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Piccoli regali quotidiani

Era un periodo nero per Neil Pasricha: a trent’anni, improvvisamente, si trovava ad affrontare un divorzio, vivere problemi sul posto di lavoro, scoprire un amico seriamente malato.

Le disgrazie non vengono mai da sole, e sembravano addensarsi sulla sua testa con una intensità pericolosa. E poi si sa: i fatti condizionano la nostra percezione, e rischiano di portarci in un circolo vizioso di pessimismo e autocommiserazione.
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Fame di fede

“Meglio il successo sul lavoro o la felicità privata?“, chiede l’editorialista americano David Brooks in un articolo riportato dal Corriere.

«Se ci mettete più di tre secondi per rispondere alla mia domanda – aggiunge -, siete proprio pazzi. La felicità coniugale è di gran lunga più importante di qualsiasi altra cosa nel garantire il vostro benessere»: lo prova anche la scienza, che negli ultimi anni ha dimostrato come “il successo mondano è transitorio, mentre è sui legami affettivi che fondiamo le nostre certezze”.

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Benedizioni 2.0

Secoli fa era abbastanza normale imbattersi in funzioni religiose per la “benedizione” del lavoro: nei periodi strategici per la campagna i contadini confluivano nelle chiese, dove veniva elevata una invocazione a Dio per un raccolto benedetto.

Il fatto che la benedizione comprendesse gli strumenti di lavoro era in fondo una metafora – – o una sineddoche, se preferite -, identificando il mezzo con il fine, l’attrezzo con il suo uso.

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Quei bisogni fraintesi

Tutte le testate hanno riferito della retata che, a Bari, ha portato in carcere sette persone accusate di concedere prestiti a usura.

Si tratta di un reato odioso, dato che l’usuraio approfitta senza scrupoli del bisogno altrui; in questa vicenda, poi, l’azione viene resa ancora più odiosa dal fatto che i prestiti venivano concessi ai “poveri”. Così, almeno, precisano i giornali.

Il dato, di per sé, suona quasi superfluo: di solito chi può garantire un certo reddito o possiede beni immobili non ha bisogno di prestiti, e se ne ha bisogno riesce a ottenerli da una banca, senza passare le forche caudine di un prestito sottobanco a tassi da capogiro.

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Bulimia spirituale

Scrive Repubblica che, in base a una ricerca di Visual Networking Index realizzata da CiscoSystems, «La giornata online dura 36 ore»: infatti “calcolando le operazioni compiute simultaneamente, il tempo della Rete risulta più lungo di quello reale”.

Eccoci qua: i nostri genitori si lamentavano che una giornata avesse solo 24 ore, i loro figli hanno ovviato all’inconveniente (anche se un giorno dovranno spiegarci perché la natura debba essere vista sempre come una inevitabile limitazione, anziché come un contesto adeguato in cui vivere).

La tecnologia moltiplica le opportunità, dilata la giornata, aggiunge tempo al tempo. Tempo virtuale, beninteso, non reale: ma sarà sorprendente, per chi ha vissuto qualche anno della sua vita nell’era pre-computer, fermarsi a riflettere su quanto sia cambiato il nostro modo di vivere.

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C’è bisogno di noi

«Sentiamo che in questa crisi economico-finanziaria globale sono in gioco grandi scelte e grandi valori: se guardiamo alle cause e anche agli sforzi da mettere in atto per superarla, ci rendiamo conto che è essenziale un ristabilimento di valori spirituali e morali che sono stati largamente assenti dalle determinazioni dei soggetti economici e politici»: lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo discorso di qualche giorno fa di fronte ai 129 leader religiosi convenuti in Italia per il consueto summit pre-G8.

Se fino a qualche anno fa la fede veniva vista quasi con fastidio e relegata a un affare privato, e l’etica nel mondo del lavoro era un surplus per credenti particolarmente puntigliosi, dopo la crisi che ha squassato il mondo dell’economia i valori tornano in primo piano.

