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Quel bisogno d’amore

“Amori finiti: crescono i tentati suicidi tra i giovani”. Lo si evince da uno studio effettuato dagli psichiatri del San Carlo di Milano e riportato dal Corriere, dove si nota che “dietro a sei tentati suicidi su dieci, fra gli under 25 si nasconde un cuore spezzato“.

Si tratta di una generazione di duri che sono “abituati alla vita estrema, al bere, al fumare, ai ritmi della movida”, ma che “crollano, soffrono, perdono la capacità di elaborare il lutto, la fine di un amore”.

Basta un rifiuto per far crollare il loro equilibrio: dietro a questo terremoto emotivo “c’è un’identità ancora fragile, le delusioni pesano come insostenibili fardelli”. “L’incapacità di gestire le frustrazioni è il comune denominatore” dei ragazzi: sembra “una generazione priva di corazza“.

Forse la cosa che stupisce di più, nella notizia, non è la drammaticità dei numeri (che ovviamente non va sottovalutata), ma la comunanza tra tutti gli under 25: fino a qualche anno fa sarebbe stato azzardato accostare i sogni e le delusioni dei quindicenni con i progetti e il processo di maturazione dei ventenni.

Suona strano ancora oggi, a dire il vero. Un venticinquenne dovrebbe ormai aver messo la testa a posto in termini di studi, di lavoro, di famiglia, e invece ce lo ritroviamo catalogato alla pari di un quindicenne. Probabilmente non si tratta di un errore metodologico, ma di una constatazione che è necessario fare: la soglia dell’adolescenza si è spostata in avanti. Il ventenne, come il quindicenne, non sa ancora come muoversi e cosa vorrà fare nella vita, confonde ideali e speranze, è confuso sulle scelte lavorative da una società che lo obbliga a conciliare piacere e dovere anche in campo professionale.

Se i ventenni ragionano come i quindicenni non possiamo non preoccuparci. Vuol dire che manca quella fase di sviluppo che distingue l’adolescente dal giovane uomo. Incerto, incostante, incapace di dimostrare (e desiderare) una ragionevole stabilità di vita.

Una condizione agevolata da una deresponsabilizzazione che comincia in famiglia: genitori da un lato iperprotettivi che fanno crescere i figli senza responsabilità, dall’altro assenti quando servirebbe la loro consulenza. Asfissianti quando non serve, latitanti quando i ragazzi avrebbero bisogno di parlare, sfogarsi, chiedere. Niente di strano se poi si ritrovano a cercare altrove, tra gli amici o in rete, con tutti i rischi di trovare il consiglio sbagliato.

Segnalano gli esperti che «Ogni tentato suicidio è una comunicazione di disagio»: dovrebbe essere un campanello d’allarme.

Vero. Ma, c’è da chiedersi, è possibile che debbano arrivare alle drammatiche richieste d’aiuto prima che ci decidiamo ad ascoltarli? Possibile che non siamo in grado di comunicare una speranza per la vita? Il suicidio è l’ultimo atto quando si sa di non avere più nulla da perdere, e quindi presuppone un’assenza di interessi personali, valori, punti di riferimento.

In mezzo a una società senza riti e miti, i giovani si sono costruiti un universo a loro misura, limitato a ciò che possono vedere e toccare: un obiettivo scolastico, lavorativo, sentimentale. Fallito quello, tutto crolla. E la scelta – irresponsabile – di farla finita diventa sempre più invitante.

Invertire la tendenza non è impossibile, ma è impegnativo. Accogliere la richiesta di aiuto degli adolescenti, offrire loro una speranza, si può: ma, per farlo, dovremmo cambiare prospettiva, guardare i giovani con occhi diversi, parlare con il loro linguaggio. E, prima di tutto, ascoltarli.

Altrimenti quella comunicazione di disagio continuerà a cadere nel vuoto. E la colpa non sarà solo loro, come vorremmo credere.

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Un mondo senza vergogna

Chi ci salverà da un mondo senza vergogna? Ce lo chiediamo anche noi, insieme a Marco Belpoliti.

La vergogna è un sentimento ormai superato, di cui si ritiene di poter fare a meno e di cui – semmai – vergognarsi. E invece è sempre stata un ottimo filtro per i comportamenti individuali.

Il problema tocca tutti noi. La generazione di mezzo ha abolito la vergogna insieme ai limiti e alle inibizioni: per tentare di raggiungere un senso di libertà abbiamo sperimentato la trasgressione estrema; abbiamo trasformato le regole in suggerimenti e abbiamo abolito ogni punto di riferimento.

