Archivi Blog

Giochi pericolosi

Il Cnr lancia l’allarme: sono tre milioni gli italiani che rischiano di sviluppare la dipendenza da gioco. Se una volta il gioco d’azzardo era una malattia per ricchi, oggi si è fatta più democratica, uscendo dai casinò e dalle bische per offrirsi, in tutto il suo fatuo splendore, in ogni via della città, vendendosi ammiccante nelle ricevitorie di ogni centro cittadino e commerciale del nostro paese.

Il gioco d’azzardo non si chiama più roulette o baccarà ma superenalotto, poker online, videopoker, passando per la nutrita categoria dei gratta e vinci.
Leggi il resto di questa voce

Annunci

Pieni di vuoto

«Hanno tutto, perché rubano?», si chiedevano disperate le mamme di quindici ragazzi della Milano e della Brescia bene, sorpresi ad alleggerire i turisti a Gardaland. Erano tutti figli di imprenditori, professionisti, commercianti, tutti vestiti alla moda, senza problemi di liquidità, con in tasca il cellulare all’ultimo grido.

Eppure nelle noiose – per loro – mattinate primaverili marinavano la scuola destinazione Gardaland per provare il brivido del furto. La direzione, dopo un’impennata di denunce da parte dei visitatori, ha interessato i Carabinieri di Peschiera, che in una giornata hanno fermato i ragazzi. Non si aspettavano di trovarsi di fronte la meglio gioventù, e non si aspettavano una banda così numerosa, tanto che per portarli in caserma hanno dovuto usare il pulmino del parco giochi.

«Dopo la denuncia ridevano e scherzavano tra loro», hanno raccontato i militari, «come se l’accusa di furto riguardasse altri».

E allora non si può non tornare all’interrogativo di partenza: «Hanno tutto, perché rubano?». I genitori hanno soddisfatto ogni loro capriccio dando loro tutto. A quanto pare, non abbastanza.

D’altronde, come tutti i genitori di questo mondo, non hanno potuto regalare ai figli ciò che non avevano: la felicità. Quella felicità che nasce dalla serenità di una vita che ha uno scopo. Probabilmente i poveri genitori hanno passato la vita ad arrivare, a guadagnare, ad accumulare, convinti che la quantità fosse la risposta al loro vuoto interiore.

Eppure, da buoni frequentatori delle boutique più note, avrebbero dovuto sapere che un falso resta un falso anche se è costruito con materiali pregiati. La qualità non si imita. La felicità non si raggiunge accumulando beni, emozioni, esperienze.

No, la felicità di una vita piena non potevano trasmetterla ai figli. E, quando alla vita manca un significato convincente, anche i valori rischiano di non bastare.

Non è sufficiente, ora, interrogarsi, disperarsi, rimproverarsi e rimproverarli. Forse addirittura non c’è stato niente di formalmente sbagliato, nell’educazione che hanno impartito ai loro ragazzi: niente, tranne l’obiettivo. Quando la morale diventa una convenzione ipocrita, quando gli assoluti diventano relativi, quando la fede diventa religione, allora la coscienza si addormenta, il divertimento si fa eccesso e il senso di tutte le cose – la vita in primis – si appanna inevitabilmente.

Sì, hanno avuto tutto, quei ragazzi; forse troppo. La felicità, però, è un’altra cosa.

Offerte speciali, proposte indecenti

«Ne ho dovuti lasciare a casa quaranta», si è sfogato sabato il mio vicino, caporeparto di un’azienda brianzola che produce mobili di qualità. Quaranta persone in cassa integrazione, quaranta famiglie che da oggi dovranno dare una robusta sforbiciata alle spese: non solo quelle superflue, anche quelle che non sono indispensabili ma caratterizzano la qualità della vita.

«Sono tempi duri per tutti», ho risposto con un sospiro alla sua amarezza. «No, non per tutti», ha replicato lui. «Duri per chi rispetta la legge», ha aggiunto.

