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Suocera si diventa

Un corso educativo per suoceri: è la proposta della curia udinese, che ha organizzato «un vero e proprio corso per educare le suocere a non fare le “suocere”».

Consapevoli che tre matrimoni su dieci (ma, in certe zone, addirittura il 50%) naufraga anche a causa di interferenze che provengono dalle famiglie d’origine dei coniugi, l’arcidiocesi ha deciso di proporre, in collaborazione con tre psicologhe, alcuni incontri su temi per niente scontati: “E vissero felici e contenti. Relazioni familiari tra illusioni e realtà”, “A pranzo con i miei. Storie di ordinaria amministrazione”, “Mi tieni il bambino? La solidarietà tra generazioni”.

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Stragi nel silenzio

Nella notte tra mercoledì e giovedì, in Egitto, si è consumata una strage: nove persone sono state uccise all’uscita di una chiesa, dove avevano celebrato il natale copto.

Una notizia agghiacciante che merita attenzione per la gravità del fatto e per la scossa che una vicenda simile inevitabilmente porta nei rapporti tra comunità religiose e le ripercussioni che potrebbe avere anche in Europa.

Evidentemente, però, la pensiamo così quasi solo noi.
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Dietro ai principi

Il caso di Abano Terme ormai lo conoscono tutti: una mamma italofinlandese si è opposta alla presenza di crocifissi nella scuola frequentata dai figli, ottenendo soddisfazione da parte della Corte europea per i diritti dell’uomo.

Meno nota è la vicenda di un insegnante di Vallio Terme (Brescia), che nel lontano 1991 ebbe da ridire sui simboli presenti nelle aule della scuola elementare, sollevando una vibrata reazione degli altri insegnanti e dei genitori.

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Un papà vero

“Una mamma chiamata papà” è il titolo di un servizio che la Stampa, oggi, dedica a un “boom silenzioso”: sono sempre di più i papà che ottengono dal tribunale l’affido dei figli. Nel 2008 erano già 350 mila i minori cresciuti dal padre.

Non saranno padri «sereni come quelli che, ogni giorno, si vedono sorridere nelle pubblicità, in tv, a mangiare allegri attorno a un tavolo, accanto ai figli», ma ci sono e si impegnano ogni giorno nel loro nuovo ruolo.
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L'amore ai tempi di Almodovar

«Il Papa dovrebbe abbandonare la visione tradizionale della famiglia, uscire dal Vaticano e mescolarsi fra la gente per rendersi conto di come funzionano le famiglie moderne». L’invito polemico – segnala Repubblica – arriva da uno dei registi più celebri e ammirati della scena internazionale, Pedro Almodovar.

Secondo il regista «non ha alcun significato il fatto che il Papa riconosca solo la variante cattolica della famiglia… Da oltre vent’anni – dice il regista – faccio film in cui la famiglia è composta da un gruppo di persone, al centro delle quali c’è un piccolo essere, di cui tutti si occupano, un essere che amano e del quale soddisfano i bisogni, a prescindere dal fatto che il gruppo sia formato da genitori separati, travestiti, transessuali o monache malate di Aids».

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L’amore ai tempi di Almodovar

«Il Papa dovrebbe abbandonare la visione tradizionale della famiglia, uscire dal Vaticano e mescolarsi fra la gente per rendersi conto di come funzionano le famiglie moderne». L’invito polemico – segnala Repubblica – arriva da uno dei registi più celebri e ammirati della scena internazionale, Pedro Almodovar.

Secondo il regista «non ha alcun significato il fatto che il Papa riconosca solo la variante cattolica della famiglia… Da oltre vent’anni – dice il regista – faccio film in cui la famiglia è composta da un gruppo di persone, al centro delle quali c’è un piccolo essere, di cui tutti si occupano, un essere che amano e del quale soddisfano i bisogni, a prescindere dal fatto che il gruppo sia formato da genitori separati, travestiti, transessuali o monache malate di Aids».

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A ruoli invertiti

Si chiama Roberto Wagner, ha 44 anni e un passato intenso – elicotterista, pilota di go-kart, produttore discografico – e un presente meno emozionante ma non meno impegnativo: fa la mamma a tempo pieno. O meglio, come si definisce lui stesso, il “mammo”. Tutto è cominciato nell’estate del 2000, quando in Grecia ha incontrato Robyanne, che sarebbe diventata presto sua moglie; sono venuti a vivere a Milano e, nel mettere su famiglia hanno dovuto prendere delle decisioni su come gestire la famiglia.

