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Testi universali

«Leggere tutto il Vangelo di Matteo è uno sforzo immane…»: a dirlo al Corriere è Lucilla Morlacchi, attrice teatrale, che per la quarta volta si cimenterà nella declamazione pubblica del testo, presso il Sacro Monte di Varese.

Nelle precedenti occasioni la lettura si era svolta in un contesto più formalmente ecclesiastico, mentre stavolta la Morlacchi ripeterà l’esperienza in uno scenario naturale, e lo farà senza remore: «Per me un luogo non sacro – confida – è il luogo ideale per leggere il Vangelo. Io non ho la fede cristiana, ma avvicinandomi da non credente arrivo a dire che è il testo più universale che ci sia, concentra tutti i sentimenti».

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Anche questa è vita

Anche il XXI secolo riesce talvolta a tirar fuori storie da libro Cuore. Come quella del ragazzo di Rovereto, un diciassettenne che ha deciso di abbandonare la scuola per sostenere la famiglia dopo che il padre aveva perso il lavoro.

«La mamma ha ancora un impiego – spiega la preside dell’istituto che frequentava – e avrebbero fatto sacrifici, pur di vederlo studiare, però il ragazzo si è sentito un po’ l’uomo di famiglia, con la responsabilità di contribuire al bilancio. Un vero peccato perché era bravo, con la media del 7».

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Trattamento da vip

Che favola deve essere stato quel 26 maggio 1969 per Jerry Levitan: all’epoca era un ragazzo di 14 anni con una forte dose di inventiva, tanto da improvvisarsi giornalista e presentarsi nell’albergo del suo idolo, John Lennon. Era così convincente, nel suo travestimento, che non solo riuscì a entrare, ma Lennon gli dedicò quasi un’ora parlando della sua carriera artistica.

Il Corriere rievoca che «Mentre i giornalisti veri aspettavano fuori dalla porta della suite, John regalò al suo nuovo amico un disco, autografò la copia di «Two Virgins»… Poi lo mandò a un concerto, quella sera, al posto suo: “Date al mio amico il trattamento da vip che avreste riservato a me“, disse Lennon».

Non sappiamo se Levitan – che oggi si divide tra il suo ruolo di avvocato e impegni di attore e intrattenitore – dopo il bluff dell’intervista abbia trovato quella sera anche il coraggio di presentarsi a quel concerto, ma immaginiamo cosa possa significare trovarsi a un concerto per conto di un personaggio di quel livello: un trattamento che difficilmente si potrebbe provare altrimenti.

Al di là dell’immagine da guru che Lennon scelse nell’ultima fase della sua breve vita, e sorvolando sulla più celebre fanfaronata del personaggio («Adesso noi Beatles siamo più famosi di Gesù», disse scherzosamente nel 1966), la richiesta dell’artista nel congedare Levitan ha qualcosa di familiare.

«Date al mio amico il trattamento da vip che avreste riservato a me» è, in fondo, una buona parafrasi di quello che Gesù chiede di fare a ogni cristiano coerente. Riecheggia quella chiosa promettente e minacciosa, quel «… lo avrete fatto a me» che chiude la raccomandazione a dimostrare amore verso il bisognoso.

“Trattatelo come avreste trattato me”: come si sarebbero comportati gli organizzatori di quel concerto, se Lennon si fosse presentato? Gli avrebbero riservato la prima fila, lo avrebbero scortato al suo posto, gli avrebbero offerto tutti i comfort disponibili, si sarebbero fatti in quattro per venire incontro alle sue esigenze. In poche parole, il proverbiale trattamento da vip.

“… lo avrete fatto a me”. Superfluo chiedersi cosa faremmo se Gesù ci chiedesse un bicchere d’acqua, o qualche spicciolo per un panino: probabilmente lo accompagneremmo personalmente, ci assicureremmo che trovasse le condizioni ideali, e all’occorrenza ci impegneremmo in prima persona per garantirgliele. Anche qui, un trattamento da vip.

Non so voi, ma a me fare scivolare una moneta nel bicchiere di un indigente non è un trattamento da vip. E non lo è lo sguardo scocciato che spesso abbiamo nei confronti di chi ci chiede aiuto. Non lo è nemmeno il tentativo di evitare qualcuno che ci potrebbe chiedere aiuto per un trasloco, un passaggio, un prestito.

Trattatelo come trattereste me: nel 1969 sarebbe stato più facile – e di maggiore soddisfazione – farlo direttamente per Lennon, e oggi sarebbe più comodo e piacevole farlo direttamente per Gesù. Non è semplice stare vicino a chi soffre, a chi è in difficoltà, a chi non emana un odore gradevole. Ma siamo chiamati a farlo, e a farlo “come avreste fatto a me”.

Nel 1969 gli organizzatori di quel concerto non avrebbero mai osato screditarsi bistrattando un amico di John Lennon, quantomeno per non rischiare l’imbarazzo di vederselo comparire a metà serata e di dovergli dare improbabili spiegazioni sui perché di un tale comportamento.

Viene da chiedersi come mai invece noi, che pure consideriamo ancora Gesù Cristo più famoso – e importante – di John Lennon, ci permettiamo di deluderlo, offrendo ai suoi “amici” un trattamento diverso da quello che, certamente, riserveremmo a lui.

