Archivi Blog

Quando il mondo non basta

A volte la realtà supera la fantasia. Altre volte la asseconda.  A dimostrarlo stavolta è l’ONU, il carrozzone che lungimiranti statisti vollero dopo la Seconda Guerra Mondiale per favorire il dialogo tra Paesi e continenti, e scongiurare per il futuro un nuovo conflitto planetario.

Un obiettivo onorevole, quello pensato per l’ONU, che però non venne messa in condizione di operare con la dovuta efficacia e la necessaria equidistanza, ritrovandosi spesso sbilanciata nelle sue risoluzioni da maggioranze antidemocratiche, turnazioni surreali, alleanze improbabili, fascinazioni ideologiche: in due parole, ostacolata dagli inevitabili – e insuperabili – interessi di parte.

Leggi il resto di questa voce

Quelle Porte aperte sul dramma

Una volta all’anno, il convegno di Porte Aperte fa bene.

Fa bene, perché è organizzato bene: abbastanza denso da dare informazioni precise sulla condizione dei cristiani perseguitati, ma sufficientemente leggero da permettere l’interazione tra i presenti (quest’anno a Rimini erano oltre trecento: meno dello scorso anno, ma comunque un numero ragguardevole in tempi di crisi) e la riflessione sul nostro ruolo di cristiani occidentali, privilegiati da una condizione di libertà e da diritti impensabili fuori dal nostro continente.
Leggi il resto di questa voce

Cristiani a Terra

Le recenti vicende dei cristiani in Marocco, contro i quali si è registrato un rinnovato rigore da parte delle autorità, continua a far parlare l’Occidente: non quanto altre vicende, ma è sempre meglio di niente.

La scorsa settimana se n’è occupato anche Terra, settimanale di approfondimento di Canale 5, che ha dedicato una puntata agli “Infelici come una pasqua”, i cristiani perseguitati. Dopo un servizio dalla Nigeria – fronte sempre caldo, purtroppo – e dal Kosovo delle intolleranze serbe, è toccato appunto ai fatti marocchini.

Ed è emersa una situazione difficile, dove la libertà di culto è di fatto limitata nei confronti dei cristiani a una tolleranza, che devono muoversi con costante cautela per evitare l’accusa di proselitismo.

Leggi il resto di questa voce

Il nome di Dio

È durato meno di una settimana il sollievo dei cristiani malesi, vessati da un governo ostile alle realtà religiose diverse dalla componente maggioritaria, islamica.

Rispetto ad altri Paesi, in Malesia esiste un problema in più, apparentemente di poco conto: una questione linguistica che da tempo dà ai musulmani un’ulteriore arma – è il caso di dirlo – dialettica.

Leggi il resto di questa voce

Dieci anni dopo

Risulta sempre un po’ retorico, e piuttosto pericoloso, parlare di decenni: come esseri umani facciamo difficoltà a ricordare i fatti dell’ultima settimana, e con fatica mettiamo insieme gli avvenimenti dell’anno, figurarsi il senso di inadeguatezza e l’angoscia nell’affrontare un periodo dieci volte più ampio.

Eppure, con il 31 dicembre 2009, si chiude il primo decennio del nuovo secolo, o – absit iniuria verbis – del terzo millennio. Un decennio è già un lasso di tempo che perde di vista la quotidianità per tendere alle unità di misura adottate dalla storia: in un decennio – specie in un decennio di un’epoca come questa – il mondo cambia significativamente.

Leggi il resto di questa voce

Quella radio fastidiosa

Ascoltare la radio a un volume troppo alto disturba gli altri, a prescindere dai contenuti. Se poi si tratta di una radio di ispirazione cristiana, dove i contenuti risultano piuttosto scomodi, la questione può degenerare e finire in tribunale. Oppure a Forum, il programma di Canale 5, come è capitato mercoledì 28 a un giovane foggiano, tale Grant, trascinato davanti al giudice (non era Santi Licheri, purtroppo) dalla collega Arianna, che lavora nel suo stesso ufficio ed è stufa di doversi sorbire ogni giorno i programmi di un’emittente evangelica «che trasmette esclusivamente programmi mirati al proselitismo», sparati a tutto volume.

Naturalmente il giudice Francesco Riccio, con ragionevolezza, ha riconosciuto in via preliminare che il diritto di professare liberamente la propria religione rientra «tra i diritti inviolabili della persona previsti dalla Costituzione»; riconosce tale diritto a tutti i cittadini, «facendo eventualmente anche opera di proselitismo»; lo statuto dei lavoratori, ha ricordato poi, riconosce inoltre il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero sul posto di lavoro.

Dall’altra parte, però, la legge riconosce il diritto di non professare nessuna fede e di non ricevere «alcun indottrinamento religioso», dato che «l’atto di fede è, per sua natura, libero e volontario».