Se infatti il lavoro di Roberto non era monotono, la professione di Robyanne è totalizzante: assistente di volo su linee aeree internazionali, quei ruoli che ti tengono lontano da casa per settimane.

Qualcuno avrebbe dovuto fare un passo indietro, per badare ai figli senza sballottarli tra una tata e un asilo, novelli orfani virtuali cresciuti per procura.

A passare la mano è stato il papà: «Ho pensato che avrei potuto provare a stare io con i piccoli. Lei ama il suo lavoro, è ancora giovane. Io ho avuto una vita piena, sono stato elicotterista, ho vissuto intensamente il lavoro in discografia, ho girato il mondo, non mi spaventa cambiare e ricominciare». Eccolo così a preparare colazioni, accompagnare i piccoli a scuola, chiacchierare con le mamme dei compagni, cambiare pannolini, curare i raffreddori e così via.

Racconta che «stare con i bambini è il lavoro più bello e faticoso del mondo» e riflette: «Forse le donne sono predisposte, geneticamente programmate, a loro viene più naturale».

Mero maschilismo di ritorno? Suonerebbe strano, vista la ammirevole scelta di vita del “mammo”. Forse allora il concetto merita una riflessione più profonda, lontana dai luoghi comuni più alla moda.

In fondo l’esperienza del “mammo” è qualcosa di più profondo rispetto alle belle parole dei terapeuti di coppia: un’esperienza testata sul campo, che dimostra come la semplice buona volontà di venirsi incontro – che, in questo caso, certo non manca – non sempre basti.

E allora chissà. Magari dovremmo rivedere quella generica parità di ruoli che viene predicata dai facili profeti di modernità, quell’intercambiabilità facile da vivere solo se si resta in superficie, ma che rischia di compromettere gli equilibri se dalla teoria si passa alla pratica.

Roberto ammette che “Il ribaltamento di ruoli… comporta qualche problema di coppia“: «Il mammo entra in un terreno minato. Un conto è la moglie che ti lascia il pupo e ti dice cosa fare, un conto il contrario. Mica facile per la donna accettare questa invasione di campo».

Se per un papà è difficile fare la mamma, per una mamma è altrettanto arduo accettare un ridimensionamento del proprio ruolo. Non è impossibile, ma ci vuole una massiccia dose di buona volontà: per quanto moderna e anticonformista possa essere una coppia, portare avanti scelte così controcorrente è un impegno dentro l’impegno.

Questo non significa, naturalmente, che sia impossibile: ogni coppia può decidere in autonomia la strada da seguire, l’importante è che a prevalere siano le esigenze dei figli, non l’affermazione di un principio o di una ragione.

Va da sé che poi, qualunque sia stata la scelta, nello sviluppo del progetto di vita comune non devono mai mancare maturità, buonsenso, responsabilità. E coerenza rispetto alle decisioni intraprese: i ruoli nella coppia si possono invertire, ma non si possono improvvisare.

Astinenza, questa sconosciuta

In questi giorni, inevitabilmente, si parla molto di quaresima, quel tempo di penitenza che precede la Pasqua.

Si tratta di un uso tipicamente cattolico, che viene aggiornato generazione dopo generazione tentando di farlo restare al passo con i tempi: se ieri la penitenza consisteva nella rinuncia alla carne (in tutti i sensi), oggi ci si impegna a cercare nuove formule per dare un significato pregnante al periodo anche per i più giovani.

Nasce così la proposta di un “digiuno tecnologico” fatto di astinenza dagli sms (almeno di venerdì santo, chiede la curia di Modena), una proposta contestata nello stesso ambiente cattolico per l’accostamento tra tecnologia e divertimento che non sarebbe invece così scontato: «Se i messaggini sono un corretto modo di comunicare, perché ce ne dobbiamo privare?» chiede, tra gli altri, il direttore dell’Osservatore romano, Gian Maria Vian.

Da sempre l’ambiente evangelico vede in chiave molto critica il concetto di penitenza per una questione dottrinale di fondamentale importanza: biblicamente parlando, infatti, non è attraverso la nostra sofferenza o i nostri meriti che possiamo venire salvati, ma per il sacrificio unico e irripetibile di Gesù Cristo, che ha pagato per i nostri peccati morendo sulla croce.

