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Il natale che non è

La migliore riflessione relativa a questo natale probabilmente l’ha scritta Claudio Magris, intellettuale laico, che lunedì 21 sul Corriere rifletteva su “Il natale e l’obbligo della felicità” (l’intervento completo è qui).

«A Lima – scrive Magris -, negli ultimi anni, durante la settimana di Natale la percentuale dei suicidi aumenta del 35%… Natale è una celebrazione degli affetti familiari, di una raccolta felicità, e chi se ne sente privo o povero ne soffre certo sempre, ma particolarmente in quei giorni. Giorni in cui si ostenta quel calore che gli manca e la cui mancanza si fa più acuta e talora insostenibile. Quel 35 per cento in più di morti disperati pesa come un dies irae».

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Contrappasso natalizio

Se esistesse un premio per il comportamento più laico dell’anno, la scuola elementare Manzoni di Cremona avrebbe buone chance di vincerlo: da diversi anni ha sostituito i festeggiamenti dell’aborrito natale con una più asettica “festa delle luci”, una celebrazione neutrale «per non urtare le altre culture».

Per carità, nessuno dica agli illuminati (mai termine fu più calzante) insegnanti che la definizione scelta non è proprio così equidistante: la “festa delle luci”, nota anche come hannukka, è da secoli una celebrazione ebraica che, guarda il caso, si celebra proprio in questi giorni.

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Giovani di ritorno

Famiglia Cristiana questa settimana dedica un servizio a un interessante fenomeno: si parla delle “sempre più numerose coppie di anziani che si dedicano al volontariato”.

Il titolo è accattivante: “Il pensionato va in missione. Dopo una vita intera dedicata al lavoro, ai figli e ai nipoti, prendono il largo in spirito evangelico e vanno ovunque ci sia bisogno di loro. Magari per aiutare preti amici”.

Si racconta la storia di due “ottantacinquenni, ingegnere elettronico lui, architetto lei, 57 anni di matrimonio, quattro figli e 12 nipoti. Questa coppia ha conservato uno spirito così giovanile da essere stata di recente due volte in Ruanda“.

E poi c’è il 65.enne che racconta: «Sulla soglia della pensione, dopo una vita lavorativa intensa, con un gruppo di amici ci siamo chiesti: “E adesso cosa facciamo?”. Abituati a girare il mondo per lavoro, abbiamo continuato a farlo a nostre spese per gratuità, senza inventarci niente, solo rispondendo ai bisogni che ci siamo trovati davanti».

L’ex direttore della Sea, «da sempre impegnato nella sua società a ottenere spedizioni a costo zero di generi di prima necessità in Kazakhstan, oggi che è in pensione ha “adottato”, insieme all’amico Scarfone, una trentina di giovani kazaki, organizzando corsi in Italia per manager, così da favorire poi la nascita di un’imprenditorialità locale».

E poi un ex dirigente HP, che sta portando avanti progetti «fuori dagli schemi e riflettono l’imprevedibilità della vita e degli incontri: una scuola in Cile per 150 ragazzi disabili, corsi professionali alla periferia di Nairobi, la clinica per malati terminali».

Infine un ex amministratore delegato che spiega come «L’opera che più mi ha entusiasmato è stata in Uganda, dove siamo riusciti a collegare in rete 46 centri medici sparsi in tutto il Paese con l’ospedale centrale di Kampala».

Insomma: anziani, ma per niente fuori dai giochi. Persone che hanno visto il ritiro dalla scena lavorativa come una nuova sfida, e non come una sconfitta.

Nessun sintomo di depressione, ma tante energie e il desiderio di spenderle nel modo migliore: mettendo a disposizione i propri talenti di amminsitratori, le proprie competenze, i propri ex contatti professionali in maniera disinteressata per il bene degli altri.

Quant’è diversa l’immagine di questi giovani di ritorno da quella del classico pensionato disteso sul divano, che macina talk show e reality, chiama per nome i conduttori, si appassiona alle gesta dei corteggiatori televisivi, si commuove di fronte alle lacrime preconfezionate dei postini catodici.

Temiamo di conoscerne più di qualcuno, purtroppo. E allora vorremmo proporre un ulteriore impegno a chi ha saputo mettere la propria vita post-lavorativa al servizio degli altri: non limitatevi ad aiutare chi ha bisogno, ma siate testimoni di ciò che si può fare a fine carriera; raccontate sogni e opportunità ai tanti pensionati che tirano sera senza uno scopo.

