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Un atollo di infelicità

I media avevano dipinto Ben Southall, assistente sociale britannico, come l’uomo più fortunato del pianeta. Alcuni mesi fa, prevalendo tra 34 mila candidati, si era guadagnato “il lavoro più bello del mondo”: sei mesi come ospite su un atollo australiano, la classica incantevole isola deserta, con l’unico impegno di promuovere la località in chiave turistica attraverso il web, a fronte di un compenso di 85 mila euro.

Quando la notizia ha fatto il giro del mondo, lo hanno invidiato un po’ tutti: sei mesi di puro relax da trascorrere tra giornate su spiagge da sogno, notti in una villa da due milioni e mezzo di euro, campo da golf per battere la noia. E una paga da favola (oltre 14 mila euro al mese).

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Il tempo che conta

Difendere il tempo libero: un’esigenza sempre più sentita nelle società occidentali, dove sembra che il tempo (libero o occupato, a prescindere) non basti mai.

Il presidente Clinton, già nel 1999, aveva istituito una commissione per esaminare il fenomeno della “time poverty”; oggi è una ricerca diretta da Robert Goodin e intitolata “Discretionary time” a fare il punto della situazione sulla “time pressure”.

Gli studiosi inglesi si sono impegnati a cronometrare le giornate-tipo dei loro connazionali, individuando tre macrocategorie: il tempo dedicato al lavoro, il tempo dedicato alla casa (e alla famiglia), il tempo dedicato alla cura della propria persona.

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La vacanza ai tempi della crisi

«Record di italiani in vacanza (15 milioni) e per un periodo più lungo (mediamente 11 giorni, 2 in più rispetto all’anno scorso)»: così scrive Nino Materi sul Giornale.

Pare infatti che, dai primi dati, anche quest’anno la villeggiatura registri un +5%: una tendenza che prosegue dal 2006. Se sono veri i dati commentati dal Giornale, c’è davvero da chiedersi dove sia la crisi.

Naturalmente, a margine delle statistiche, non mancano coloro che anche quest’anno non andranno in vacanza per problemi economici, o le famiglie che limiteranno al minimo le giornate fuori casa, magari avvalendosi della benevolenza di parenti che vivono in zone di vacanza.

Proprio qualche giorno fa una lettrice segnalava che numerose famiglie avevano deciso di non inviare i figli al campo estivo organizzato dalla loro chiesa: per nove giorni erano stati chiesti 235 euro a bambino, ma si sono tutti lamentati che la cifra era troppo alta.

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Benedetti imprevisti

Com’è strana la vita. Ricorderemo il 2008 anche (o soprattutto?) per le immagini della drammatica crisi economica scoppiata negli USA: giovani yuppies escono mestamente, con uno scatolone in mano, da aziende che fino a poche settimane prima sembravano solidissime, e che in pochi giorni sono crollate miseramente lasciando sgomenti investitori e dipendenti.

Una consolazione per questi giovani rampanti è che negli USA la flessibilità nel mondo del lavoro è qualcosa di serio, non come da noi: chi è valido trova presto un nuovo posto, e riprende il discorso con nuove prospettive.

Di fronte a un trauma come quelli recenti, più di qualcuno ha pensato di cambiare vita. Panorama, per esempio, racconta la vicenda di Victor Miller, un credente evangelico impegnato come analista finanziario del settore dei media presso la Bear Stearns: quando ha perso il lavoro ha deciso «di farsi guidare dalla fede»: è diventato uno dei responsabili di GodTube, definito come «una sorta di YouTube del mondo cristiano».

«La fine della Bear Stearns – ha dichiarato – è stata come un lungo funerale, ma ogni perdita nasconde un’opportunità: per me si tratta della possibilità di conciliare le mie competenze lavorative con la mia fede cristiana».

E allora viene da pensare. Viene da pensare come troppi cristiani, anche coerenti nella loro vita di fede, non trovino il tempo di mettere le proprie competenze al servizio di Dio. Probabilmente vorrebbero, magari per qualcuno “sarebbe un sogno” poterlo fare.

Si sa, un professionista lavora 18 ore al giorno e poi c’è la famiglia, la vita di chiesa, un po’ di relax. Dove trovare il tempo per rendersi utili in base alle proprie competenze?