Fino a quando tutto va bene si tende a dimenticare il dovere a favore del piacere: e il piacere, per decenni, è stato l’edonismo di un sistema dove consumare significava tutto e tutto aveva un prezzo, dove l’imperativo era arricchirsi e ogni mezzo era lecito per farlo.

C’era bisogno di un terremoto per comprendere che l’economia non può essere un valore assoluto, che i valori non sono solo quelli di borsa, che l’arricchimento esteriore è arido senza un corrispondente arricchimento interiore.

A quel punto, disorientati, anche i famelici manager di Wall Street si sono dovuti fermare. Alcuni di loro, di fronte a una crisi economica e morale, hanno percorso di nuovo le navate delle chiese dopo anni spesi nel sacro tempio della Borsa.

Di fronte alla desolazione, ci si è concentrati di nuovo su quel mondo di piccole cose che si erano perse di vista: la famiglia, i gesti, i pensieri.

E, non ultima, la fede. Che non è un valore come gli altri, ma un valore aggiunto in qualsiasi sistema.

Ora questo ruolo è stato riconosciuto anche da Napolitano. I media non hanno enfatizzato le sue parole, anche se suona strano sentire un gentiluomo laico e di tradizione comunista sdoganare la spiritualità e i valori che ne discendono: «Nella visione che ispira la Costituzione della Repubblica italiana noi riconosciamo pienamente che hanno una dimensione pubblica e un valore pubblico il fatto religioso e la presenza religiosa. Senza pericolose confusioni tra politica e religione nella piena autonomia dell’una e dell’altra sfera abbiamo bisogno di tale apporto».

C’è bisogno di fede. Una fede viva, vissuta, coerente. Una fede che, applicata, porta a una morale convinta, non ipocrita ma profonda, nella vita del credente. Una morale che si trasforma in etica, un comportamento corretto fatto di serietà e onestà nel campo professionale.

Ora è ufficiale: anche il Capo dello Stato ne riconosce il bisogno e chiama i credenti a una presenza cristiana concreta, quotidiana, capace di restituire dignità a un mondo senza valori.

“… E voi mi sarete testimoni”, disse Gesù ai suoi discepoli. Oggi il mondo, la società, le autorità – quel mondo, quella società, quelle autorità che fino a ieri sottovalutavano la fede  – ci invitano a non dimenticare quella raccomandazione.

C'è bisogno di noi

«Sentiamo che in questa crisi economico-finanziaria globale sono in gioco grandi scelte e grandi valori: se guardiamo alle cause e anche agli sforzi da mettere in atto per superarla, ci rendiamo conto che è essenziale un ristabilimento di valori spirituali e morali che sono stati largamente assenti dalle determinazioni dei soggetti economici e politici»: lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo discorso di qualche giorno fa di fronte ai 129 leader religiosi convenuti in Italia per il consueto summit pre-G8.

Se fino a qualche anno fa la fede veniva vista quasi con fastidio e relegata a un affare privato, e l’etica nel mondo del lavoro era un surplus per credenti particolarmente puntigliosi, dopo la crisi che ha squassato il mondo dell’economia i valori tornano in primo piano.

Fino a quando tutto va bene si tende a dimenticare il dovere a favore del piacere: e il piacere, per decenni, è stato l’edonismo di un sistema dove consumare significava tutto e tutto aveva un prezzo, dove l’imperativo era arricchirsi e ogni mezzo era lecito per farlo.

C’era bisogno di un terremoto per comprendere che l’economia non può essere un valore assoluto, che i valori non sono solo quelli di borsa, che l’arricchimento esteriore è arido senza un corrispondente arricchimento interiore.

A quel punto, disorientati, anche i famelici manager di Wall Street si sono dovuti fermare. Alcuni di loro, di fronte a una crisi economica e morale, hanno percorso di nuovo le navate delle chiese dopo anni spesi nel sacro tempio della Borsa.

