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Lindsay e il pentimento mancato

Certo che come attrice non è proprio il massimo. Lindsay Lohan, ragazzina terribile dello star system americano, è finita davanti al giudice dopo essere stata pescata al volante in stato d’ebbrezza.

Non è la prima celebrità a peccare in questo senso – evidentemente sui viali di Beverly Hills guidare ubriachi va di moda quanto le sostanze stupefacenti nelle discoteche milanesi – e non è la prima a giungere davanti al giudice con l’aria contrita della ragazza redenta.

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La storia che passa

Un vecchietto trasandato cammina sotto la pioggia sulle strade di Long Branch, in New Jersey. Agli occhi di chi lo vede il suo atteggiamento è “strano” – pare che negli USA, ormai, tutti siano sospetti – e per questo chiama la polizia.

Arriva una giovane agente, gli chiede i documenti ma l’uomo non li ha, anche se si identifica senza difficoltà: «Sono Bob Dylan», deve aver detto, o qualcosa di simile.

Niente da fare: l’agente lo carica in auto e lo accompagna al suo albergo, dove «quello che credeva solo un “vecchio eccentrico” era davvero Bob Dylan».

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Il confine della coerenza

Una scuola della California «è stata denunciata dalla madre di una alunna per aver obbligato la ragazza a togliere una maglietta che raffigurava un messaggio anti-abortista».

La studentessa, tredicenne, portava una t-shirt con la scritta “growing, growing, gone”, accompagnata da tre immagini: nelle prime due «un feto ai primi stati della gravidanza», nella terza un riquadro completamente nero, a rappresentare l’interruzione di gravidanza.

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Pregiudizi alla rovescia

Due ragazze sono state cacciate dalla Luteran High School della California per “essersi comportate in modo compatibile con il lesbismo”: ad avvisare i docenti era stato un altro studente, dopo che una delle due lo aveva invitato a visitare il suo spazio Myspace, dove – a quanto pare – la ragazza enfatizzava la sua tendenza sessuale.

In seguito all’espulsione le ragazze avevano fatto ricorso, ma la Corte d’appello della California ha dato loro torto.

Da parte della scuola pare evidente che non si sia trattato di un atto di discriminazione. Come ricorda un giudice della Corte, «il messaggio religioso della scuola è strettamente legato alle sue funzioni secolari, lo scopo di mandare un ragazzo o una ragazza a un istituto religioso è di far si che impari anche i temi mondani dentro un contesto religioso». E la Lutheran High School è parte di una confessione che considera «l’omosessualità un peccato».

Mandare i propri figli in una scuola confessionale comporta il desiderio che vengano formati secondo certi parametri; la scuola è basata su certi, specifici valori, che non si può pretendere non vengano applicati.
Giusto o sbagliato si voglia considerare un rapporto omosessuale – non è di questo che si discute ora -, sarebbe successa la stessa cosa qualora uno studente avesse trasgredito altre regole, raccontando pubblicamente ed promuovendo le sue esperienze di tossicodipendente o le sue avventure sessuali prematrimoniali (immaginiamo che la Luteran High School abbia tra i suoi valori anche la castità).

La chiave della vicenda sta nel fatto che le due ragazze non sono state “sorprese”, ma hanno raccontato, forse enfatizzato, un comportamento che andava contro i principi della scuola che frequentavano. Ben consapevoli, probabilmente, delle conseguenze.

Poi si può discutere finché si vuole se sia giusto o non avere un certo credo, una certa opinione, se sia ragionevole che la Bibbia consideri peccato un certo comportamento o una certa tendenza. Se ne può discutere ma non è questo il punto, anche se, a margine di ogni vicenda simile, viene scomodato lo spettro dell’omofobia.

Il problema nasce dalla reverse discrimination, la stessa condizione in base alla quale si sospetta che il figlio di un personaggio noto sia agevolato nella sua carriera, e si pretende che non debba avere successo a prescindere dalle sue qualità.

In ogni vicenda dove entrano in gioco le tendenze sessuali, si presume ci siano pregiudizi nei confronti dei diversi, e quindi si ha buon gioco a invocare la omofobia con polemiche che però, in molti casi, sono solo strumentali e mirano a imporre – appunto – una discriminazione inversa: il diverso deve avere per forza ragione, in ogni contesto e a ogni occasione, proprio in quanto diverso. Se questo non avviene, la controparte viene liquidata come omofoba, e la vicenda diventa l’ennesimo, gonfiato caso di discriminazione.

