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Cristiani a cinque cerchi

Si è parlato poco di fede, durante queste Olimpiadi. Sarà perché si svolgono in un paese a libertà limitata, o forse perché gli inviati avevano di meglio da raccontare.

All’inizio delle competizioni abbiamo visto solo la testimonianza cristiana dell’italiano Pellielo, riportata peraltro senza troppo entusiasmo dalle testate nazionali; poi più nulla, anche se qualche spunto utile ci sarebbe stato: si sarebbe potuto indagare sui perché la divisa dello Zimbabwe riportasse in evidenza la dicitura “Faith”, fede; oppure sulle motivazioni della giamaicana che dopo la medaglia d’oro si è inginocchiata sulla pista in preghiera. Evidentemente è più comodo fare i provinciali e riferire le curiosità più banali della capitale cinese, con un atteggiamento da turista che torna dalle vacanze e vuole stupire gli amici.

Un sospiro di sollievo arriva da un allenatore coreano: si tratta di Kisik Lee ed è in forza alla nazionale statunitense di tiro con l’arco. Riferisce la Stampa che «non è solo l’allenatore della nazionale di arco Usa, ma anche e soprattutto una guida spirituale per i componenti della sua squadra e battezza i suoi atleti immergendoli nelle piscine. […] Durante i Giochi Olimpici di Pechino, Lee e almeno tre dei cinque arcieri che stanno partecipando alle Olimpiadi si danno appuntamento ogni mattina per cantare inni, leggere la Bibbia o partecipare alla messa [sic] nella chiesa del Villaggio Olimpico».

Sarebbe stato interessante sapere di più su questi battesimi “olimpici”, ma ci rendiamo conto che il servizio sui cormorani cinesi fosse più succulento di un servizio battesimale in un paese dove è vietato perfino importare una Bibbia.