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L’anonimo di Adro

Spesso ciò che conta non è tanto il gesto, quanto le motivazioni. In molti hanno visto con scetticismo l’imprenditore che ha versato diecimila euro al comune di Adro pagando il servizio mensa al posto dei genitori morosi: sarà un riccone in cerca di fama, avrà pensato qualche malizioso, o un radical chic deciso a seppellire l’immagine delle autorità locali (e nazionali), surclassandoli sul fronte della solidarietà ed eclissando un “partito dell’amore” che, per ora, esiste solo nelle parole del suo fondatore.

E invece no: l’identikit del generoso benefattore è molto diverso da quello ipotizzato. A illuminare sul senso della sua azione e sulle sue ragioni è una lettera di due pagine che lo stesso personaggio ha recapitato in municipio: due pagine di sobrietà e di buonsenso, a partire dalla scelta di restare nell’anonimato, firmandosi semplicemente “un cittadino di Adro”. Uno come tanti, verrebbe da sperare, se fosse garanzia di impegno, generosità e basso profilo.

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La grande sfida dell'accoglienza

La Stampa con un servizio alza il velo su una pratica inquietante: a Torino «almeno quattro future mamme sottoposte nell’ultimo anno a fecondazione assistita hanno deciso di selezionare i loro feti, facendo venire al mondo soltanto due dei figli di una gravidanza trigemellare. È successo al Sant’Anna, l’ospedale torinese delle mamme e dei bambini, ma probabilmente è quanto accade anche altrove».

Normalmente nell’ambito della fecondazione assistita è previsto l’impianto di tre embrioni nell’utero della donna, in modo da garantire al concepimento maggiori margini di riuscita. Le percentuali di successo, spiega La Stampa, si posizionano tra il 22 e il 35%, e in alcuni di questi casi la riuscita può essere anche superiore alle aspettative: due, o addirittura tutti e tre gli embrioni possono svilupparsi, portando appunto a un parto gemellare o trigemino.
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La grande sfida dell’accoglienza

La Stampa con un servizio alza il velo su una pratica inquietante: a Torino «almeno quattro future mamme sottoposte nell’ultimo anno a fecondazione assistita hanno deciso di selezionare i loro feti, facendo venire al mondo soltanto due dei figli di una gravidanza trigemellare. È successo al Sant’Anna, l’ospedale torinese delle mamme e dei bambini, ma probabilmente è quanto accade anche altrove».

Normalmente nell’ambito della fecondazione assistita è previsto l’impianto di tre embrioni nell’utero della donna, in modo da garantire al concepimento maggiori margini di riuscita. Le percentuali di successo, spiega La Stampa, si posizionano tra il 22 e il 35%, e in alcuni di questi casi la riuscita può essere anche superiore alle aspettative: due, o addirittura tutti e tre gli embrioni possono svilupparsi, portando appunto a un parto gemellare o trigemino.
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Una pietra nell’anima

È interessante la storia dei due turisti americani che, dopo 25 anni, hanno deciso di restituire un pezzo di Colosseo.

A vedere le immagini si tratta di un sasso grande come un pugno, sottratto al monumento capitolino nel corso di una gita ed esposto fino a qualche giorno fa tra i souvenir di una vita.

Senza soddisfazione, però: ogni volta che lo guardavano, si sentivano in colpa.

Già, la colpa. La storia dei due turisti americani è, in fondo, anche la storia di tutti noi.
Chissà quante volte ci è capitato di prendere una pietra che non ci apparteneva.
Una pietra fisica o metaforica: magari solo una parola di troppo, una discussione sfociata in espressioni sgradevoli che hanno deteriorato un rapporto.

Da quella vicenda è rimasta una pietra nella bacheca della nostra anima. Un ricordo che vorremmo considerare una vittoria, e che invece ci pesa. E che non riusciamo più a liquidare.

Ogni volta che le passiamo davanti, quella pietra rompe gli schemi, gli equilibri, le soluzioni che pensavamo di aver trovato per darci pace.

E la colpa torna periodicamente a tormentarci, ogni volta che ripassiamo davanti alla vetrina di quel sasso.

A farci sentire meno colpevoli non basta nemmeno il semplice pentimento, e lo dimostra il fatto che quella pietra ci guarda dalla sua bacheca senza cambiare prospettiva.

L’unico modo per ritrovare la serenità è rimuovere quella pietra, rispedendola al mittente. Il pentimento, per essere efficace, ha bisogno di un atto concreto: il desiderio di recuperare, di ricucire, di rimediare.

Così, come i due turisti americani, anche noi dobbiamo rimettere la pietra dove l’abbiamo presa. Dobbiamo farlo, per gli altri e per noi stessi.

Anche se ormai è passato un quarto di secolo, non è mai troppo tardi per alleggerirsi.

Una pietra nell'anima

È interessante la storia dei due turisti americani che, dopo 25 anni, hanno deciso di restituire un pezzo di Colosseo.

A vedere le immagini si tratta di un sasso grande come un pugno, sottratto al monumento capitolino nel corso di una gita ed esposto fino a qualche giorno fa tra i souvenir di una vita.

Senza soddisfazione, però: ogni volta che lo guardavano, si sentivano in colpa.