Non va dimenticato che la Luteran High School è una scuola privata – in una scuola pubblica il discorso sarebbe stato diverso -, e si tratta di una scuola chiaramente confessionale: come ricordava il giudice, se un genitore vi iscrive i figli è perché vuole che vengano loro inculcati certi principi cristiani, specifiche conoscenze dottrinali evangeliche, strumenti per guardare il mondo circostante da una certa prospettiva.

In questo contesto la scuola si è limitata a portare avanti i propri principi con un provvedimento forse drastico ma sostanzialmente corretto, richiedendo ai suoi studenti il rispetto di un codice di comportamento. Intervenendo ha sollevato (facili) polemiche; d’altro canto se non fosse intervenuta sarebbe venuta meno ai suoi obblighi e al suo mandato.

La coperta è corta, specie per chi mal pensa.

La ragazza del fiume

«Due milioni e settecentomila spettatori: questo il numero delle persone che hanno seguito ieri sera “Chi l’ha visto“, il programma di RaiTre dedicato alle persone scomparse e agli omicidi misteriosi. Nel corso della puntata, stravolta rispetto ai piani originari a causa delle nuove rivelazioni sul caso Orlandi, Federica Sciarelli è tornata anche sulla vicenda del cadavere di donna ritrovato nel Po lo scorso 25 maggio».

Se poi non saranno stati proprio due milioni e settecentomila gli spettatori arrivati svegli fino alle 22.40 per seguire il collegamento con Milano, non importa: è già una soddisfazione che la nostra testata venga interpellata da un programma Rai come fonte autorevole in relazione a un caso che, in qualche modo, risulta legato al mondo evangelico.

Nel breve intervento in diretta ho tentato di dare un quadro quanto più ampio possibile per inquadrare correttamente il contesto evangelico ed evitare quindi che il braccialetto venga considerato come un banale feticcio; la vicenda però mi ha fatto, ancora una volta, pensare.

Nel ragionare su un paio di possibili ipotesi sul perché una ragazza trovata cadavere nel Po portasse al polso un braccialetto “evangelico”, mi sono reso conto di quanto sia semplice, tutto sommato, che casi come questo avvengano.

In una normalissima chiesa evangelica arriva un volto nuovo: è una ragazza dal passato difficile, lo testimoniano un paio di ampi e aggressivi tatuaggi – di cui uno recente – e un modo di vestire trasandato per i nostri canoni. Viene da lontano, non si è mai ambientata nella zona perché il tempo disponibile l’ha trascorso con compagnie poco raccomandabili, e per questo è rimasta straniera nella città dove, per scelta o per ventura, vive ormai da anni.

La ragazza cerca: cerca una soluzione per la sua vita, cerca una risposta. Trova la fede. O, almeno, un granello di Parola si posa nel suo cuore. Le si apre un mondo che non conosceva, fatto di amore, solidarietà, persone semplici e sincere, magari un po’ fissate ma buone, che le fanno ritrovare fiducia nel genere umano. Capisce che può farcela, e comincia timidamente – lei, piantina ancora fragile – a frequentare culti e riunioni, fermandosi volentieri a scambiare due parole, magari senza aprirsi troppo per non scoperchiare un passato che preferisce seppellire. E che invece, a breve, seppellirà lei in un sacco, prima di buttarla nel fiume.

A un certo punto questa ragazza, che si è fatta vedere in chiesa per qualche mese con ragionevole costanza e buon interesse nei confronti della fede, sparisce improvvisamente.

Cosa fa la chiesa? Forse si chiede che fine abbia fatto. Ma non va a cercarla: in fondo venire in chiesa è una scelta, e poi magari ora ne frequenta una dove si trova meglio (lei, che era sempre presente con il sorriso sincero e stupito di chi ha trovato un tesoro), o magari si è trasferita, in fondo non era del posto, e poi a chi vuoi chiedere? Sì, l’abbiamo accompagnata una volta a casa ma non sappiamo esattamente dove abiti, e magari la mettiamo in imbarazzo, disturbiamo.

Magari potrebbero farlo i giovani? Ecco, sì, qualche ragazza potrebbe “fare una visita” con la scusa di vedere come sta: ma poi si sa come finiscono le cose, talvolta è più piacevole un concerto o un’evangelizzazione, e poi come fai a giudicare, se il Signore vuole ce la farà incrociare uno di questi giorni. E comunque, sia chiaro, preghiamo sempre per coloro “che si sono allontanati”. Com’è che si chiamava, a proposito, quella ragazza che si era avvicinata alla fede per un periodo, qualche mese fa?