Per questo il giudice ha accolto la richiesta della ragazza, e disposto che Grant riduca, «entro i limiti della normale tollerabilità, l’ascolto ad alto volume dei suoi programmi radiofonici».

Una sentenza decisamente equa, nulla da dire, che comunque solleva almeno un paio di riflessioni.

Da un lato viene da chiedersi se Arianna, o chi per lei, si sarebbe lamentata allo stesso modo in caso la stazione ascoltata da Grant fosse stata una radio secolare, e avesse quindi trasmesso la voce di Gerry Scotti, Federico l’olandese volante, Linus al posto di quella di Èlia Xodo, Maria Spinelli, Ellero Balzani. Il problema molto probabilmente erano i contenuti, non il volume.

Dall’altro lato potremmo interrogarci su quanto valida sia la testimonianza cristiana di un credente che, ovviamente in perfetta buona fede, disturba i suoi colleghi. Con qualcosa di pulito e magari utile, ci mancherebbe: ma facendo comunque la figura del vicino importuno, del Ned Flanders di simpsoniana memoria, che va oltre i limiti e diventa lo zimbello del paese senza nemmeno rendersene conto, e rallegrandosi anzi per la “persecuzione” che gli porta il suo atteggiamento asfissiante.

Non cadiamo nello stesso equivoco, perdendo il senso della misura. L’esempio concreto deve venire prima del messaggio, e dimostrare la propria fede deve essere sempre prioritario sul comunicarla.

Altrimenti potremo alzare il volume quanto vorremo, ma senza riuscire a raggiungere il nostro scopo.

Fine e principio

Siamo arrivati al 31 dicembre. E, come ogni anno, viene spontaneo lanciare uno sguardo a quello che è successo nel corso dell’anno che si sta concludendo.

Lo abbiamo fatto stamattina in onda, come nostra abitudine, sfogliando le notizie di evangelici.net, che nel suo piccolo ormai da cinque anni segue l’impegno di informare i cristiani su quello che avviene nel mondo e, in tutto o in parte, li riguarda.

Come ogni anno, il 2008 non fa eccezione: fatti tristi, drammatici, penosi si alternano a situazioni gioiose, positive, costruttive che offrono buone speranze per il futuro. Non possiamo non cominciare ricordandoci dei nostri fratelli che soffrono. E il 2008, come gli anni precedenti, ha visto un continuo, martellante assalto alla libertà di espressione e di culto dei cristiani nel mondo.

Un mondo piccolo, accomunato dalla persecuzione. Già a gennaio piangevamo i cinquanta cristiani morti in Kenia a seguito dell’incendio della loro chiesa, e la situazione non è per niente migliorata con il passare dei mesi, con una lunga fila di tragedie e persecuzioni dalla Nigeria all’Iraq, dall’Iran alla Cina, dalle Filippine all’Arabia Saudita, dall’India al Bangladesh, per citare solo alcuni dei Paesi interessati. Ma potremmo estendere l’elenco anche alla civilissima Milano, dove una chiesa viene regolarmente vessata dai vandali, e solo a distanza di anni comincia a vedere un intervento da parte delle autorità.

Non sono mancate anche le buone notizie. Abbiamo assistito alle testimonianze pubbliche di personaggi noti, sportivi in primo luogo, ma anche artisti: Ornella Vanoni, per esempio, nel cinquantenario del suo esordio musicale, ha avuto occasione di parlare ampiamente della sua fede e del suo rapporto con Dio. Ma anche il giornalista Magdi Allam e il leader pentito delle “Bestie di Satana”, Andrea Volpe.

Tra tante notizie distorte in relazione alla fede cristiana e al mondo evangelico non sono mancate alcune soddisfazioni: a livello nazionale si sono visti servizi televisivi su chiese e gruppi musicali; sul piano internazionale non si può non ricordare con soddisfazione l’ampio spazio dato a Rick Warren per la sua intervista doppia con Obama e Mc Cain, sfociata poi nell’invito del pastore alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente.

Molto più in piccolo è capitato anche a noi di evangelici.net l’occasione di parlare di Dio in diretta a Chi l’ha visto, in occasione di una triste vicenda di cronaca nera cui – purtroppo – ancora non si è giunti a capo.

Abbiamo dimenticato sicuramente più di qualcosa, ma dobbiamo fermarci qui, per non rischiare di sforare nel 2009.

Perché ormai ci siamo: tra poche ore saremo tutti, o quasi tutti, intenti a festeggiare il nuovo anno che viene.
Non dimentichiamoci di rimanere responsabili, sobri, esemplari nel nostro comportamento. Di essere degni figli di degno Padre.

E poi, una volta smaltite le ore di sonno rimaste in sospeso, cominciamo bene il 2009.
Non dimentichiamoci di chi soffre. Come abbiamo visto non sono pochi, nel mondo, a subire privazioni e vessazioni a causa della loro fede: che, è bene ricordarlo, è anche la nostra fede.