Date una vera speranza a quanti vedono in una chiave egoistica e limitata il loro “meritato riposo”.

Fatelo, per favore, e non sentitevi sminuiti: anche questo, in fondo, è dare al prossimo un futuro migliore.

Regali inaspettati

Mette una certa tristezza leggere su Repubblica che sarà il natale dei regali low cost. I negozi “tutto a un euro” hanno avuto un’impennata di vendite del 20%: non li frequentano più solo ragazzi, pensionati e badanti, ossia persone con un borsellino limitato, ma anche coloro che in passato mai avrebbero pensato di entrarci, e perfino aziende, che cercano qualche prodotto dignitoso ma non dispendioso per i regali a clienti e dipendenti.

Gli articoli sul binomio natale&crisi compaiono in realtà già da un mese sui quotidiani, tanto da far sospettare che sia un nuovo luogo comune del giornalismo, versione aggiornata dei servizi che fino agli anni Novanta andavano in onda a natale ricordando la malinconica festa di quanti erano rimasti senza lavoro proprio alla vigilia delle feste per la chiusura improvvisa di qualche azienda.

Eppure forse la crisi di questo natale 2008 potrebbe essere salutare. Chissà: magari, più che un male, si potrebbe rivelare una cura: la cura a un consumismo esagerato che bene o male ha contagiato tutti, e negli ultimi anni ci ha fatto perdere tempo e serenità alla ricerca del regalo perfetto; la cura a una visione materialista della festa, dove quel che si dà conta più di quel che si è; la cura a una prospettiva distorta, che ci fa vedere il regalo come il massimo che possiamo offrire ai nostri familiari; la cura a un dono che ormai sostituisce la nostra presenza e il nostro impegno verso gli altri.

Chissà che la crisi non ci offra finalmente la possibilità di rivalutare ciò che più conta: il nostro cuore, la nostra presenza, la nostra attenzione nei confronti delle persone care. Perché nessun regalo ha mai potuto né potrà compensare l’abbandono, l’assenza, il disinteresse.

E allora, complice la crisi, approfittiamo di questo natale povero per dare noi stessi a chi amiamo. Sarà un regalo economico per noi, ma utile e apprezzato per chi lo riceverà. Una vera sorpresa.

C'è chi dice sì

Le feste stanno per arrivare, e ognuno si prepara secondo la propria inclinazione e la propria coscienza: c’è chi dice “natale” e pensa a luci, alberi, regali; chi all’intimità (o all’allegra confusione) di una giornata in famiglia; chi a  concerti ed evangelizzazioni; chi alla serenità di letture, riflessioni, ritiri spirituali.

C’è anche chi riesce a distogliere lo sguardo da se stesso e si concentra sugli altri: è raro, ma capita.
A testimoniarlo c’è una lettera che ci è giunta in redazione in questi giorni:

Buongiorno,

vi scrivo per avere alcune informazioni.
Vorrei passare un Natale speciale, vorrei fare volontariato aiutando le persone.

Per questo vi scrivo, mi piacerebbe sapere se potreste indicarmi qualche opera di aiuto (bambini, anziani, mense per poveri, ragazzi down…), dove poter aiutare le persone a passare un Natale migliore, e soprattutto portare la PAROLA DI DIO.

Vi ringrazio anticipatamente per l’attenzione prestatami,

DIO VI BENEDICA

sono lettere di persone semplici, sconosciute, ma che denotano un grande cuore.Lettere rare, ma che non passano inosservate.
Lettere che mettono noi per primi a confronto con la nostra ordinarietà, la limitatezza dei nostri orizzonti, la pochezza dei nostri programmi.

Spesso “le feste”, circonlocuzione che normalmente si usa per evitare un termine cui molti cristiani sembrano allergici, sono un’occasione sprecata. L’alibi di una festa che non celebriamo ci autorizza, nella nostra logica limitata, a smarcarci da qualsiasi impegno legato al periodo: pensiamo che qualunque riferimento alla festa suonerebbe troppo carnale per costruirci sopra un’occasione di testimonianza cristiana.

