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Le prospettive di Warren

Primo incontro a distanza ravvicinata tra i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, il democratico Barack Obama e il repubblicano John Mc Cain: teatro della sfida, la chiesa evangelica di Lake Forest, in California. Un contesto anomalo per un confronto elettorale, ma fino a un certo punto: nessuno dei due aspiranti presidenti ha un’immagine convincente per l’elettorato evangelico, e nessuno dei due trascura il fatto che proprio questa categoria potrà essere decisiva per la scalata alla Casa Bianca.

Per questo, tra il progressista Obama e il laico Mc Cain, da qui a novembre sarà una gara di allineamenti a un pubblico che probabilmente non amano (se Obama ha idee molto di sinistra sul diritto all’aborto, Mc Cain rivendica una posizione smarcata da vincoli religiosi e refrattaria agli ambienti evangelici più fondamentalisti), ma di cui si rendono conto di non poter fare a meno.

Come riportava Paolo Valentino sul Corriere di oggi, alla fine la sfida di Lake Forest ha visto tre vincitori. Due sono i candidati, che tutto sommato si sono salvati facendo una egregia figura davanti a un pubblico esigente, Obama citando la Bibbia, Mc Cain parlando di fede e di valori. Il terzo vincitore, forse il vero vincitore morale, è Rick Warren, moderatore dell’incontro nonché pastore della chiesa di Lake Forrest.

Warren non è solamente pastore di una comunità che conta migliaia di membri, come molte negli Stati Uniti; è anche un predicatore influente e un affermato autore di best seller cristiani da milioni di copie (per la cronaca sono giunti anche in Italia, pubblicati da Publielim, riscuotendo un successo non trascurabile per l’asfittico contesto editoriale evangelico). Soprattutto, però, risulta uno dei pochi predicatori noti al grande pubblico e percepiti ancora come “puliti”.

Non è facile, per chi assurge a una certa notorietà, dribblare le malelingue e le invidie; non è facile amministrare la fama – che l’essere umano tende sempre a trasformare in idolatria – evitando colpi di testa, leggerezze, sbandate che in passato hanno compromesso gravemente l’autorevolezza di predicatori ispirati ma non abbastanza forti. Non è facile tenersi fuori dai giochi politici, e non è facile nemmeno resistere alla tentazione di approfittare della propria posizione, scodellando ai fedeli qualche dottrina comoda e redditizia (per sé).

È una situazione rara, che non passa inosservata. Per questo Warren, all’interno, viene percepito da molti come un punto di riferimento in un ambiente evangelico frammentato, tendenzioso, conteso come non mai tra integralismi e sincretismi.

E per lo stesso motivo Warren viene indicato dagli osservatori esterni come possibile successore morale di Billy Graham, il predicatore che per cinquant’anni ha suggerito una linea cristiana ai presidenti e ai credenti degli Stati Uniti.

Staremo a vedere.

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Pubblicità e progresso

Probabilmente non è un tema da Parlamento. Però, se è vero che i parlamentari sono i rappresentanti del popolo e dovrebbero quindi intercettare gli umori della società, ben hanno fatto le deputate Gabriella Carlucci e Manuela Di Centa, insieme alla ex onorevole Alessandra Mussolini, a muovere un appunto.

Il motivo del contendere è la pubblicità televisiva di una nota compagnia telefonica. Come spiega il Corriere, «Nello spot finito nel mirino, si vede una giovane in una sorta di raduno hippie: la protagonista, dopo aver fatto il test di gravidanza, comunica via sms la sua maternità a una serie di ragazzi e di uomini. Per tutti lo stesso messaggio: “Avremo un bambino”».

Secondo le tre esponenti politiche, tutte di centrodestra, «Nella pubblicità si evidenza chiaramente come non vi sia la certezza della paternità di un nascituro che viene ridotto, quindi, al prodotto del gioco di una notte, che peraltro rispolvera un concetto della sessualità tipico degli anni ’70 oramai superato. Mettere al mondo un figlio – concludono – è un atto di amore e di responsabilità che non può essere svilito e offeso per mere speculazioni commerciali».

In effetti lo spot lascia perplessi. Una volta per promuovere i messaggi gratuiti ci si affidava ai giovanissimi e alla loro insopprimibile esigenza di tenersi in contatto con fidanzatini e amici.
Evidentemente i pubblicitari hanno ritenuto che il target – e, con esso, le esigenze insopprimibili – siano cambiate, e la fascia di pubblico cui rivolgere l’offerta dovesse essere un po’ più matura: giovani e non più giovani, tutti comunque nella categoria dei Peter Pan che stentano a crescere e a riconoscere i tempi che cambiano.

Naturalmente non siamo così bacchettoni da non riconoscere che lo spot gioca sull’ironia e forse anche sull’iperbole, e che può essere perfino simpatico nella sua originalità. Allo stesso tempo però – come hanno rilevato Carlucci, Di Centa e Mussolini – lascia un po’ di amaro in bocca.

Troppe volte in passato abbiamo visto comunicare l’immagine di un uomo “che non deve chiedere mai”, di una donna che deve avere tutto “anche in quei giorni”, di un mondo dove deve girare “tutto intorno a te”.

L’elenco sarebbe lungo, e c’è da chiedersi se la pubblicità è testimone dei cambiamenti sociali o li agevola. Quel ruolo di pressione sociale che, un tempo, era degli amici del muretto o dei colleghi, oggi lo svolgono gli spot: il messaggio che passa non si limita a un “consiglio per gli acquisti”, come suggeriva anni fa Maurizio Costanzo, ma svolge un ruolo di convincimento molto più sottile: se non sei come ti vuole la pubblicità sei tagliato fuori. E si sa, di fronte agli stimoli appropriati l’amor proprio finisce per contare più del buonsenso, e l’impulso più dei valori.
La compagnia ieri, la pubblicità oggi rappresentano così quella normalità su cui finiamo, più o meno consapevolmente, per modellare i nostri parametri di vita.

È chiaro che la società cambia anche a prescindere dalla pubblicità, e la stessa pubblicità, per essere efficace, non può che modellarsi sulla società: non impone ma suggerisce, non ordina ma stimola, non spinge ma solletica. E, se la persuasione è più efficace della coercizione, la pubblicità, con il suo potere di condizionamento, è un’arma impropria che è necessario usare con cautela, buonsenso, senso etico.

Certo non sarà una pubblicità a cambiare la vita. Eppure in una società cui già basta poco per inventarsi bravate online, foto scollacciate vendute in cambio di una ricarica telefonica, esibizioni sessuali precoci per darsi un tono con i compagni,
gravidanze adolescenziali collettive, promiscuità di ogni genere provate per noia e senso di vuoto, non ci sentiamo sereni.

Per questo preferiremmo che la pubblicità, con il suo potere di persuasione, cercasse strade davvero nuove e creative per proporre un prodotto. In fondo, in mezzo alla spazzatura morale che ci assedia, puntare sulla pulizia potrebbe essere l’atto più trasgressivo di tutti.