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Quando il mondo non basta

A volte la realtà supera la fantasia. Altre volte la asseconda.  A dimostrarlo stavolta è l’ONU, il carrozzone che lungimiranti statisti vollero dopo la Seconda Guerra Mondiale per favorire il dialogo tra Paesi e continenti, e scongiurare per il futuro un nuovo conflitto planetario.

Un obiettivo onorevole, quello pensato per l’ONU, che però non venne messa in condizione di operare con la dovuta efficacia e la necessaria equidistanza, ritrovandosi spesso sbilanciata nelle sue risoluzioni da maggioranze antidemocratiche, turnazioni surreali, alleanze improbabili, fascinazioni ideologiche: in due parole, ostacolata dagli inevitabili – e insuperabili – interessi di parte.

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Il natale che non è

La migliore riflessione relativa a questo natale probabilmente l’ha scritta Claudio Magris, intellettuale laico, che lunedì 21 sul Corriere rifletteva su “Il natale e l’obbligo della felicità” (l’intervento completo è qui).

«A Lima – scrive Magris -, negli ultimi anni, durante la settimana di Natale la percentuale dei suicidi aumenta del 35%… Natale è una celebrazione degli affetti familiari, di una raccolta felicità, e chi se ne sente privo o povero ne soffre certo sempre, ma particolarmente in quei giorni. Giorni in cui si ostenta quel calore che gli manca e la cui mancanza si fa più acuta e talora insostenibile. Quel 35 per cento in più di morti disperati pesa come un dies irae».

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Quando basta un buon vicino

A Caronno Pertusella, comune del varesotto, arriva il “controllo di vicinato”: iniziativa di ispirazione britannica che tenta di coinvolgere i cittadini nella sorveglianza del proprio quartiere.

Gli organizzatori si affrettano a precisare che l’iniziativa non ha nulla a che fare con le ronde, e in effetti l’iniziativa pare essere uno stimolo al ritorno del buonsenso perduto: se vedo movimenti sospetti nella casa accanto alla mia non giro la testa dall’altra parte, ma allerto chi di competenza.

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Alle fonti della gentilezza

Non so se ve ne siete accorti, stamattina, uscendo di casa e incrociando i vostri vicini: oggi è la giornata mondiale della gentilezza.

Un’iniziativa a dire il vero un po’ velleitaria che però raccoglie persone di buona volontà in una ventina di paesi, che ogni anno promuovono una giornata – sempre il 13 novembre – in vista della quale si occupano di raccomandare e sollecitare la gentilezza verso gli altri.

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Tempo a perdere

Il tempo libero è il vero mito del XXI secolo: quello che nei secoli scorsi era semplicemente il riposo tra due giornate lavorative, nel Novecento si è man mano riempito di attività e impegni che spaziano dallo sport alla cultura, dal volontariato al disimpegno.

Stanto all’ultimo rapporto OCSE pare che, in fatto di tempo libero, in Italia gli uomini siano avvantaggiati rispetto alle donne: i mariti, mediamente, riposano 83 minuti al giorno in più rispetto alle consorti, battendo perfino i sudamericani.

Si potrebbe discutere a lungo sui motivi e sulle cause di questa situazione, il retaggio di un paese di tradizione patriarcale che è anche, per giunta, la patria del mammismo.

Si potrebbe anche notare che il confronto con altre realtà (in primis i paesi nordici e la Nuova Zelanda, dove le donne riescono addirittura a riposare più degli uomini) è impietoso. E non si può ignorare che sia corretto, in una famiglia, puntare a un mutuo sostegno, a una responsabilità congiunta e condivisa nelle piccole questioni domestiche di tutti i giorni.

Però, al di là di una sperequazione che probabilmente reggerà a lungo, forse bisognerebbe cambiare prospettiva, interrogandosi non sulla quantità, ma sulla qualità.

Tutti abbiamo presenti i tristi esempi dell’uomo che passa il suo tempo libero al bar, come quello della donna che lo passa sul divano, sognando sulle immagini di una telenovela o appassionandosi per le vicende di un reality.

Spingere a favore del tempo libero senza “se” e senza “ma” non rende giustizia all’intelligenza di chi lo propugna.