Non dimentichiamoci di chi ci sta attorno: il mondo ha perso di vista i suoi valori, i suoi principi, i suoi punti di riferimento. Ed è disorientato, stanco, disilluso. Ha fame, sete di qualcuno che possa dargli una speranza. Quel qualcuno siamo noi: perché non siamo stati posti a caso nella città, nella cerchia di amicizie, nella posizione (professionale, umana, politica) in cui ci troviamo.

Non dimentichiamoci che la fede nasce e si rafforza nel rapporto quotidiano, costante, intimo con Dio. Dio ci ama come siamo, ma ci vuole per sé. Sta a noi impegnarci in questa sfida per essere più vicini a lui, consapevoli che è il meglio per noi.

Non dimentichiamoci che viviamo nel 2009. E il 2009 non è il 1959. E nemmeno il 1979 o il 1999. Non cambia solo il modo di vestire, il colore di moda, i tormentoni musicali.
Ogni anno ha il suo linguaggio, i suoi mezzi di comunicazione, i suoi modi e strumenti. Il nostro messaggio è sempre lo stesso: c’è speranza in Gesù Cristo. Ma dobbiamo comunicarlo a persone diverse rispetto a dieci anni fa. Forse più deluse, forse incattivite. O forse più furbe, più colte, più preparate. In ogni caso, diverse.

Non trattiamo il 2009 come un anno qualsiasi. Sarà un anno importante, nel bene e nel male. Lo sarà perché siamo chiamati a farlo diventare importante. Non perdiamo il tempo che ci resta, sia poco o tanto. Non perdiamo le opportunità che abbiamo. Non sprechiamo i talenti, i doni su cui possiamo contare. Diamoci da fare. Che il 2009 sia un anno di impegno cristiano senza riserve, di intensa comunione – perché solo insieme si possono ottenere risultati -, di solidarietà, di riflessione, di onestà intellettuale. Per comprendere il punto a cui siamo arrivati, per riconoscere i nostri limiti e, con l’aiuto di Dio e dei nostri fratelli, superarli. Che il 2009 sia davvero tutto questo.

In questo caso sarà, davvero, un buon 2009.

Buona fine e buon principio a tutti. A chi festeggia, a chi riposa, a chi lavora. A chi spera e a chi prega. A chi si affida a Dio con tutto il suo cuore, e a chi sta imparando a farlo.

Noi ci fermiamo qui. Speriamo di avervi fatto buona compagnia. Anche scomoda, a volte, richiamando all’impegno cristiano e alla coerenza. Tutto quello che abbiamo fatto e detto, lo abbiamo fatto e detto con il cuore. Speriamo che sia servito.

Dio vi benedica.

Tra l'India e le Maldive

Nei giorni scorsi abbiamo apprezzato – e non poteva essere altrimenti – l’intervento del ministro degli esteri, Franco Frattini, a difesa dei cristiani in India: una protesta di carattere diplomatico, espressa attraverso la convocazione dell’ambasciatore indiano, auspicando «una forte reazione della polizia federale indiana contro questi estremisti che hanno purtroppo torturato e ucciso cristiani in India».

Ha fatto bene, Frattini, e onore al merito per il fatto di essere stato il primo ministro europeo a muoversi in questa direzione: l’ondata di violenza indù che ha investito scuole, chiese, missionari e credenti aveva bisogno di un intervento politico presso le sedi opportune; naturalmente le violenze non sono cessate solo per questo, ma crediamo che l’interessamento della Farnesina non sia caduto nel vuoto presso le autorità indiane.

Un unico dettaglio sporca il quadro. Come la autoproclamata fidanzata del ministro ha fatto presente, Frattini era in vacanza insieme a lei (e sia chiaro, insieme a lei: non sia mai che esistano questioni più importanti di questo chiarimento, nella vita del suo compagno) alle Maldive.

Proprio in quelle Maldive che risultano ormai da anni ai primi posti nella lista nera dei paesi dove i diritti umani sono più calpestati, dove non è permesso esprimere una fede diversa da quella islamica, dove i cristiani vengono perseguitati senza troppi scrupoli.

Una situazione che non è destinata a cambiare, dato che nella nuova Costituzione maldiviana, promulgata due settimane fa. Come segnalava il Corriere, «”Un non musulmano non può diventare un nostro cittadino”, recita il punto (d) dell’ articolo 9, aggiunto ex novo rispetto alla vecchia Carta del 1998. Un principio che non solo impedirà di ottenere la cittadinanza ai non musulmani ma ne provocherà la perdita anche da parte di chi si converte o è figlio di un non islamico. Le persone colpite dalla revoca potranno restare nel Paese, ma solo per lavorare, e perderanno diritti fondamentali come quello di parola e di spostamento».

