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I due fronti dell’etica

Da agosto tutte le aziende dovranno adeguarsi a una normativa che, se verrà presa sul serio, provocherà più di qualche grattacapo: il testo unico 81/2008, infatti, prevede che in ogni luogo di lavoro venga effettuata una “valutazione dello stress-lavoro correlato e gli interventi per ridurne le cause”.

Se la maggior parte delle imprese si trova probabilmente in ritardo su questo versante, ce n’è una che – segnala il Gazzettino – è in anticipo di sette anni: si tratta di un’azienda vinicola di Altavilla Vicentina, dove Matteo Cielo già nel 2003 ha deciso di «misurare il grado di soddisfazione dei propri dipendenti, una trentina in tutto, sottoponendo loro dei questionari”, per capire “come vedevano l’azienda in cui lavoravano”».

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Quando il “meno male” non basta

Uno sciopero della fame per sensibilizzare i fedeli alla vita di chiesa: è stata l’idea di un parroco del trevigiano, che da domenica a mercoledì è rimasto nella sua chiesa senza mangiare, per dare una scossa a una situazione che probabilmente aveva raggiunto il livello di guardia.

Don Pellizzari ha passato le 72 ore di digiuno in compagnia di 150 fedeli che si sono alternati a fargli compagnia; ha dormito poco (in tutto otto ore) e il resto del tempo lo ha passato leggendo, pregando (era pur sempre in chiesa…) e preparando una lettera personalizzata per i giovani single 20-40enni della sua parrocchia: un messaggio appassionato, che si concludeva con l’esortazione «Vedi tu se è giunto il momento di ritornare in chiesa».

Risultato: ieri alla funzione domenicale i banchi erano gremiti, anche se – minimizza don Pellizzari – «la chiesa è così piccola che è facile riempirla». Il suo progetto, infatti, va oltre alla presenza domenicale: come riferiva al Corriere del Veneto nei giorni precedenti, “non mi aspetto grossi risultati immediati”.

E in effetti sarebbe ben triste se l’obiettivo del gesto fosse stato solo quello di richiamare in chiesa qualche persona in più per un paio di domeniche, fino a quando il clamore mediatico non si fosse spento.

Il suo scopo, invece, va più in là: i veneti, dice, «si sono impigriti, anche perché a differenza del passato la funzione domenicale non è più una scelta di massa ma personale, che induce ad andare controcorrente. E in un paese di 1500 anime differenziarsi non è facile per un giovane».

Don Pellizzari prende atto di come la partecipazione sia non sia più “una scelta di massa ma personale”. È una tendenza che va avanti ormai da cinquant’anni: se una volta si contavano e additavano i “senzadio” che alla domenica disertavano le funzioni, oggi è il contrario. Un bene? Un male?

La verità, inevitabilmente, sta nel mezzo. Proprio come quando qualcuno, forse dopo un ragionamento un po’ superficiale, di fronte all’esclamazione “Non c’è più religione” risponde “Meno male”.

La religione non è il male assoluto. Anzi, per certi versi le deve venir riconosciuta una funzione positiva anche da parte di chi la contrappone al rapporto personale con Dio.

È infatti vero che siamo chiamati a un impegno cristiano personale e coerente, ma è altrettanto vero che per chi non intende seguire questa strada, la “religione” – intesa come insieme di regole, indicazioni, principi di ispirazione biblica – è stata per generazioni un punto di riferimento.

Volenti o nolenti proprio quella religione, rappresentata anche dalla partecipazione formale – certamente un po’ ipocrita – a una riunione domenicale, ha favorito la conoscenza, se non il rispetto, di una moralità che invece oggi, in tempi di relativismo e di superficiali “meno male”, abbiamo definitivamente perso di vista: non c’è più religione, né sembra siamo in grado di comunicare quei principi in altre forme con altrettanta efficacia.

E allora sì, ben venga la “scelta personale” e non più “di massa”, che evita inutili formalismi e false illusioni e riscopre il cuore del messaggio evangelico. Nella speranza, però, che questa rinnovata consapevolezza personale possa allargarsi, se non alla massa, comunque a un numero sempre maggiore di persone, attraverso la testimonianza cristiana coerente e costante di chi crede davvero.