Peccato che la Bibbia, pur senza parlare del 25 dicembre, ci dica esattamente il contrario. Ci dice di cogliere tutte le occasioni.  Di approfittare di ogni opportunità. Ci dice di farci greci con i greci e giudei con i giudei per raggiungerli con il messaggio di speranza contenuto nel vangelo.

C’è chi dice no. Ma, grazie a Dio, c’è anche chi dice sì. Chi non si preoccupa di una data, ma dell’amore che può donare. Chi non si lascia turbare da quel che pensano gli altri, e desidera solo comunicare la gioia della propria fede anche a fine dicembre, a prescindere da ogni considerazione ulteriore. Chi desidera utilizzare quella manciata di giorni festivi per far felici anche altri, e non solo la propria famiglia.

Di fronte a questi esempi di altruismo cristiano ci sentiamo piccoli. Ed è un bene, se ci aiuta a crescere.

God bless you, merry gentleman.

C’è chi dice sì

Le feste stanno per arrivare, e ognuno si prepara secondo la propria inclinazione e la propria coscienza: c’è chi dice “natale” e pensa a luci, alberi, regali; chi all’intimità (o all’allegra confusione) di una giornata in famiglia; chi a  concerti ed evangelizzazioni; chi alla serenità di letture, riflessioni, ritiri spirituali.

C’è anche chi riesce a distogliere lo sguardo da se stesso e si concentra sugli altri: è raro, ma capita.
A testimoniarlo c’è una lettera che ci è giunta in redazione in questi giorni:

Buongiorno,

vi scrivo per avere alcune informazioni.
Vorrei passare un Natale speciale, vorrei fare volontariato aiutando le persone.

Per questo vi scrivo, mi piacerebbe sapere se potreste indicarmi qualche opera di aiuto (bambini, anziani, mense per poveri, ragazzi down…), dove poter aiutare le persone a passare un Natale migliore, e soprattutto portare la PAROLA DI DIO.

Vi ringrazio anticipatamente per l’attenzione prestatami,

DIO VI BENEDICA

sono lettere di persone semplici, sconosciute, ma che denotano un grande cuore.Lettere rare, ma che non passano inosservate.
Lettere che mettono noi per primi a confronto con la nostra ordinarietà, la limitatezza dei nostri orizzonti, la pochezza dei nostri programmi.

Spesso “le feste”, circonlocuzione che normalmente si usa per evitare un termine cui molti cristiani sembrano allergici, sono un’occasione sprecata. L’alibi di una festa che non celebriamo ci autorizza, nella nostra logica limitata, a smarcarci da qualsiasi impegno legato al periodo: pensiamo che qualunque riferimento alla festa suonerebbe troppo carnale per costruirci sopra un’occasione di testimonianza cristiana.

Peccato che la Bibbia, pur senza parlare del 25 dicembre, ci dica esattamente il contrario. Ci dice di cogliere tutte le occasioni.  Di approfittare di ogni opportunità. Ci dice di farci greci con i greci e giudei con i giudei per raggiungerli con il messaggio di speranza contenuto nel vangelo.

C’è chi dice no. Ma, grazie a Dio, c’è anche chi dice sì. Chi non si preoccupa di una data, ma dell’amore che può donare. Chi non si lascia turbare da quel che pensano gli altri, e desidera solo comunicare la gioia della propria fede anche a fine dicembre, a prescindere da ogni considerazione ulteriore. Chi desidera utilizzare quella manciata di giorni festivi per far felici anche altri, e non solo la propria famiglia.

Di fronte a questi esempi di altruismo cristiano ci sentiamo piccoli. Ed è un bene, se ci aiuta a crescere.

God bless you, merry gentleman.

Quell'ora in più

Nella notte tra sabato e domenica torna l’ora solare. Non è una notizia, certo, anche se a qualcuno tornerà comodo sentirselo ripetere: il cambio dell’ora, d’altronde, non è qualcosa di naturale, per cui il rischio è sempre di dimenticarsene.

Onde evitare l’atroce dilemma che ne segue, chiariamo anche che le lancette andranno spostate indietro di un’ora: di conseguenza si dormirà un’ora di più, e ai primi appuntamenti della giornata si rischierà di arrivare in anticipo, anziché in ritardo.