Già, la colpa. La storia dei due turisti americani è, in fondo, anche la storia di tutti noi.
Chissà quante volte ci è capitato di prendere una pietra che non ci apparteneva.
Una pietra fisica o metaforica: magari solo una parola di troppo, una discussione sfociata in espressioni sgradevoli che hanno deteriorato un rapporto.

Da quella vicenda è rimasta una pietra nella bacheca della nostra anima. Un ricordo che vorremmo considerare una vittoria, e che invece ci pesa. E che non riusciamo più a liquidare.

Ogni volta che le passiamo davanti, quella pietra rompe gli schemi, gli equilibri, le soluzioni che pensavamo di aver trovato per darci pace.

E la colpa torna periodicamente a tormentarci, ogni volta che ripassiamo davanti alla vetrina di quel sasso.

A farci sentire meno colpevoli non basta nemmeno il semplice pentimento, e lo dimostra il fatto che quella pietra ci guarda dalla sua bacheca senza cambiare prospettiva.

L’unico modo per ritrovare la serenità è rimuovere quella pietra, rispedendola al mittente. Il pentimento, per essere efficace, ha bisogno di un atto concreto: il desiderio di recuperare, di ricucire, di rimediare.

Così, come i due turisti americani, anche noi dobbiamo rimettere la pietra dove l’abbiamo presa. Dobbiamo farlo, per gli altri e per noi stessi.

Anche se ormai è passato un quarto di secolo, non è mai troppo tardi per alleggerirsi.

Parametri d’infelicità

Ora è ufficiale anche per la statistica: le famiglie italiane sono in sofferenza. Lo rivela – casomai ce ne fosse stato bisogno – l’Istat, che nei giorni scorsi ha pubblicato l’indagine sulla spesa delle famiglie italiane nel 2007.

Curiosamente negli ultimi anni la statistica ha subito un effetto comune anche alla temperatura, con una scollatura tra dati ufficiali e realtà percepita: gli esperti rassicuravano su un’inflazione bassa, e noi vedevamo crescere settimana dopo settimana il costo della spesa. A quanto pare, quindi, alla fine anche la statistica è tornata con i piedi per terra e si è allineata alle impressioni generali.

La deprimente situazione emersa dall’indagine, secondo gli esperti, fa emergere dati poco rassicuranti per il futuro: «Dal punto di vista macroeconomico – spiega Pietro Garibaldi sulla Stampa – la diminuzione reale dei consumi è uno dei fenomeni più preoccupanti, poiché nel lungo periodo il livello dei consumi è un indicatore chiave dello standard di vita».

Di fronte a una frase come questa, inserita quasi en passant tra dati e analisi, sorge un dubbio. Viene da chiedersi se la qualità della vita sia davvero così intimamente legata al livello dei consumi. Sarebbe sciocco negare che esistano delle esigenze primarie (come nutrirsi, vestirsi, abitare) sotto le quali la situazione umana si fa critica. Ma, allo stesso tempo, sarebbe forse il caso di chiedersi se, nella cultura occidentale, cercando una definizione del concetto di felicità non abbiamo dato troppo peso al parametro economico, alla soddisfazione materiale, al possesso.

Forse un momento di crisi come quello attuale, tra i tanti disagi che comporta, potrebbe avere il pregio di farci capire che la vera ricchezza di un popolo non si misura in playstation o schermi al plasma, e che la felicità non si conserva insieme allo scontrino.

Parametri d'infelicità

Ora è ufficiale anche per la statistica: le famiglie italiane sono in sofferenza. Lo rivela – casomai ce ne fosse stato bisogno – l’Istat, che nei giorni scorsi ha pubblicato l’indagine sulla spesa delle famiglie italiane nel 2007.

Curiosamente negli ultimi anni la statistica ha subito un effetto comune anche alla temperatura, con una scollatura tra dati ufficiali e realtà percepita: gli esperti rassicuravano su un’inflazione bassa, e noi vedevamo crescere settimana dopo settimana il costo della spesa. A quanto pare, quindi, alla fine anche la statistica è tornata con i piedi per terra e si è allineata alle impressioni generali.

La deprimente situazione emersa dall’indagine, secondo gli esperti, fa emergere dati poco rassicuranti per il futuro: «Dal punto di vista macroeconomico – spiega Pietro Garibaldi sulla Stampa – la diminuzione reale dei consumi è uno dei fenomeni più preoccupanti, poiché nel lungo periodo il livello dei consumi è un indicatore chiave dello standard di vita».

Di fronte a una frase come questa, inserita quasi en passant tra dati e analisi, sorge un dubbio. Viene da chiedersi se la qualità della vita sia davvero così intimamente legata al livello dei consumi. Sarebbe sciocco negare che esistano delle esigenze primarie (come nutrirsi, vestirsi, abitare) sotto le quali la situazione umana si fa critica. Ma, allo stesso tempo, sarebbe forse il caso di chiedersi se, nella cultura occidentale, cercando una definizione del concetto di felicità non abbiamo dato troppo peso al parametro economico, alla soddisfazione materiale, al possesso.

Forse un momento di crisi come quello attuale, tra i tanti disagi che comporta, potrebbe avere il pregio di farci capire che la vera ricchezza di un popolo non si misura in playstation o schermi al plasma, e che la felicità non si conserva insieme allo scontrino.