Questa certezza dottrinale ha messo in una luce equivoca qualsiasi forma di astinenza, vista paradossalmente non come una forma di spiritualità, ma come un comportamento religioso sospetto.

Eppure, di suo, l’astinenza non è sbagliata. È sbagliato imporla dall’alto ed è sbagliato fossilizzarsi in un obbligo, trasformando un gesto d’amore verso Dio in un vuoto obbligo formale portato avanti per tradizione.

Però, allo stesso tempo, potrebbe essere significativo darsi un’occasione per consolidare il proprio rapporto spirituale con Dio. E questa occasione potrebbe essere più o meno casuale, o un periodo dell’anno significativo. O magari, avendone la costanza, potrebbe essere un percorso continuo di crescita spirituale.

Anche online? Perché no.
In questi giorni un sito dedicato alle nuove tecnologie ha offerto un “Decalogo per la Quaresima online” tra il serio e il faceto. Parafrasandolo, potremmo trovarci alcuni spunti interessanti.

1. Iscriviti ad una newsletter di argomento spirituale.

2. Naviga quando puoi nel canale cristiano.

3. Manda un sms a un amico con testo: “Gesù ti ama, parliamone”

4. Telefona a tua mamma e a tuo papà solo per dire loro: “TVB”

5. Invia almeno un sms solidale per beneficenza a settimana.

6. Aderisci all’impegno di chi si occupa dei cristiani perseguitati.

7. Insegna quel che sai sull’uso del pc e della rete a un anziano.

8. Copia e incolla un passo del Vangelo e invialo via email a un amico.

9. Invia un’email ai responsabili della comunità che frequenti (pastore, anziani) e di’ loro come vorresti che fosse la chiesa.

10. Soprattutto, diventa fan di Gesù. E non solo su Facebook.

Mete etiche

Già pensare a un football americano femminile suona male: uno sport rude, per maschiacci dalle spalle robuste e senza paura. Pensare che lo possano praticare delle posate ebree ortodosse suona quasi surreale. Eppure succede.

Tutto è cominciato nel 2001, quando il responsabile dell’American Football Association ha invitato mogli e sorelle dei giocatori, sempre presenti sugli spalti per seguire i loro familiari, a provare a loro volta.

In pochi anni la disciplina si è affermata, tanto da permettere di organizzare un campionato, e perfino di allestire una nazionale. Che ha ottenuto ottimi risultati alle ultime competizioni internazionali.

Delle 160 iscritte alla lega, il 70% è composto da ebree ortodosse praticanti: quelle che, per capirci, di solito non scoprono i capelli in presenza di estranei. Molte di loro sono mamme, con nidiate di quattro, o anche sette figli, che lasciano a casa con i papà nelle lunghe ore di allenamento.

L’abbigliamento in campo è comodo ma castigato: lascia libere, ma non scopre il fisico (né il capo), in barba a quegli sport dove la tenuta è diventata un costume da bagno.
Al sabato non si gioca: questo costringe le organizzazioni dei tornei internazionali a fare i salti mortali, e spesso la nazionale deve sorbirsi due partite al venerdì e alla domenica per compensare.
Non solo, un buon ebreo ha le sue pratiche religiose: tra allenamenti e sedute tattiche si deve ricavare uno spazio per la preghiera.
Per non parlare del cibo: niente maiale, coniglio, molluschi e crostacei e tutto ciò che la Legge vieta. Facile quando si gioca in casa, meno quando si gira per gli alberghi del mondo, e chi ha qualche allergia alimentare può capire l’imbarazzo.

Eppure giocano. Giocano senza rinunciare alle loro convinzioni.  E, stando ai risultati, giocano abbastanza bene.

Forse il loro esempio è una buona lezione per tutti noi. Noi che spesso, per molto meno, siamo disposti a derogare ai nostri impegni, ai nostri principi, alla nostra etica, convinti che non si possa fare diversamente.

Leggendo di queste ragazze israeliane, infatti, viene davvero da chiedersi se è davvero così difficile mantenere la coerenza in ogni aspetto della nostra vita, o se i nostri “non si può fare altrimenti” sono solo comode scuse per non rinunciare a nulla.