Solo quando i cristiani – i veri cristiani – si saranno fatti rispettare come un punto di riferimento credibile per la società, la religione non servirà davvero più. E potremo esclamare tutti insieme con sollievo “meno male”.

Quando il "meno male" non basta

Uno sciopero della fame per sensibilizzare i fedeli alla vita di chiesa: è stata l’idea di un parroco del trevigiano, che da domenica a mercoledì è rimasto nella sua chiesa senza mangiare, per dare una scossa a una situazione che probabilmente aveva raggiunto il livello di guardia.

Don Pellizzari ha passato le 72 ore di digiuno in compagnia di 150 fedeli che si sono alternati a fargli compagnia; ha dormito poco (in tutto otto ore) e il resto del tempo lo ha passato leggendo, pregando (era pur sempre in chiesa…) e preparando una lettera personalizzata per i giovani single 20-40enni della sua parrocchia: un messaggio appassionato, che si concludeva con l’esortazione «Vedi tu se è giunto il momento di ritornare in chiesa».

Risultato: ieri alla funzione domenicale i banchi erano gremiti, anche se – minimizza don Pellizzari – «la chiesa è così piccola che è facile riempirla». Il suo progetto, infatti, va oltre alla presenza domenicale: come riferiva al Corriere del Veneto nei giorni precedenti, “non mi aspetto grossi risultati immediati”.

E in effetti sarebbe ben triste se l’obiettivo del gesto fosse stato solo quello di richiamare in chiesa qualche persona in più per un paio di domeniche, fino a quando il clamore mediatico non si fosse spento.

Il suo scopo, invece, va più in là: i veneti, dice, «si sono impigriti, anche perché a differenza del passato la funzione domenicale non è più una scelta di massa ma personale, che induce ad andare controcorrente. E in un paese di 1500 anime differenziarsi non è facile per un giovane».

Don Pellizzari prende atto di come la partecipazione sia non sia più “una scelta di massa ma personale”. È una tendenza che va avanti ormai da cinquant’anni: se una volta si contavano e additavano i “senzadio” che alla domenica disertavano le funzioni, oggi è il contrario. Un bene? Un male?

La verità, inevitabilmente, sta nel mezzo. Proprio come quando qualcuno, forse dopo un ragionamento un po’ superficiale, di fronte all’esclamazione “Non c’è più religione” risponde “Meno male”.

La religione non è il male assoluto. Anzi, per certi versi le deve venir riconosciuta una funzione positiva anche da parte di chi la contrappone al rapporto personale con Dio.

È infatti vero che siamo chiamati a un impegno cristiano personale e coerente, ma è altrettanto vero che per chi non intende seguire questa strada, la “religione” – intesa come insieme di regole, indicazioni, principi di ispirazione biblica – è stata per generazioni un punto di riferimento.

Volenti o nolenti proprio quella religione, rappresentata anche dalla partecipazione formale – certamente un po’ ipocrita – a una riunione domenicale, ha favorito la conoscenza, se non il rispetto, di una moralità che invece oggi, in tempi di relativismo e di superficiali “meno male”, abbiamo definitivamente perso di vista: non c’è più religione, né sembra siamo in grado di comunicare quei principi in altre forme con altrettanta efficacia.

E allora sì, ben venga la “scelta personale” e non più “di massa”, che evita inutili formalismi e false illusioni e riscopre il cuore del messaggio evangelico. Nella speranza, però, che questa rinnovata consapevolezza personale possa allargarsi, se non alla massa, comunque a un numero sempre maggiore di persone, attraverso la testimonianza cristiana coerente e costante di chi crede davvero.

Solo quando i cristiani – i veri cristiani – si saranno fatti rispettare come un punto di riferimento credibile per la società, la religione non servirà davvero più. E potremo esclamare tutti insieme con sollievo “meno male”.

Quell'occasione chiamata tecnologia

Il 31 marzo 1949 una piccola rivoluzione aspettava il mondo ancora dolorante dopo i drammi della seconda guerra mondiale.

C’era bisogno di riprendersi, di tirarsi su, e anche di ritrovare un po’ di serenità: le case discografiche si resero conto che era necessario modernizzare la musica, rendendola una compagna di viaggio in una società dove la mobilità stava diventando un must.