Di fronte alla desolazione, ci si è concentrati di nuovo su quel mondo di piccole cose che si erano perse di vista: la famiglia, i gesti, i pensieri.

E, non ultima, la fede. Che non è un valore come gli altri, ma un valore aggiunto in qualsiasi sistema.

Ora questo ruolo è stato riconosciuto anche da Napolitano. I media non hanno enfatizzato le sue parole, anche se suona strano sentire un gentiluomo laico e di tradizione comunista sdoganare la spiritualità e i valori che ne discendono: «Nella visione che ispira la Costituzione della Repubblica italiana noi riconosciamo pienamente che hanno una dimensione pubblica e un valore pubblico il fatto religioso e la presenza religiosa. Senza pericolose confusioni tra politica e religione nella piena autonomia dell’una e dell’altra sfera abbiamo bisogno di tale apporto».

C’è bisogno di fede. Una fede viva, vissuta, coerente. Una fede che, applicata, porta a una morale convinta, non ipocrita ma profonda, nella vita del credente. Una morale che si trasforma in etica, un comportamento corretto fatto di serietà e onestà nel campo professionale.

Ora è ufficiale: anche il Capo dello Stato ne riconosce il bisogno e chiama i credenti a una presenza cristiana concreta, quotidiana, capace di restituire dignità a un mondo senza valori.

“… E voi mi sarete testimoni”, disse Gesù ai suoi discepoli. Oggi il mondo, la società, le autorità – quel mondo, quella società, quelle autorità che fino a ieri sottovalutavano la fede  – ci invitano a non dimenticare quella raccomandazione.

La prospettiva sul dolore

Farà certamente discutere la ricerca svolta dall’università tedesca di Monaco, secondo la quale l’agopuntura avrebbe solo un effetto placebo.

La conclusione arriva dopo aver preso in considerazione 6.700 pazienti, sottoposti a sedute di agopuntura effettuate senza tener conto delle tecniche orientali. Gli aghi venivano inseriti dagli addetti, ma non nei punti giusti, ossia non lungo le cosiddette “linee di pressione”. Il risultato è stato che i pazienti hanno comunque provato sollievo ai dolori.

Gli esperti si sono affrettati a precisare che questo non dimostra l’inefficacia dell’agopuntura, ma solo che spesso i risultati di una cura dipendono più da noi che dalla cura stessa: dalla fiducia, dall’approccio ottimista, dall serenità, dalla convinzione del paziente.

Una conclusione che fa riflettere. Forse dovremmo rivalutare il nostro approccio con la medicina, che naturalmente non è inutile, ma deve essere gestita con buonsenso. Troppo spesso ci affidiamo in maniera acritica alla scienza o alla medicina alternativa; abbiamo fretta di guarire, di stare meglio, di ripartire con le nostre attività, di non interrompere i nostri impegni. È fuori dalle nostre corde l’idea di pensare ai perché di una situazione, di fermarci, di prendere in considerazione l’idea che anche la malattia sia funzionale alla nostra vita, un momento fisiologico con un significato.

Da perfetti occidentali, pragmatici e inquadrati, semplicemente rifiutiamo l’idea di poter stare male, e bombardiamo a forza di pastiglie anche le indisposizioni più banali.

Quando poi ci troviamo ad affrontare una malattia, o un disagio, o un problema che non si può risolvere nel giro di 24 ore con una semplice ricetta medica, andiamo in crisi: estremizziamo la situazione, cominciamo a dubitare dell’amore di Dio e perfino la nostra fede ne esce provata.

In altre parti del mondo i “saggi” hanno sviluppato una sensibilità diversa nei confronti della malattia; parlando di “energie” hanno concentrato la loro attenzione sulla causa prima ancora che sull’effetto; scoprendo la “meditazione” hanno fatto propria la pazienza e la riflessione su quel che avviene attorno e dentro noi.