Naturalmente la chiesa rappresentata qui sopra non è la nostra, ci mancherebbe altro. Noi non lasceremmo mai una persona in difficoltà senza fare del nostro meglio per aiutarla. Non è nostra abitudine rassegnarci quando un’anima comincia a perdersi. Siamo pronti a collaborare con i responsabili della comunità nella cura dei più deboli, confortandoci e incoraggiandoci l’un l’altro come dice la Bibbia. Come farebbe Gesù. Già.

“Cosa farebbe Gesù”: a volte viene da pensare che quel braccialetto dovrebbero renderlo obbligatorio. Come i vaccini.

Un braccialetto senza storia

Stamattina abbiamo ricevuto una chiamata dalla redazione di Chi l’ha visto, il programma di RaiTre che si dedica a cercare le persone scomparse e dare un nome alle vittime senza volto.

Il motivo della telefonata era quantomai inusuale: venivamo contattati in relazione a un omicidio avvenuto sulle sponde del Po, dalle parti di Mantova, non lontano da quella Sermide che per decenni ha visto attivo il centro dell’Arca Teen Challenge e ancora oggi ospita il centro di riabilitazione di Remar.

Una giovane donna – «età compresa tra i 16 e i 30 anni, peso tra 50 e 55 kg, statura 1,65 m. circa, capelli biondo-rossicci», spiega il verbale riportato sul sito della trasmissione – è stata trovata senza vita il 25 maggio nel fiume; nessun documento addosso al corpo, ormai irriconoscibile.
Chi l’ha visto si è occupato del caso nella puntata di lunedì 16 giugno, mostrando le immagini di quei poveri elementi che potevano aiutare a risalire alla sua identità: qualche anello, una fedina, un paio di braccialetti e due catenine.

E poi, un elemento che ha fatto sobbalzare qualche spettatore, tanto da spingerlo a contattare la redazione per segnalare un collegamento cui nessuno era arrivato, indirizzando a noi i curatori per un tentativo quasi disperato.

Al polso della giovane, si leggeva nel verbale, era stato ritrovato «un braccialetto in tessuto intrecciato multicolore recante la sigla W.W.J.D.».

Un particolare di una certa familiarità. WWJD sta per “What would Jesus do?”, “Cosa farebbe Gesù?”, e i braccialetti di stoffa con questa sigla sono nati una decina di anni fa negli Stati Uniti per stimolare i giovani a una vita cristiana costante e coerente; con il tempo si sono diffusi tra i giovani delle chiese evangeliche di tutto il mondo occidentale e sono ormai anni che si vedono comunemente anche ai polsi dei giovani evangelici italiani.

Considerato che non sono molto diffusi fuori dalle chiese, né vengono venduti nei mercati o nei negozi comuni, è stato impossibile non fermarsi a riflettere.
Chi poteva essere quella povera ragazza?
Sappiamo che era giovane, bassa, minuta, che portava pantaloni larghi – come usano i giovani oggi – e scarpe forse troppo grandi per i suoi piedi. Immaginiamo un passato non facile, a giudicare dai tatuaggi, uno dei quali piuttosto recente e aggressivo.

Non sappiamo molto altro, e non ci basta a scoprire chi fosse, da dove venisse e dove andasse. Sappiamo che è stata uccisa e gettata nel fiume insieme al suo passato, al suo presente e a un futuro che non vivrà più.

Certo, un caso come tanti, purtroppo. Ma c’è quel braccialetto. Forse si era messa in contatto, di recente, con qualche chiesa, e qualche giovane le aveva regalato quella striscia di stoffa come promemoria per intraprendere e perseverare in una vita diversa, lontano dai pericoli.
O forse era il regalo di un’amica che aveva voluto in questo modo aiutarla a ricordare sempre che, anche nella sua esistenza burrasosa, Qualcuno poteva starle accanto.

Chissà. Chissà da dove veniva quella ragazza così disgraziata. Chissà da dove veniva quel braccialetto che mai avremmo pensato di vedere sul suo polso, e che la avrebbe accompagnata nel suo ultimo viaggio.

“Cosa farebbe Gesù”, la interrogava quel pezzo di stoffa. “Cosa farebbe Gesù”, interroga oggi noi, messi di fronte a un caso così drammatico e misterioso.