Ironia della sorte, la costituzione è stata ratificata lo scorso 7 agosto, proprio nei giorni in cui alle Maldive si svolgeva la vacanza del nostro ministro.
Difficile credere che proprio Frattini, capo della nostra diplomazia, non sia venuto al corrente della questione.

Viene da pensare che se il ministro avesse espresso il suo rammarico, o se addirittura avesse deciso di soprassedere alla continuazione della vacanza, avrebbe raggiunto un triplice obiettivo anche a prescindere dalla questione georgiana.

Sul piano diplomatico l’Italia sarebbe stata il primo Paese, e forse l’unico, a muovere l’obiezione: nemmeno le istituzioni internazionali risulta abbiano ritenuto di intervenire sulla questione, che pure non pare secondaria.

Sul piano politico il ministro – uomo di centrodestra – avrebbe spiazzato i paladini dei diritti umani e i pacifisti, che sollevano volentieri la voce di fronte alle ingiustizie ma in questo caso sono risultati inspiegabilmente taciturni.

Sul piano umano, infine, avrebbe dato un buon esempio a quell’ampia schiera di credenti che a parole difende volentieri il diritto dei cristiani sparsi per il mondo, ma poi nei fatti smarrisce le proprie convinzioni per non rinunciare a una spiaggia. Che di paradisiaco, oggi, ha davvero poco.

Tra l’India e le Maldive

Nei giorni scorsi abbiamo apprezzato – e non poteva essere altrimenti – l’intervento del ministro degli esteri, Franco Frattini, a difesa dei cristiani in India: una protesta di carattere diplomatico, espressa attraverso la convocazione dell’ambasciatore indiano, auspicando «una forte reazione della polizia federale indiana contro questi estremisti che hanno purtroppo torturato e ucciso cristiani in India».

Ha fatto bene, Frattini, e onore al merito per il fatto di essere stato il primo ministro europeo a muoversi in questa direzione: l’ondata di violenza indù che ha investito scuole, chiese, missionari e credenti aveva bisogno di un intervento politico presso le sedi opportune; naturalmente le violenze non sono cessate solo per questo, ma crediamo che l’interessamento della Farnesina non sia caduto nel vuoto presso le autorità indiane.

Un unico dettaglio sporca il quadro. Come la autoproclamata fidanzata del ministro ha fatto presente, Frattini era in vacanza insieme a lei (e sia chiaro, insieme a lei: non sia mai che esistano questioni più importanti di questo chiarimento, nella vita del suo compagno) alle Maldive.

Proprio in quelle Maldive che risultano ormai da anni ai primi posti nella lista nera dei paesi dove i diritti umani sono più calpestati, dove non è permesso esprimere una fede diversa da quella islamica, dove i cristiani vengono perseguitati senza troppi scrupoli.

Una situazione che non è destinata a cambiare, dato che nella nuova Costituzione maldiviana, promulgata due settimane fa. Come segnalava il Corriere, «”Un non musulmano non può diventare un nostro cittadino”, recita il punto (d) dell’ articolo 9, aggiunto ex novo rispetto alla vecchia Carta del 1998. Un principio che non solo impedirà di ottenere la cittadinanza ai non musulmani ma ne provocherà la perdita anche da parte di chi si converte o è figlio di un non islamico. Le persone colpite dalla revoca potranno restare nel Paese, ma solo per lavorare, e perderanno diritti fondamentali come quello di parola e di spostamento».

Ironia della sorte, la costituzione è stata ratificata lo scorso 7 agosto, proprio nei giorni in cui alle Maldive si svolgeva la vacanza del nostro ministro.
Difficile credere che proprio Frattini, capo della nostra diplomazia, non sia venuto al corrente della questione.

Viene da pensare che se il ministro avesse espresso il suo rammarico, o se addirittura avesse deciso di soprassedere alla continuazione della vacanza, avrebbe raggiunto un triplice obiettivo anche a prescindere dalla questione georgiana.

Sul piano diplomatico l’Italia sarebbe stata il primo Paese, e forse l’unico, a muovere l’obiezione: nemmeno le istituzioni internazionali risulta abbiano ritenuto di intervenire sulla questione, che pure non pare secondaria.

Sul piano politico il ministro – uomo di centrodestra – avrebbe spiazzato i paladini dei diritti umani e i pacifisti, che sollevano volentieri la voce di fronte alle ingiustizie ma in questo caso sono risultati inspiegabilmente taciturni.

Sul piano umano, infine, avrebbe dato un buon esempio a quell’ampia schiera di credenti che a parole difende volentieri il diritto dei cristiani sparsi per il mondo, ma poi nei fatti smarrisce le proprie convinzioni per non rinunciare a una spiaggia. Che di paradisiaco, oggi, ha davvero poco.