Da noi ha prevalso una prospettiva diversa, materiale e concreta, che alla lunga non ci convince più: per questo ormai molte persone considerano l’adesione alle filosofie orientali come una risposta adeguata al noto logorio della vita moderna.

Stupisce, ma forse non dovrebbe: spesso come cristiani puntiamo (consciamente o meno) a salute e ricchezza, liquidando la malattia e la disgrazia; cerchiamo il successo nel più breve tempo possibile, scartando con imbarazzo l’eventualità che non sia quella la nostra strada; vagheggiamo chiese grandi, sane, compatte e felici, svicolando di fronte all’idea che la chiesa possa essere anche travagliata, sofferente, esigua.

Se ci poniamo in una simile prospettiva non dovremmo poi stupirci nell’assistere al tracollo del vangelo in occidente: se la sofferenza per noi è solo un momento da cui uscire prima possibile, il nostro messaggio sarà un banale riflesso della nostra società, più che una seria riflessione sul vangelo.

L’ossessione del “dopo”

“Salto nel buio dopo il successo”: è il titolo di un articolo di Panorama su come “le star che non riescono a gestire la fama sono sempre più numerose” in tutti i settori, dal cinema alla musica, dallo sport alla letteratura.

Come Mickey Rourke, che secondo il suo ultimo regista, Darren Aronovsky: «non ha saputo sostenere il peso del suo successo. Tanti giovani attori si sono autodistrutti, almeno lui non è morto».

Il percorso è simile per tutti: «Prima godono di una manna improvvisa, poi subiscono sbalzi d’umore, depressione e attacchi di panico che talvolta si accompagnano a droga, alcol e chi più ne ha più ne assuma. I casi recenti sono decine».

Paura del successo per la popstar Robbie Williams e la cantante Duffy («Ho voglia di nascondermi, di scomparire da tutto e da tutti, mi sento sopraffatta»), depressione per l’attrice Kirsten Dunst, mal di vivere per il calciatore Adriano, alcol e vita sregolata per Britney Spears.

Il problema per tutti è il “dopo”: «Sono persone il cui unico punto di riferimento è la stella polare del successo» commenta Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico). «E quando lo raggiungono scoprono un vuoto d’identità con frustrazioni insopportabili».

Giuseppe Vercelli, docente di psicologia dell’Università di Torino (Suism), spiega che gli atleti «Si fanno fuorviare dalle questioni esterne legate alle prime glorie. Si può perdere di vista il proprio percorso, con le conseguenze su prestazioni e psiche che ciò comporta». Un rimedio? «Considerare il successo come un percorso a tappe. Dopo l’apice c’è sempre un dopo».

«L’emozione di un successo spesso è seguito da un senso di vuoto, di esaurimento» spiega ancora lo psichiatra Giovanni Battista Cassano. «Lo stress si trasforma da positivo in negativo con conseguenze come depressione o attacchi di panico. Poi c’è chi ha avuto successo e vive nell’ansia di mantenere prestazioni super».

Sembrerà paradossale, e forse a qualcuno farà anche un po’ rabbia: si tratta di personaggi che hanno tutto ciò che un comune mortale può immaginare e invidiare, eppure si sentono vuoti. Con il risultato di lasciarsi andare, o di cedere a eccessi sempre più pericolosi, o di dare corpo a decisioni disperate.

Ma sbaglia chi pensa che sia un problema riservato ai “big”. Il vuoto della vita viene percepito, in misure e in modi diversi, da ognuno di noi, e ognuno di noi tenta di dare una risposta soddisfacente a questa fame interiore.

Cercare le risposte in una serie di traguardi volanti non risolve il problema: si limita a spostarlo più in là. E più in là continuerà ad aspettarci, sornione e implacabile, insieme alle sue domande esistenziali.