Chissà, forse siamo troppo sicuri che non comparirà a breve termine per chiedere spiegazioni.

Cameron e la felicità inattesa

David Cameron, leader conservatore inglese, ha perso nei giorni scorsi il figlio Ivan, sei anni, affetto da paralisi cerebrale ed epilessia.

Nel ringraziare coloro che gli sono stati vicino, ha scritto tra l’altro: «Abbiamo sempre saputo che Ivan non sarebbe vissuto per sempre, ma non ci aspettavamo di perderlo così giovane e così all’improvviso… Quando ci fu detto per la prima volta quanto fosse grave la disabilità di Ivan, pensai che avremmo sofferto dovendoci prendere cura di lui ma almeno lui avrebbe tratto beneficio dalle nostre cure. Ora che mi guardo indietro vedo che è stato tutto il contrario. È stato sempre solo lui a soffrire davvero e siamo stati noi — Sam, io, Nancy ed Elwen — a ricevere più di quanto io abbia mai creduto fosse possibile ricevere dall’amore per un ragazzo così meravigliosamente speciale e bellissimo».

Di fronte a una confidenza così sentita, suona ancora più blasfema la notizia che arriva dagli USA, secondo la quale «Una clinica della fertilità di Los Angeles, scrive il sito web della Bbc, ha iniziato a offrire la possibilità di creare bambini su misura: i genitori potranno scegliere sesso, colore degli occhi e dei capelli degli eredi. Il primo neonato su ordinazione sarà “pronto” il prossimo anno».

Sicuramente addomesticare la genetica adattandola ai nostri desideri di oggi può sembrare comodo, e forse perfino geniale. In fondo l’uomo del XXI secolo, nella sua infantilità, ha dimostrato di non saper resistere al richiamo del “tutto e subito”: si tratti di vita, morte, salute, ambiente, rapporti sociali o altro, abbraccia le scorciatoie con una superficialità sorprendente e senza curarsi per nulla delle possibili conseguenze. Salvo poi, naturalmente, recriminare contro la natura, contro Dio, contro il governo o contro qualunque cosa gli capiti a tiro.

Costruire un figlio su misura, come si fa da tempo per i cani da concorso, sarà forse anche un progresso e una soddisfazione per qualcuno. Ed è certamente vero che, per quanto la sofferenza sia parte della nostra vita, non siamo nati per soffrire.

Eppure, ripensando al dramma di David Cameron, non possiamo non concludere che la vera felicità, per un cristiano, non stia tanto nel poter decidere, quanto nel saper accettare.

Quella vita negata

Scusate se parlo di nuovo di lutti, evidentemente è un periodo un po’ così.

Ieri ho assistito a un funerale: un ragazzo di diciassette anni, mancato in seguito a una complicazione cardiaca.

Si chiamava Maurizio, e non lo conoscevo personalmente. L’ho conosciuto attraverso le parole di chi gli voleva bene: i suoi familiari, innanzitutto, e poi i compagni di scuola, gli amici, gli educatori che lo hanno seguito negli anni di oratorio.

Hanno ricordato un ragazzo pieno di vita, dolce, simpatico, di una fisicità imponente ma innocua: il classico gigante buono cui non si poteva non volere bene.

Al cimitero mi ha colpito una scena in particolare: la madre in lacrime, sola sul bordo della fossa che si andava riempiendo, quasi a voler abbracciare fino all’ultimo, anche solo con lo sguardo, il feretro del figlio.

Deve essere dura. Allevi un figlio, soffri con lui, gioisci dei suoi progressi. A diciassette anni, nel pieno dell’età, quando i progetti cominciano a farsi realtà e la sua vita sta per spiccare il volo, si conclude improvvisamente il suo percorso terreno. E tu non puoi che piangere.

Maurizio mi ha fatto riflettere. Descritto da tutti come solare e pieno di vita, mi ha fatto riflettere su quanti giovani, alla sua età, trascinano le giornate senza scopo, in compagnie balorde cimentandosi in prodezze volgari o addirittura criminali; oppure si isolano nella loro realtà virtuale, finendo per perdersi nel loro mal di vivere.

Talvolta la chiamiamo ironia della sorte: da un lato i giovani che buttano via la loro vita, fino al gesto estremo di rifiutarla definitivamente; dall’altro i loro coetanei che, anche di fronte a gravi malattie, alla sera sono soddisfatti per il fatto di aver spostato ancora una volta il confine della loro vita, guadagnando un altro giorno.

Il celebrante ha riferito che Maurizio, prima della delicata operazione cui era stato sottoposto pochi giorni prima di mancare, aveva chiesto ai medici di fare presto: «voglio tornare a scuola prima possibile», aveva detto.

Avrebbe voluto essere ancora qui: senza particolari obiettivi, solo per vivere qualche altra giornata – si vive sempre un giorno alla volta – insieme ai suoi amici, sui banchi di scuola, nella semplicità dei soliti gesti quotidiani.

Sì, sarebbe stato bello potergli concedere qualche giorno in più. E sarebbe stato bello presentarlo ai tanti che non sanno apprezzare il privilegio della vita.