Abbiamo creato un’epoca “post” tutto, e abbiamo tirato su in questo contesto la nuova generazione. Una generazione che i limiti non li ha mai visti, le regole non le ha mai rispettate, e la vergogna non sa nemmeno cosa sia. Eravamo convinti di averle fatto un favore, sgombrando il campo da ogni confine; ci sentivamo come l’adolescente che riesce a conquistare mezz’ora al coprifuoco serale imposto dai genitori, spianando la strada al fratello minore.

Non è andata secondo i piani. Evidentemente quei limiti avevano un senso, quelle norme non erano così inutili. Quella vita, di cui coscienza e vergogna erano parte integrante, aveva un significato. Quelle difficoltà, quelle regole che ci andavano così strette ci motivavano a coltivare interessi, passioni, obiettivi, speranze.

Speranze che mancano a chi, oggi, vive un mondo dove tutto è relativo, dai valori alle azioni quotidiane.

Provate a esclamare “vergognati!” davanti a un adolescente. Vi guarderà perplessi. Vergognarsi di cosa? E perché?

E in fondo ha ragione: senza valori non esiste il giusto o lo sbagliato, il bene o il male. E, senza di questi, la vergogna non ha senso.

Ce lo siamo costruiti noi, questo mondo, a forza di irridere chi invocava un po’ di buona creanza. Che sarà mai, dicevamo, una pancia nuda o una risposta sopra le righe: i giovani devono essere lasciati liberi di esprimere se stessi. Senza vergogna, naturalmente.

E così, passo dopo passo, abbiamo demolito tutto: dalla buona creanza all’educazione, dall’educazione al rispetto, dal rispetto alla convivenza civile.

Non abbiamo costruito un bel mondo: né per noi, né per loro. Dovremmo correre ai ripari, se siamo ancora in tempo. E dovremmo vergognarci, se sappiamo ancora farlo.

Samaritani digitali

A Rhonda Surman evidentemente non andava proprio giù l’idea che quei due giovani sposini non avessero più le foto della loro luna di miele: aveva ritrovato la loro macchina fotografica digitale in un sito archeologico scozzese, senza nomi né altri riferimenti ai proprietari. Così, attraverso una ricerca in rete, la diffusione delle foto sui social network e la collaborazione degli internauti, è riuscita a risalire fino ad Aberdeen e alla casa dove viveva quella anonima coppia un po’ sbadata.

La storia ha ispirato il New York Times – e il Corriere, che l’ha rilanciata in Italia – perché rappresenta una nuova tendenza: quella dei «”digital Samaritans”, i samaritani digitali, quelli che non se ne fregano insomma, per identificare coloro che si impegnano per restituire oggetti ritrovati a chi li aveva originariamente perduti. Una missione, questa, che le nuove tecnologie rendono oggi particolarmente semplice».

Semplice, ma non scontata: il Corriere segnala che «è soprattutto l’intraprendenza personale, la voglia appunto di farsi buoni samaritani, a fare la differenza. Chi trova una macchina fotografica potrebbe anche decidere di tenersela. Consegnarla alle autorità di polizia può già sembrare un gran gesto, quanto basta per sentirsi a posto con la coscienza. Ma attivarsi e dedicare del tempo facendo di tutto per cercare di riportare l’oggetto nelle mani di chi l’ha perduto è decisamente qualcosa che va oltre».

Ed è forse questo il punto. Il web, insieme a tutta la tecnologia che ha invaso le nostre vite, è uno strumento, non un fine. Non vive di vita propria, non possiede una sua etica. Dipende da noi, ed è paradossale che talvolta ci ritroviamo convinti di dipendere da lui.

I mezzi sono neutri. Possiamo usarli per frodare le tasse, costruire bombe, allacciare rapporti poco raccomandabili. Oppure possiamo servircene per dare speranza a chi soffre, sollecitare le giuste domande, venire in aiuto di chi ha bisogno di noi. Ci permette di farlo più di ieri, meglio di ieri, in maniera più incisiva di ieri.

Le potenzialità ci sono, ma i contenuti dobbiamo metterli noi. Le tecnologie si limitano a enfatizzare, amplificare, portare all’estremo quello che siamo. E il modo in cui le usiamo racconta di noi, dei nostri valori, dei nostri scopi.

La tecnologia non ha un cuore. Noi sì. O almeno si spera.