Così sessant’anni fa usciva il primo 45 giri. Più solido e maneggevole del 78 giri, cambiò per sempre la fruizione della musica, rendendola qualcosa di quotidiano, vicino, facilmente utilizzabile.

Nel leggere la notizia sorge spontanea una riflessione su come anche le rivoluzioni più radicali sono destinate a venire sorpassate, e anche la tecnologia più all’avanguardia diventerà un’anticaglia buona per un numero di appassionati sempre più ristretto.

Un disco dal diametro di una ventina di centimetri sarà sembrato ai nostri genitori e nonni un’innovazione clamorosa rispetto al padellone a 78 giri: nessuno avrebbe mai potuto pensare che, quindici anni dopo, sarebbe arrivata la musicassetta, solida e resistente agli urti, dove il nastro magnetico permetteva un ascolto di durata più ampia e meno compromesso dai sobbalzi dell’auto; un supporto che, oltretutto, avrebbe permesso l’ascolto non solo in auto o durante i pic nic al parco, ma perfino camminando per la strada o praticando sport.

Una meraviglia della tecnica che però avrebbe ceduto il passo, nei primi anni Ottanta, a un supporto chiamato compact disc, destinato a risultare ancora più solido (“indistruttibile”, esageravano i venditori) e più notevolmente fedele nella riproduzione del suono.

All’epoca, come per ogni passo avanti, nessuno avrebbe potuto immaginare gli ulteriori sviluppi: soprattutto nessuno di noi avrebbe pensato che il futuro, vent’anni dopo, avrebbe permesso di arrivare alla musica senza supporto fisico, fatta di impulsi elettronici e per questo completamente diversa da ogni precedente soluzione.

Curiosamente, nel mio archivio, un’opera ha attraversato indenne tutti i passaggi: la Nona sinfonia di Beethoven diretta da Herbert von Karajan. La possiedo su 33 giri, su cassetta, su cd e, ora, in digitale.

L’opera, va da sé, è sempre la stessa: stesso autore, stesso direttore, perfino stessa orchestra. Cambia il supporto, e con il supporto la resa. Ma anche la fruibilità. Il 33 giri offre sfumature che un cd non può proporre; la cassetta, con i suoi limiti che indignano l’orecchio fine dei puristi può garantire un ascolto più ampio, mentre il digitale, così pratico e diffuso, non avrà la qualità di un 33 giri né di un cd, ma permette una diffusione semplice, rapida, fedele.

Mi sono ritrovato a constatare che, per la diffusione del vangelo, vale lo stesso ragionamento.

C’è chi considera indispensabile parlare come si usava sessant’anni fa, e usare traduzioni dell’epoca: sono più fedeli, ma inevitabilmente la diffusione del messaggio ne risente.

C’è chi, all’estremo opposto, non vuole rinunciare agli strumenti più moderni per comunicare il messaggio della salvezza: la completezza del messaggio forse lascerà a desiderare, ma di converso avrà un’immediatezza e una rapidità che gli altri mezzi non permettono.

C’è chi si è affezionato a strumenti antichi – volantini, predicazioni in piazza – e traduzioni datate, e si ritrova nel ruolo di quei collezionisti che tutti apprezzano per il loro purismo, pochi capiscono e pochissimi condividono nel loro puntiglio.

Forse quindi la storia del 45 giri e dei suoi successori rende l’idea di quale debba essere il nostro approccio nei confronti della chiamata cristiana.

Se vogliamo essere testimoni di Cristo nel nostro tempo dobbiamo rimanere fedeli al messaggio del vangelo, mantenendo l’elasticità necessaria ad adottare, di volta in volta, la forma, il metodo, il sistema più adatto al contesto in cui ci troviamo.

Ci sono situazioni in cui è necessaria una maggiore chiarezza, magari a discapito della completezza; o una maggiore precisione, anche tralasciando per un momento il quadro generale. Sta a noi cercare la luce ed esercitare l’intelligenza che Dio ci ha donato, per capire di volta in volta quali strumenti usare, e comprendere quando e come esprimerci.

Quell’occasione chiamata tecnologia

Il 31 marzo 1949 una piccola rivoluzione aspettava il mondo ancora dolorante dopo i drammi della seconda guerra mondiale.