Come risposta non si accontenterà di un carnet o di un curriculum. Non conta quel che possediamo né quel che facciamo, ma quel che siamo. Conta la direzione di quel percorso chiamato vita.

I drammi dei personaggi celebri testimoniano che successo, ricchezza, potere non sono la risposta. A margine di un risultato, di un traguardo, di un obiettivo raggiunto c’è sempre un “dopo” da affrontare.

Un “dopo” che non si può comprare, affascinare, comandare. Un “dopo” dove siamo tutti uguali, dove non si bara. E dove quelle domande si fanno più angoscianti che mai.

L'ossessione del "dopo"

“Salto nel buio dopo il successo”: è il titolo di un articolo di Panorama su come “le star che non riescono a gestire la fama sono sempre più numerose” in tutti i settori, dal cinema alla musica, dallo sport alla letteratura.

Come Mickey Rourke, che secondo il suo ultimo regista, Darren Aronovsky: «non ha saputo sostenere il peso del suo successo. Tanti giovani attori si sono autodistrutti, almeno lui non è morto».

Il percorso è simile per tutti: «Prima godono di una manna improvvisa, poi subiscono sbalzi d’umore, depressione e attacchi di panico che talvolta si accompagnano a droga, alcol e chi più ne ha più ne assuma. I casi recenti sono decine».

Paura del successo per la popstar Robbie Williams e la cantante Duffy («Ho voglia di nascondermi, di scomparire da tutto e da tutti, mi sento sopraffatta»), depressione per l’attrice Kirsten Dunst, mal di vivere per il calciatore Adriano, alcol e vita sregolata per Britney Spears.

Il problema per tutti è il “dopo”: «Sono persone il cui unico punto di riferimento è la stella polare del successo» commenta Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico). «E quando lo raggiungono scoprono un vuoto d’identità con frustrazioni insopportabili».

Giuseppe Vercelli, docente di psicologia dell’Università di Torino (Suism), spiega che gli atleti «Si fanno fuorviare dalle questioni esterne legate alle prime glorie. Si può perdere di vista il proprio percorso, con le conseguenze su prestazioni e psiche che ciò comporta». Un rimedio? «Considerare il successo come un percorso a tappe. Dopo l’apice c’è sempre un dopo».

«L’emozione di un successo spesso è seguito da un senso di vuoto, di esaurimento» spiega ancora lo psichiatra Giovanni Battista Cassano. «Lo stress si trasforma da positivo in negativo con conseguenze come depressione o attacchi di panico. Poi c’è chi ha avuto successo e vive nell’ansia di mantenere prestazioni super».

Sembrerà paradossale, e forse a qualcuno farà anche un po’ rabbia: si tratta di personaggi che hanno tutto ciò che un comune mortale può immaginare e invidiare, eppure si sentono vuoti. Con il risultato di lasciarsi andare, o di cedere a eccessi sempre più pericolosi, o di dare corpo a decisioni disperate.

Ma sbaglia chi pensa che sia un problema riservato ai “big”. Il vuoto della vita viene percepito, in misure e in modi diversi, da ognuno di noi, e ognuno di noi tenta di dare una risposta soddisfacente a questa fame interiore.

Cercare le risposte in una serie di traguardi volanti non risolve il problema: si limita a spostarlo più in là. E più in là continuerà ad aspettarci, sornione e implacabile, insieme alle sue domande esistenziali.

Come risposta non si accontenterà di un carnet o di un curriculum. Non conta quel che possediamo né quel che facciamo, ma quel che siamo. Conta la direzione di quel percorso chiamato vita.

I drammi dei personaggi celebri testimoniano che successo, ricchezza, potere non sono la risposta. A margine di un risultato, di un traguardo, di un obiettivo raggiunto c’è sempre un “dopo” da affrontare.

Un “dopo” che non si può comprare, affascinare, comandare. Un “dopo” dove siamo tutti uguali, dove non si bara. E dove quelle domande si fanno più angoscianti che mai.