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Il ritmo del messaggio

“God is my dj”, si intitolava la tournée musical-teatrale che Alice portava in giro per l’Italia tra brani sacri e pezzi meno convenzionali.

Chissà se l’iperbole di quello slogan ha qualche parte nella decisione della diocesi cattolica di Genova, che sulla spiaggia di Arenzano ha inaugurato la prima “discoteca cristiana”: l’obiettivo è «far ballare d’estate i turisti e i parrocchiani in allegria, pregando e divertendosi».

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Dovrebbe essere scontato

«I mafiosi e coloro che fanno parte della criminalità organizzata sono automaticamente esclusi dalla Chiesa cattolica: “Non c’è bisogno – ha detto monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei – di comminare esplicite scomuniche perché chi vive nelle organizzazioni criminali è fuori dalla comunione anche se si ammanta di religiosità“».

La conferenza episcopale italiana, nella sua sessantesima assemblea generale, ha aperto un capitolo interessante, toccando un tema annoso: cosa comporta il fatto di essere cristiani?

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Rispetto per i vivi

I familiari di una docente atea, deceduta presso una struttura sanitaria padovana, «hanno protestato – scrive il Gazzettino – per la “minaccia” del cappellano che intendeva benedire la salma nonostante l’opposizione della figlia».
La defunta era una docente universitaria 75.enne che da quattro mesi era ricoverata come terminale; dopo essersi «spenta in serenità – denunciano i parenti – un sacerdote voleva entrare in stanza e quando la figlia si è opposta è stata insultata, il sacerdote ha detto che quella era casa sua, che lì faceva quello che voleva e che sarebbe ripassato dopo quando i parenti fossero andati via».

Speriamo vivamente che i termini del confronto siano stati in realtà meno concitati di quanto raccontato dai parenti, ma se i fatti corrispondono almeno in minima parte al vero è necessaria una riflessione.

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Quelle verifiche latitanti

Viviamo tempi in cui ci si deve sorprendere per l’ordinario. Per questo non possiamo astenerci da un plauso ai colleghi di Avvenire, che hanno fatto qualcosa di straordinario per i nostri tempi: il loro lavoro. Come ogni buon giornalista dovrebbe fare, hanno controllato le fonti delle notizie.

Raro? Abbastanza. Sarà per la fregola di stare sulla notizia, per la fretta di chiudere il giornale senza “bucare” qualche avvenimento per troppo scrupolo, sarà per la pigrizia mentale cui ci hanno abituato le agenzie di stampa (che ci illudiamo controllino tutto al posto nostro prima di proporci un lancio), la conseguenza è evidente: le notizie passano senza conferme anche quando non ci sono elementi di urgenza tali da giustificare una fuga in avanti.

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La semplicità della fede

È un Legrottaglie simpatico e umano, quello che emerge dall’intervista rilasciata dal calciatore al settimanale Panorama.

Un’occasione per chiarire il suo pensiero su Israele, dopo l’infelice uscita delle scorse settimane, ma anche per raccontarsi.

Scopriamo così che nel ritiro estivo della Juventus a Hong Kong non ha chiesto altro se non di poter entrare in una chiesa cristiana, o che in spogliatoio accetta di buon grado le canzonature da parte dei colleghi per la sua nuova vita da cristiano, dopo aver detto addio alla sua “vita sbagliata”.

Per il futuro non ha ancora progetti ma, confessa, «data la mia popolarità cercherò di portare la parola di Dio in giro per il mondo.
Qualcuno ha scritto che farò il sacerdote [pastore, ndr] ma non credo di esserne all’altezza. Seguo due associazioni, Missione possibile onlus e Compassion. Entrambe si occupano di adozioni. Mi piacerebbe fare di più per loro».

Insomma, dimostra di essere consapevole dei propri limiti, ma questo non gli impedisce di rendersi utile già oggi come sostegno alle missioni.

Soprattutto, Legrottaglie non si preoccupa delle gaffe e cerca ogni occasione per parlare di Dio: perché, dice, «sono talmente felice della mia condizione spirituale che non riesco a tenerla per me. Dio mi rende felice ed è inevitabile che gli altri se ne accorgano».

Una felicità difficile da trattenere, che lo spinge a parlare di Dio a tutti: viene da chiedersi quando sia stata l’ultima volta che abbiamo provato un sentimento simile nei confronti di Dio, della fede, degli altri.

Bravo Nicola: il suo atteggiamento sarà anche ruspante, a volte pure un po’ naif, ma ha colto il senso della vita cristiana. Chissà che il suo esempio non faccia ritrovare lo stesso entusiasmo anche a molti di noi.

Tra parole e concretezza

La crisi colpisce tutti e ovunque. Ma non tutti la sanno affrontare allo stesso modo. Paradossalmente sono coloro che hanno sempre lavorato seriamente e serenamente, con un codice d’onore e un certo ordine di valori, a sentirsi spiazzati. Ci sono coloro che, di fronte alla perdita del posto di lavoro, vanno a bussare alle organizzazioni di carità per chiedere una mano. E ci sono coloro che non hanno il coraggio di farlo per un imbarazzo che può essere erroneamente scambiato, a prima vista, per orgoglio, ma che è solo vergogna per la propria condizione.

Fa riflettere un passaggio del servizio che Panorama ha dedicato ai tanti che, anche in una regione insospettabile come il Veneto, si ritrovano in questa situazione.

Racconta un sacerdote: «Un mio parrocchiano ha perso il posto da impiegato, ma non ha avuto il coraggio di confessarlo in famiglia. La mattina fingeva di andare al lavoro, in realtà usciva di casa per cercarne un altro. Alla fine la moglie l’ha trovato in garage che piangeva nell’auto. E ha capito. Purtroppo la nostra gente non è pronta per questa guerra».

C’è da chiedersi se, di fronte a drammi umani e familiari come questo, i cristiani debbano fare qualcosa, o debbano considerare sufficiente la loro preghiera. Se un aiuto concreto a vicende come questa non sia l’inizio di un’evangelizzazione efficace – forse la più efficace, perché la più umana e amorevole -.

Una persona che si trova in queste condizioni ha bisogno di aiuto. Non di un “Dio ti benedica”, ma di un sostegno concreto e costante.
Non ha bisogno solo di un lavoro, ma di capire come affrontare l’emergenza. Come ripensare il proprio bilancio familiare con la giusta oculatezza. Come riconciliarsi con un mondo del lavoro ostile per chi ha un’età in cui si dovrebbe poter sperare nella serenità. Come ritrovare la fiducia nei valori di una vita che è crollata.

Ecco: un aiuto cristiano, in momenti simili, dovrebbe essere anche questo. Perché, nel momento del bisogno, il vangelo non può essere solo parola.