle psicosette, o di parenti e amici che vedono una persona cara cambiare il proprio atteggiamento verso gli altri e scontrarsi con i familiari.

Il dato più interessante riguarda l’identikit di chi cade nel tranello: “uomo, giovane (29 anni), laureato, professionista (architetto, avvocato, ingegnere)”. Non è quindi persone di scarsa preparazione culturale o disadattate, ma la cosiddetta “società civile” a rischiare di restare ammaliata da queste realtà che “promettono benessere psicofisico e rendimento massimo nel lavoro”, insieme a una spruzzata di metafisico.

Ce li possiamo immaginare, questi soggetti a rischio.
Forti fuori ma deboli dentro, dopo anni di sacrifici e qualche utile mezzuccio per raggiungere il fine (che, si sa, giustifica i mezzi), ostentano il successo raggiunto con un’apparenza che inganna l’osservatore, facendo credere che siano davvero felici.

E invece felici non sono proprio, se sentono il bisogno di rendere di più, presumibilmente per avere di più e mostrare di più, sfoderando tutto l’orgoglio possibile per marcare la distanza tra ciò che vogliono dimostrare e ciò che, invece, sono.

Se a questo aggiungiamo l’insoddisfazione di chi ha confuso l’essere con l’avere, e l’esigenza – celata in ognuno di noi – di dare un senso vero alla propria vita, diventa più chiaro il motivo per cui persone rispettabili e insospettabili possono diventare adepti di psicosette poco raccomandabili, infilandosi in un tunnel di privazioni affettive, umane, sociali per aderire a una ricerca filosofico-spirituale dalle credenziali più che dubbie.

D’altronde, si sa: l’essere umano ama le soluzioni complicate. Basterebbe rispolverare la Bibbia (che tutti, nel nostro Paese, possiedono) per scoprire un tesoro di risposte, di spiritualità profonda, di consigli preziosi per la vita quotidiana e per l’esistenza. Troppo facile, troppo economico, troppo vicino, troppo trasparente: le strade tortuose, costose, esotiche e ammantate di mistero sono decisamente più affascinanti.

Tra parole e concretezza

La crisi colpisce tutti e ovunque. Ma non tutti la sanno affrontare allo stesso modo. Paradossalmente sono coloro che hanno sempre lavorato seriamente e serenamente, con un codice d’onore e un certo ordine di valori, a sentirsi spiazzati. Ci sono coloro che, di fronte alla perdita del posto di lavoro, vanno a bussare alle organizzazioni di carità per chiedere una mano. E ci sono coloro che non hanno il coraggio di farlo per un imbarazzo che può essere erroneamente scambiato, a prima vista, per orgoglio, ma che è solo vergogna per la propria condizione.

Fa riflettere un passaggio del servizio che Panorama ha dedicato ai tanti che, anche in una regione insospettabile come il Veneto, si ritrovano in questa situazione.

Racconta un sacerdote: «Un mio parrocchiano ha perso il posto da impiegato, ma non ha avuto il coraggio di confessarlo in famiglia. La mattina fingeva di andare al lavoro, in realtà usciva di casa per cercarne un altro. Alla fine la moglie l’ha trovato in garage che piangeva nell’auto. E ha capito. Purtroppo la nostra gente non è pronta per questa guerra».

C’è da chiedersi se, di fronte a drammi umani e familiari come questo, i cristiani debbano fare qualcosa, o debbano considerare sufficiente la loro preghiera. Se un aiuto concreto a vicende come questa non sia l’inizio di un’evangelizzazione efficace – forse la più efficace, perché la più umana e amorevole -.

Una persona che si trova in queste condizioni ha bisogno di aiuto. Non di un “Dio ti benedica”, ma di un sostegno concreto e costante.
Non ha bisogno solo di un lavoro, ma di capire come affrontare l’emergenza. Come ripensare il proprio bilancio familiare con la giusta oculatezza. Come riconciliarsi con un mondo del lavoro ostile per chi ha un’età in cui si dovrebbe poter sperare nella serenità. Come ritrovare la fiducia nei valori di una vita che è crollata.

Ecco: un aiuto cristiano, in momenti simili, dovrebbe essere anche questo. Perché, nel momento del bisogno, il vangelo non può essere solo parola.