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Il (presunto) miracolo piteco

E rieccoci. Puntuale come l’influenza, a ogni cambio di stagione arriva lo scoop epocale: «Trovato il presunto “anello mancante” tra l’uomo e la scimmia». Spiega il Corriere che  si tratterebbe di una specie nuova, che «si colloca tra l’australopiteco (3,9 milioni di anni fa) e il primo ominide riconosciuto, l’homo habilis».

Lo scheletro di questo nostro ipotetico predecessore, o di questa sconosciuta specie di scimmia (permetteteci di mantenere un ragionevole dubbio sul fatto che le due cose coincidano) è stato rinvenuto in Sudafrica, «a Sterkfontein, in un sistema di grotte noto come la “Culla dell’umanità”, un sito catalogato come “Patrimonio dell’umanità” dall’Unesco. Lo scheletro, che è quasi completo nonostante abbia circa 2 milioni di anni, appartiene a un ominide che secondo gli esperti assomiglia all’Homo Habilis».

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Illustri sconosciuti

Per qualcuno si tratta di un vero e proprio sacrilegio: il vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), istituto pubblico nazionale che si occupa di promuovere l’attività scientifica nel nostro Paese, è un creazionista.

Una circostanza che suona come un’eresia per la maggioranza degli scienziati italiani: e non poteva essere diversamente dato che, da 150 anni, la scienza ha legato la sua autorevolezza e il suo prestigio alla tesi dell’evoluzione, facendone dottrina e testo sacro per chiunque avesse intenzione di varcare la soglia delle discipline sperimentali.

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I veri ingenui

A volte ci si chiede se l’informazione ci somigli, o viceversa.

Su tutti i giornali, oggi, campeggia una notizia che sa di clamoroso: scrive il Corriere che «È arrivato in rete Cuil, ultimo nato nel settore dei motori di ricerca intenzionati a sfidare sua maestà Google».

Si tratta di un sistema che «sarebbe in grado di mappare una porzione di web molto più vasta rispetto a quanto fa Google. Inoltre, a differenza di quest’ultimo, non assegna rilevanza in base al link (caratteristica cruciale di PageRank, il famoso algoritmo su cui si fonda Google), bensì in base al contenuto delle pagine rispetto alla richiesta lanciata dall’internauta. L’aspirante rivale del motore più famoso della rete tiene quindi in considerazione più i concetti alla base delle ricerche di ciascun utente».

Non bastasse questo a impressionare il lettore, il Corriere rincara la dose: «Al momento le pagine indicizzate da Cuil sono oltre 120 miliardi, quindi circa il triplo di quelle dichiarate dal colosso di Brin e Page», ossia Google.

Unico tallone d’Achille, la prova pratica: «Tentando per esempio una ricerca con termini molto popolari, come “Harry Potter”, Google propone circa 113 milioni di risposte, mentre il nuovo motore ne offre più o meno 30 milioni. Inoltre, al momento le ricerche in un lingua diversa dall’inglese sono assai deboli».

In sostanza il Corriere si accorge del fatto che la pratica smentisce gli annunci, e che con i termini in altre lingue va anche peggio, ma lo relega a un mero dettaglio.

Abbiamo provato anche noi, e si potrebbe dire che nessun motore di ricerca è mai sceso così in basso: decine di pagine civetta senza utilità, di quelle che – giustamente – vengono filtrate dai motori di ricerca seri.

È singolare constatare come nella società dell’informazione globale, dove qualsiasi informazione è verificabile in pochi secondi, basti una fola di annuncio per sollevare un polverone ingiustificato. Ancora più sorprendente notare che questo polverone si rivela capace di trascinarsi dietro anche le testate più serie, che a quanto pare sono disposte a credere ciecamente agli annunci: contro ogni evidenza, verifica e sperimentabilità.

E poi gli ingenui saremmo noi cristiani?