C’era bisogno di riprendersi, di tirarsi su, e anche di ritrovare un po’ di serenità: le case discografiche si resero conto che era necessario modernizzare la musica, rendendola una compagna di viaggio in una società dove la mobilità stava diventando un must.

Così sessant’anni fa usciva il primo 45 giri. Più solido e maneggevole del 78 giri, cambiò per sempre la fruizione della musica, rendendola qualcosa di quotidiano, vicino, facilmente utilizzabile.

Nel leggere la notizia sorge spontanea una riflessione su come anche le rivoluzioni più radicali sono destinate a venire sorpassate, e anche la tecnologia più all’avanguardia diventerà un’anticaglia buona per un numero di appassionati sempre più ristretto.

Un disco dal diametro di una ventina di centimetri sarà sembrato ai nostri genitori e nonni un’innovazione clamorosa rispetto al padellone a 78 giri: nessuno avrebbe mai potuto pensare che, quindici anni dopo, sarebbe arrivata la musicassetta, solida e resistente agli urti, dove il nastro magnetico permetteva un ascolto di durata più ampia e meno compromesso dai sobbalzi dell’auto; un supporto che, oltretutto, avrebbe permesso l’ascolto non solo in auto o durante i pic nic al parco, ma perfino camminando per la strada o praticando sport.

Una meraviglia della tecnica che però avrebbe ceduto il passo, nei primi anni Ottanta, a un supporto chiamato compact disc, destinato a risultare ancora più solido (“indistruttibile”, esageravano i venditori) e più notevolmente fedele nella riproduzione del suono.

All’epoca, come per ogni passo avanti, nessuno avrebbe potuto immaginare gli ulteriori sviluppi: soprattutto nessuno di noi avrebbe pensato che il futuro, vent’anni dopo, avrebbe permesso di arrivare alla musica senza supporto fisico, fatta di impulsi elettronici e per questo completamente diversa da ogni precedente soluzione.

Curiosamente, nel mio archivio, un’opera ha attraversato indenne tutti i passaggi: la Nona sinfonia di Beethoven diretta da Herbert von Karajan. La possiedo su 33 giri, su cassetta, su cd e, ora, in digitale.

L’opera, va da sé, è sempre la stessa: stesso autore, stesso direttore, perfino stessa orchestra. Cambia il supporto, e con il supporto la resa. Ma anche la fruibilità. Il 33 giri offre sfumature che un cd non può proporre; la cassetta, con i suoi limiti che indignano l’orecchio fine dei puristi può garantire un ascolto più ampio, mentre il digitale, così pratico e diffuso, non avrà la qualità di un 33 giri né di un cd, ma permette una diffusione semplice, rapida, fedele.

Mi sono ritrovato a constatare che, per la diffusione del vangelo, vale lo stesso ragionamento.

C’è chi considera indispensabile parlare come si usava sessant’anni fa, e usare traduzioni dell’epoca: sono più fedeli, ma inevitabilmente la diffusione del messaggio ne risente.

C’è chi, all’estremo opposto, non vuole rinunciare agli strumenti più moderni per comunicare il messaggio della salvezza: la completezza del messaggio forse lascerà a desiderare, ma di converso avrà un’immediatezza e una rapidità che gli altri mezzi non permettono.

C’è chi si è affezionato a strumenti antichi – volantini, predicazioni in piazza – e traduzioni datate, e si ritrova nel ruolo di quei collezionisti che tutti apprezzano per il loro purismo, pochi capiscono e pochissimi condividono nel loro puntiglio.

Forse quindi la storia del 45 giri e dei suoi successori rende l’idea di quale debba essere il nostro approccio nei confronti della chiamata cristiana.

Se vogliamo essere testimoni di Cristo nel nostro tempo dobbiamo rimanere fedeli al messaggio del vangelo, mantenendo l’elasticità necessaria ad adottare, di volta in volta, la forma, il metodo, il sistema più adatto al contesto in cui ci troviamo.

Ci sono situazioni in cui è necessaria una maggiore chiarezza, magari a discapito della completezza; o una maggiore precisione, anche tralasciando per un momento il quadro generale. Sta a noi cercare la luce ed esercitare l’intelligenza che Dio ci ha donato, per capire di volta in volta quali strumenti usare, e comprendere quando e come esprimerci.