In questa occasione i telegiornali hanno la curiosa abitudine di ricordare che “dormiremo un’ora di più recuperando, l’ora di sonno persa a fine marzo per il passaggio all’ora legale”

Naturalmente i nostri ritmi biologici non sono in grado di percepire un’ora recuperata a sei mesi di distanza, e piuttosto risentiranno inizialmente di quel fastidioso disorientamento da jet-lag che sempre più persone accusano.

Il nostro fisico, quindi, non tirerà un sospiro di sollievo per l’ora recuperata; tuttavia quell’ora in più, domenica, la sentiremo. La giornata sembrerà piacevomente lunga, percepiremo quell’ora aggiuntiva con lo stupore di chi – soffocato dai ritmi urbani, tra lavoro, televisione, impegni familiari di vario genere – si ritrova normalmente a dire “sono già le sei”, piuttosto che “sono ancora le sei”.

E allora, non sprechiamo questa occasione: godiamoci questa lunga domenica. Approfittiamo per prendere con più calma ogni singola fase della giornata: il risveglio, la lettura, la riflessione, la guida, il pranzo e così via.

L’ora guadagnata sarà veramente tale se saremo in grado di prendere una manciata di minuti in più per ogni occupazione, rilassando i tempi e, di conseguenza, noi stessi.

Sarebbe triste sprecare questa “ora in più” correndo come al solito, per passare poi un’ora di troppo davanti alla televisione, alla sera, in attesa della cena.

Da lunedì ci sveglieremo con un pallido sole e farà buio già a metà pomeriggio: giornate sempre più corte accompagneranno i nostri orari, figli di un secolo da vivere di corsa. Da lunedì, come prima e più di prima, sarà una conquista quotidiana ritagliarsi quel brandello di tempo dedicato alla spiritualità.

Ma lunedì è ancora lontano. Approfittiamo di questo regalo, e godiamoci nella maniera più opportuna quest’ora in più.

Quell’ora in più

Nella notte tra sabato e domenica torna l’ora solare. Non è una notizia, certo, anche se a qualcuno tornerà comodo sentirselo ripetere: il cambio dell’ora, d’altronde, non è qualcosa di naturale, per cui il rischio è sempre di dimenticarsene.

Onde evitare l’atroce dilemma che ne segue, chiariamo anche che le lancette andranno spostate indietro di un’ora: di conseguenza si dormirà un’ora di più, e ai primi appuntamenti della giornata si rischierà di arrivare in anticipo, anziché in ritardo.

In questa occasione i telegiornali hanno la curiosa abitudine di ricordare che “dormiremo un’ora di più recuperando, l’ora di sonno persa a fine marzo per il passaggio all’ora legale”

Naturalmente i nostri ritmi biologici non sono in grado di percepire un’ora recuperata a sei mesi di distanza, e piuttosto risentiranno inizialmente di quel fastidioso disorientamento da jet-lag che sempre più persone accusano.

Il nostro fisico, quindi, non tirerà un sospiro di sollievo per l’ora recuperata; tuttavia quell’ora in più, domenica, la sentiremo. La giornata sembrerà piacevomente lunga, percepiremo quell’ora aggiuntiva con lo stupore di chi – soffocato dai ritmi urbani, tra lavoro, televisione, impegni familiari di vario genere – si ritrova normalmente a dire “sono già le sei”, piuttosto che “sono ancora le sei”.

E allora, non sprechiamo questa occasione: godiamoci questa lunga domenica. Approfittiamo per prendere con più calma ogni singola fase della giornata: il risveglio, la lettura, la riflessione, la guida, il pranzo e così via.

L’ora guadagnata sarà veramente tale se saremo in grado di prendere una manciata di minuti in più per ogni occupazione, rilassando i tempi e, di conseguenza, noi stessi.

Sarebbe triste sprecare questa “ora in più” correndo come al solito, per passare poi un’ora di troppo davanti alla televisione, alla sera, in attesa della cena.

Da lunedì ci sveglieremo con un pallido sole e farà buio già a metà pomeriggio: giornate sempre più corte accompagneranno i nostri orari, figli di un secolo da vivere di corsa. Da lunedì, come prima e più di prima, sarà una conquista quotidiana ritagliarsi quel brandello di tempo dedicato alla spiritualità.

Ma lunedì è ancora lontano. Approfittiamo di questo regalo, e godiamoci nella maniera più opportuna quest’ora in più.