Eppure ce ne sarebbe bisogno. Eccome: sarebbe stato bello, in occasione di questa tempesta finanziaria, un commento stilato da qualche broker con un’etica evangelica, capace di spiegarci non solo come siamo arrivati fin qui, ma come possiamo uscirne cristianamente.

Sarebbe stato interessante, di fronte alle polemiche su staminali, morte assistita, testamento biologico, sentire una voce cristiana autorevole diversa, capace di dare una prospettiva evangelica su temi che ci coinvolgono, ci interrogano, ci lasciano perplessi.

Sarebbe stato interessante trovare professionisti validi, capaci di interpretare e presentare al meglio l’impegno di tante realtà evangeliche italiane, che per ingenuità o inconsapevolezza non sanno valorizzare il proprio lavoro.

Sarebbe stato interessante vedere un’azione comune, forte, mirata degli atleti cristiani per dare una risposta efficace alle tante domande esistenziali, morali, umane dei loro giovanissimi fan.

Sarebbe stato interessante questo, e molto altro. Eppure siamo tutti troppo impegnati.

Non possiamo farcene una colpa, è la vita: quella stessa vita che, ogni tanto, con un colpo di mano imprevisto ci lascia spiazzati, soli, improvvisamente liberi.

Liberi di scegliere se disperarci per quel che abbiamo perso, recriminando verso Colui cui dobbiamo tutto, oppure cogliere l’opportunità e mettere finalmente a disposizione degli altri i nostri talenti per creare un nuovo valore: un valore non soggetto ai rovesci della Borsa.

Un valore stabile. Anzi, in costante crescita.

Parentesi estive

La Stampa di oggi, citando il poco noto mensile Outside, individua quattro tipi di vacanziero. Si riferisce ai manager, ma in realtà le categorie possono essere applicate a qualsiasi persona che viva nel mondo occidentale, e che – per lavoro, oppure solo per piacere, volontariato o attività legate comunque al tempo libero – si ritrova a dover scandire il proprio tempo con la precisione e l’ansia di un manager: essere manager di se stessi, in fondo, non è meno impegnativo.

La ricerca in questione segnala:
– il “mondano”, che sceglie località alla moda, bazzica locali di tendenza, veste griffato e si connette sempre più per immagine che per necessità;
– l’iperattivo, per il quale la vacanza deve essere sempre e comunque itinerante, sportiva e condita da escursioni estreme: è però organizzatissimo e non “stacca” mai del tutto;
– l’avventuroso, che per “vacanza” intende una full-immersion nella natura selvaggia, senza programmi precisi, con abiti da montanaro trascurato: viaggia da solo perché la sua idea di vacanza corrisponde per gli altri all’idea di tortura;
– il minimalista, che dice vacanza e pensa relax, in un appartamento o in un hotel a due passi dalla spiaggia, senza programmi precisi, con pochi amici fidati e un abbigliamento che bada alla comodità più che all’immagine.

È interessante notare come il concetto di vacanza può differire così radicalmente da persona a persona. Il vocabolo non offre indicazioni precise in merito: unico indizio, il fatto che la radice latina trova origine nel concetto di vuoto, assenza.

Forse anche per questo varrebbe la pena interrogarsi sul senso della vacanza, che non dovrà per forza essere un vuoto pneumatico, ma non dovrebbe comunque perdere il connotato di “variazione” delle attività finalizzato a reperire nuovi stimoli e recuperare energie.

La vacanza non è – non dovrebbe essere – un sogno che diventa realtà, un privilegio che la vita mai ci concederebbe nei ritmi consueti, una emozionante parentesi dell’esistenza quotidiana: è triste pensare a una vita che ha bisogno della vacanza per trovare un senso compiuto.

No, la vacanza non dovrebbe essere vissuta come una corsa al desiderio incompiuto, ma come un momento della vita: un momento certamente diverso dall’ordinario, forse entusiasmante, altrimenti rilassante, ma inserito in un contesto che alimenta le nostre energie, non le nostre frustrazioni.

Un momento che, come gli alcolici, richiede senso di responsabilità, per dare soddisfazione senza provocare spiacevoli conseguenze.