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Un percorso di attenzioni

La depressione post partum sta assumendo dimensioni preoccupanti. A lanciare l’allarme è il Corriere che segnala come “Molte più donne di quanto si immagini hanno provato l’impulso di eliminare il bambino appena nato. Dipende dall’incapacità mentale di inserire il piccolo nel loro schema relazionale. E’ come se lo sentissero un estraneo”.

Il problema, indubbiamente, esiste e non va sottovalutato: ogni anno tra le 50 e le 75 mila neomamme vengono colpite dal cosiddetto baby blues, e in mille casi il neonato sarebbe in pericolo “a causa delle condizioni mentali precarie di chi l’ha messo al mondo”.

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Coraggio alla Giannini

Era una vita che non sentivamo parlare dei gemelli Giannini: anzi, probabilmente i più giovani non avranno notizia di quei sei pargoli nati nel 1980 e diventati subito oggetto di interesse da parte dei media, in quello che potremmo definire il prototipo della cronaca-reality. I sei gemelli Giannini – Letizia, Roberto, Linda, Francesco, Fabrizio, Giorgio – insieme alla mamma Rosanna esondavano dalle copertine dei periodici e dai servizi che i programmi tv riservavano a questa strana famiglia, mettendoci al corrente di cambi di pannolini, primi passi, compleanni e immortalandoli perfino in uno spot televisivo (per un detersivo, ovviamente).

A un certo punto, evidentemente, la morbosità dei media si è concentrata su altri obiettivi, lasciando mamma e figli a crescere nell’oblio di una vita normale. Beninteso, per quanto possa essere normale una casa che tra genitori, figli e nonni raggiungeva la decina di unità, sballando ogni media sui nuclei familiari di Bibbiena.

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Modernità fraintese

Anche se mio padre e mia madre mi abbandoneranno, il Signore mi accoglierà. Colpisce come un pugno allo stomaco la citazione dai Salmi incisa su una lapide posta sul muro esterno di un ospedale ottocentesco. Si indovina facilmente che, appena sotto, quella fessura murata e pietosamente nascosta alla vista ospitava, cent’anni fa, una “ruota degli esposti”.

Uno strumento figlio di un’epoca ben diversa dalla nostra, ma che è tornato sotto i riflettori in questi anni. Ultimo in ordine di tempo, anche l’ospedale San Gerardo di Monza ripropone la ruota degli esposti: si tratterà naturalmente di una versione aggiornata, dove una culla termica e dotata di sensori sostituirà il piano di legno grezzo e la campanella che accoglieva i neonati abbandonati nell’Ottocento.

Strano pensare che oggi, nel ventunesimo secolo, ce ne sia bisogno. In una società che si vanta della sua apertura mentale, dove è vietato dare regole, dove non è lecito scandalizzarsi per non passare subito per bacchettoni. Una società dove i matrimoni combinati non esistono più, non esistono barriere di classe, dove non viene negata a nessuno una seconda possibilità; una società post-matrimoniale, sentimentalmente disinibita, senza limiti e confini, dove l’unico limite alla casistica delle unioni è l’immaginazione dei suoi componenti.

Una società dove la parola adulterio ha perso il suo significato di fronte alla coppia “progressista” (secondo il termine usato qualche anno fa da un regista, tradito, che si beffava della fedeltà coniugale), dove i figli naturali, nati fuori dal matrimonio, stanno raggiungendo i figli legittimi (anzi, suona strano che questi ultimi si chiamino ancora così).

Una società dove si può partorire e rifiutare il riconoscimento del neonato, senza nemmeno il fastidio di cercare una motivazione.
Una società dove non ci si crea problemi ad allevare in famiglia i figli avuti insieme, quelli di lei, quelli di lui. Una società dove le relazioni interpersonali si incrociano, si perdono, si ritrovano e si mescolano in un crogiolo sentimental-televisivo a metà tra la vita e il reality show.

Eppure proprio questa nostra società, così libera e realizzata, abbandona i neonati: proprio come quando l’adulterio era un marchio d’infamia e una gravidanza fuori del matrimonio una vergogna.

Come una volta, o peggio: almeno nell’Ottocento si aveva la cura di affidarli alla pubblica pietà, o a un monastero, anziché abbandonarli per la strada in pieno inverno o posarli, con un gesto tra i più orrendi per il suo significato intrinseco, in un cassonetto.

È difficile non rilevare l’assurdità di una società come la nostra, da un lato sempre così sensibile di fronte ai diritti umani, dall’altro capace di inculcare un tale disprezzo della vita.

Una società tecnologica ed emancipata, globalizzata ed ecologica, luminosa e proiettata verso il futuro.

Una società convinta di aver superato i fantasmi del passato, e che invece non ha mai perso il suo cuore di tenebra.