Non è, naturalmente, questione di libertà (ognuno è libero di gestire il proprio tempo, le proprie energie, le proprie passioni come più gli aggrada), ma di etica. Specialmente per chi si pregia di definirsi cristiano.

Non avrebbe senso imporre regole, dettare tempi, e nemmeno dare consigli non richiesti. Non possiamo però non riflettere sul fatto che se il tempo libero diventa solo un momento di totale disimpegno, l’ennesima occasione per risvegliare gli istinti meno onorevoli o le abitudini più degradanti, rischiamo di farci male. E di fare male a chi ci sta vicino.

L'impegno che conta

Venerdì sera comincia il 25.mo convegno annuale di Porte Aperte, base italiana dell’organizzazione umanitaria internazionale Open Doors, da oltre cinquant’anni impegnata a favore dei cristiani perseguitati. Se ne parla sempre troppo poco. Non tanto del lavoro di Porte Aperte, quanto della chiesa perseguitata.

Parla chiaro la World watch list, che ogni anno denuncia la situazione dei cristiani nei vari paesi del mondo: lo fa in modo semplice, attraverso una mappa dove vengono segnalati i paesi dove la situazione per i cristiani è più critica.

Anche per il 2009 si trovano tristi conferme – al primo posto, ormai da anni, resta saldamente la Corea del Nord, seguita dall’Arabia Saudita – e altrettanto amare nuove entrate – la Somalia, passata dal 17.mo al quinto posto per la recrudescenza delle persecuzioni – che non fanno ben sperare.

Perfino un posto trendy e vacanziero come le Maldive è un paese dove chi diventa cristiano perde la cittadinanza e i propri diritti: lo sancisce la nuova costituzione, approvata da pochi mesi.

È sufficiente, di fronte a situazioni simiili, essere spirituali, assicurando la nostra preghiera? Oppure è necessario mettersi all’opera, e sostenere concretamente i nostri fratelli che chiedono aiuto?

Una domanda cui Giacomo, nella Bibbia, risponde in maniera quasi scandalizzata. Porte Aperte la pensa allo stesso modo, e con lei decine di migliaia di credenti che non vogliono rinchiudere la propria fede dentro le quattro mura della sala di culto.

Da più di mezzo secolo, se i cristiani perseguitati soffrono un po’ meno, è anche grazie all’impegno di questi credenti.

L’impegno che conta

Venerdì sera comincia il 25.mo convegno annuale di Porte Aperte, base italiana dell’organizzazione umanitaria internazionale Open Doors, da oltre cinquant’anni impegnata a favore dei cristiani perseguitati. Se ne parla sempre troppo poco. Non tanto del lavoro di Porte Aperte, quanto della chiesa perseguitata.

Parla chiaro la World watch list, che ogni anno denuncia la situazione dei cristiani nei vari paesi del mondo: lo fa in modo semplice, attraverso una mappa dove vengono segnalati i paesi dove la situazione per i cristiani è più critica.

Anche per il 2009 si trovano tristi conferme – al primo posto, ormai da anni, resta saldamente la Corea del Nord, seguita dall’Arabia Saudita – e altrettanto amare nuove entrate – la Somalia, passata dal 17.mo al quinto posto per la recrudescenza delle persecuzioni – che non fanno ben sperare.

Perfino un posto trendy e vacanziero come le Maldive è un paese dove chi diventa cristiano perde la cittadinanza e i propri diritti: lo sancisce la nuova costituzione, approvata da pochi mesi.

È sufficiente, di fronte a situazioni simiili, essere spirituali, assicurando la nostra preghiera? Oppure è necessario mettersi all’opera, e sostenere concretamente i nostri fratelli che chiedono aiuto?

Una domanda cui Giacomo, nella Bibbia, risponde in maniera quasi scandalizzata. Porte Aperte la pensa allo stesso modo, e con lei decine di migliaia di credenti che non vogliono rinchiudere la propria fede dentro le quattro mura della sala di culto.

Da più di mezzo secolo, se i cristiani perseguitati soffrono un po’ meno, è anche grazie all’impegno di questi credenti.