E così ho scoperto una vicenda tutta italiana dove alcune aziende subiscono controlli precisi e puntuali, mentre altre vengono provvidenzialmente risparmiate.

«Hai presente, alla fine della superstrada?», mi ha chiesto. Sì, c’è il capannone di quella rinomata azienda che produce divani. «Facci caso – ha continuato -: luci sempre accese, lavorano a ciclo continuo, giorno e notte. Tutti orientali, personale con scarse competenze, poche pretese e certo non in regola. Logico che poi possono proporre un divano a 500 euro, mentre da noi costa il doppio».

Da cristiano e da consumatore non ho potuto evitare di interrogarmi. Molto spesso sentiamo proporre campagne di boicottaggio nei confronti di aziende che, dopo aver delocalizzato all’estero, offrono condizioni di lavoro improponibili a donne e minori.

Se la risposta dell’opinione pubblica, di fronte ad abusi così plateali, sembra inevitabile, è molto meno scontata una reazione nei confronti di chi gioca sporco ma senza toccare le categorie che toccano la nostra sensibilità.

Non si può fare a meno di riconoscere che anche l’azienda di cui sopra (quella che impiega stranieri senza offrire le dovute garanzie) ha un comportamento poco trasparente e poco etico, e che da questa sua politica commerciale ingorda discende una crisi le cui conseguenze toccano anche noi, i nostri vicini, i nostri familiari.

E allora, come cristiani, dovremmo fermarci a pensare. Faremmo bene a chiederci se possiamo predicare il “non rubare”, e poi accettare senza troppe remore un secondo lavoro in nero.

Faremmo bene a chiederci se possiamo tenere alta la nostra alterità morale, e allo stesso tempo accettare sconti che di morale hanno poco, perché discendono da un trattamento economico discutibile.

Faremmo bene a chiederci se l’etica che diciamo di vivere e che vogliamo mostrare a chi ci sta attorno possa essere così miope da ignorare bellamente i drammi causati da un’economia malata, per continuare ad avvalerci delle “vantaggiose offerte” proposte da aziende, banche, professionisti di cui non possiamo condividere i metodi, ma i cui prodotti ci fanno comodo.

Sì, forse faremmo bene a riflettere. Perché la coerenza è un valore più prezioso di qualsiasi offerta speciale.

Panorama immoto

Panorama dedica il suo servizio di primo piano a “Come cambia l’Italia che prega”: Paola Ciccioli analizza i nuovi culti con una panoramica che parte dai musulmani, passa per gli ebrei, i copti, gli indù, gli ortodossi e gli evangelici. O meglio, i “pentecostali evangelici”, come vengono definiti: «… in un altro punto della città gli evangelici distribuiscono ai fedeli più indigenti sacchetti bianchi con le provviste raccolte nei supermercati dal Banco alimentare. La loro funzione, con musica, cori, «Gesù, nome al di sopra di ogni altro nome», abbracci e lacrime da trasporto mistico, è guidata dal pastore Roselen Boerner Faccio, brasiliana che dai tre seguaci del 1994 ha portato la Chiesa pentecostale evangelica milanese a 400 convinti praticanti».

È sicuramente apprezzabile che un settimanale di rilievo come Panorama dedichi spazio anche alla realtà evangelica, e di questo bisogna ringraziare l’impegno del Ministero Sabaoth, che è stato capace di guadagnarsi (e guadagnare all’ambiente) una ampia visibilità.

Viene però da chiedersi come mai i principali media, dal Corriere a Panorama, non riescano a scrollarsi di dosso la pigrizia intellettuale di un equivoco, e continuino a confondere una comunità con un intero movimento. Che può essere rappresentativo della realtà evangelica, ma non la inaugura né la conclude.

Gli evangelici – pentecostali e non – sono presenti a Milano da più di un secolo: decine di chiese, missioni, oltre a coordinamenti, strutture formative e umanitarie, case discografiche e studi di registrazione, professionisti noti e meno noti, mass media.

Per scoprirlo basterebbe aprire un elenco telefonico. O anche solo un semplice click.